"Ho visitato la fabbrica dei bastoncini Findus e questo è tutto quello che c'è dietro"

Sono famosi come i Beatles e creano dipendenza: viaggio (molto inside) nel mondo dei bastoncini di Capitan Findus e del perché li bramiamo da oltre 50 anni.

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Unsplash.com

Scommessa: chiedendo a cento persone “hai mai mangiato i bastoncini Findus?”, senza scomodare le agenzie di statistica è molto probabile che 99 rispondano “sì”, e l’unico che dirà di no saprà comunque cosa sono. Come per i Beatles. Che uno ci vada pazzo o no, che li mangi o no, che richieda o no di inserirli nella lista delle sostanze che provocano dipendenza, è innegabilmente affascinante addentrarsi nella storia di uno dei cibi inventati dai baby boomer, che ha varcato gli oceani del tempo dando prova del potere di cambiare/semplificare/influenzare la nostra esistenza nelle ultime tre generazioni. Una faccenda troppo cult per non essersi mai domandati “come si fanno i bastoncini Findus?”. Dal canto mio, ex bambina con mamma lavoratrice, ricordo i rientri trafelati in casa all’ora di pranzo - chi da scuola e chi dal lavoro - la pentola con la pasta in cottura e la padella sul fuoco pronta per i bastoncini, che così ci si sbrigava e allo stesso tempo mangiavi il pesce che faceva diventare intelligenti (questo si pensava negli anni 70, quando ancora non si conoscevano tutte le vere e innumerevoli proprietà del pesce). C'è stata la volta in cui ho chiesto se i pesci con cui si fanno i bastoncini nascono già rettangolari: i miei hanno riso ma poi non mi hanno saputo spiegare come gli si dà quella forma. In quanti sono in grado di immaginare come si ottengono dei parallelepipedi dal pesce? E soprattutto, sarà vera la storia che i bastoncini Findus fanno male, o si tratta di una leggenda metropolitana? Quando hai l’occasione di soddisfare tutte queste curiosità storiche con una visita direttamente nella fabbrica dove nascono i bastoncini Findus ti sembra di andare a intervistare una star. Sul serio.

Una delle prime pubblicità dei bastoncini di pesce di Birds Eyes, il brand Findus in Australia, 1967.
Courtesy Birds Eye Australia

Nessuno è perfetto, ma con la buona volontà ci si può avvicinare il più possibile alla perfezione. Questo è il concetto che sentirò esprimere spesso durante la visita alla Findus che si trova a Cisterna di Latina, in pieno Agro Pontino, una zona da cui proviene la maggior parte dei vegetali che trovate nei supermercati e in cui il 10% della popolazione è impegnata, sui campi o negli uffici, nel settore agricolo. La prima cosa che mi preme sapere è il significato della parola “Findus”. Per scoprirlo è necessario fare un passaparola aziendale finché salta fuori chi lo sa: negli anni 40 l’azienda, che era svedese, si occupava di commercializzazione di frutta fresca, per cui i fondatori avevano messo insieme le parole fruit e industry e con un po’ di forzatura era uscito fuori Findus (via la prima spunta sul taccuino). Da allora Findus è passata di mano in mano, ha fatto parte del gruppo Nestlé, poi Unilever, e dal 2015 è di proprietà della britannica Nomad Foods, che possiede vari brand di cibi surgelati diffusi in tutto il mondo. Findus ha un dna a base di pesce e verdure, ma negli anni 90 ha rischiato il sacrilegio lanciando i 4 Salti in padella. Salvò invece dall’inedia eserciti di scapoli e divorziati, fino quando nessuno, neanche le donne, si è più scandalizzato nel passare in tegame delle fettuccine ai funghi porcini o ravioli al sugo tirati fuori dal surgeltore. Nomand Foods ha fortunatamente il pallino della sostenibilità, per cui durante l’incontro ci vengono mostrate slide sulla percentuale di obesità nel mondo (il 40% della popolazione), sul cibo sprecato annualmente nel mondo (1,3 miliardi di tonnellate) e sul problema dell’impoverimento delle specie ittiche a causa della pesca sconsiderata. Poi ci illustrano l’obiettivo già in corso di aumentare progressivamente la sostenibilità del packaging, che entro il 2022 sarà al cento per cento riciclabile.

Courtesy Findus/BBC

Davanti a una tavolata di confezioni (vuote) di tutti i prodotti più iconici – dai bastoncini ai piselli surgelati, dai Sofficini ai 4 Salti in padella – all’interno della palazzina Ricerca & Sviluppo dove ogni sala porta il nome di uno dei prodotti (noi siamo nella Sala Minestrone Findus) ci spiegano che le 48mila tonnellate di vegetali che vengono lavorate qui dentro provengono tutte dai paraggi, quasi chilometro zero, cento per cento made in Italy e che prima di essere introdotti alla produzione dei fritti faremo un orgoglioso giro alla vicina azienda agricola dei Fratelli Nardozzi Enzo e Giuliano, poco lontana. Ci arriviamo poco dopo con un bus privato. Il nostro autista è un po' come i tassisti pachistani a New York, chiede a noi la strada da fare, e il bus deve somigliare molto a quelli di linea a Latina perché davanti a una fermata una signora bussa alle porte chiuse per salire. Ma quando usciamo dal centro abitato e percorriamo una strada costeggiata solo da coltivazioni (una quantità impressionante di piante di kiwi!) capiamo di essere quasi arrivati. La media della longevità di collaborazione tra l’azienda e i suoi fornitori locali è di 24 anni. I Nardozzi forniscono verdure alla Findus da quasi 50.

Courtesy Findus/BBC

Siamo nella seconda metà di ottobre ma sembra giugno, un caldo eccezionale preceduto da piogge che sta anticipando i programmi della produzione. Oggi sono pronte le bietole che andranno nel Minestrone Findus. C’è un profumo di erbe tagliate inebriante, il campo è di un verde accecante ed è costellato da gabbiette ai feromoni che attirano e intrappolano i maschi dei parassiti, così le femmine hanno una bassissima scelta di partner con cui riprodursi. Qui il famigerto glifosato manco si sa cosa sia, ci assicurano. “La nostra è una gestione olistica”, spiegano a turno due degli agronomi Findus, Santino Ponzani e Andrea Cosio, capitanati da Fabrizio Fontana. “Si proteggono le colture il necessario e si punta molto sulla rotazione: ho visto campi in America ridotti a deserti aridi dopo averli spremuti fino all’ultima risorsa con le stesse piante per decenni” dice Fontana. Scopro così che coltivare piselli per sette anni di seguito significa uccidere un terreno. Quello dell’Agro Pontino, sotto le piante fittissime è molto scuro, fertile e particolarmente adatto a spinaci e bieta. Quando parte il pachiderma d’acciaio che taglia la bieta, le foglioline volano in una gabbia che la macchina si porta dietro come un guscio di lumaca. Le verdure verranno lavorate entro tre ore dalla raccolta, prima che appassiscano. “Una volta i contadini dovevano correre fino al telefono a gettoni per avvisare in stabilimento che erano pronti per il raccolto, ora per fortuna ci sono i cellulari”, raccontano gli agronomi. I fratelli Nardozzi annuiscono. Perché una verdura sia perfetta bisogna coglierla però nel momento magico, come quando si vuole scattare una foto artistica al crepuscolo. Per i piselli, che non vengono coltivati qui ma al nord (“ogni tipo di terreno e clima devono essere utilizzati per ciò che ci cresce meglio”) quell’arco di tempo può anche durare un giorno solo. In risposta a chi pensa che lavorare negli uffici sia stressante e beati i contadini. Nel team agronomi prende la parola anche una giovanissima che si chiama Silvia Morelli e mentre ci parla del SAI, la Sustainable Agricolture Initiative, la invidio perché deve essere bellissimo nel XXI secolo, scegliere di dedicarsi a un lavoro concreto e utile alla comunità che ti porterà tanto tempo nel verde. In una zona d’Italia, poi, che è a due passi da spiagge meravigliose.

Capitan Findus prima versione
Courtesy Findus/The Indipendent

Dopo aver visto tutto il procedimento delle verdure lavate, scottate, ispezionate mille volte (corpi estranei e insetti no pasaran), dopo i leggendari racconti sull’intuizione che forse vendere gli spinaci surgelati in cubetti invece che in un blocco unico sarebbe stato meglio, è il momento di incontrare finalmente le star. Mi accorgo di indossare un'inappropriata maglia a righe che mi fa sembrare un mozzo del Capitan Findus, ma pazienza. Mi fanno rimuovere orecchini, anelli, collane, bracciali, mi piazzano un cerotto azzurro su un orecchino a cerchio che non riesco a rimuovere dal 1986 (mi accorgerò di avere ancora il cerotto solo sul treno di ritorno). Mi infilano in un camice simile a quelli nei reparti rianimazione e mi fanno indossare delle scarpe antinfortunistica, che ingoffiscono. Una delle colleghe esce dallo spogliatoio esultando perché ne ha trovato un paio molto carine, ma sono le slipper di un’altra collega che le aveva riposte nella scatola di quelle aziendali. Ristabilito l’ordine calzaturiero si parte per il tour. I bastoncini di pesce Findus sono nati nel 1967 e che ci crediate o no, la prima versione era fatta con le aringhe. Poiché il prodotto doveva essere destinato ai bambini, la prova non è però andata tanto bene e si è passati al più delicato merluzzo. Il merluzzo per produrre i bastoncini viene pescato negli oceani Pacifico e Atlantico con i metodi che non impoveriscono la popolazione ittica: niente baby pesciolini, rotazioni di zona per permettere il ripopolamento, e così via. Il personaggio del Capitan Findus c’è stato praticamente da sempre ma nei decenni si è adattato alle mode, diventando da bonario vecchietto a quasi fotomodello. Il nome del creativo a cui è venuta l'idea è ormai difficile da recuperare.

Campagna pubblicitaria con la pita greca.
Courtesy Findus

Finalmente sono di fronte alla soluzione di misteri che mi porto dietro dall’infanzia. Sono in una stanza (freddina) dove una serie di confezioni marcate “Usa” si infilano in un nastro trasportatore e quando ne escono fuori sono delle grosse mattonelle surgelate di filetti di pesce nudo e crudo. Squadrate, perfette, compatte. Il responsabile della catena di produzione Giuseppe Coiro ci spiega che appena pescati i merluzzi vengono squamati, eviscerati, sfilettati e adagiati uno sull’altro in modo da formare uno strato spesso e fitto con meno spazi possibili, per poi venire surgelato. Ormai si è stabilito d tempo che il pesce surgelato è più sano di quello fresco proprio perché viene raffreddato a -20° così presto - in gergo di dice che viene abbattuto - da non lasciare scampo alle proliferazioni batteriche, e questo vale anche per i bastoncini. Seguendo il cammino del nastro vedo un operaio in guanti blu controllare tutte le mattonelle denudate per levare eventuali residui dell’imballo o scartare i blocchi contenenti bolle d’aria o anomalie, che verranno recuperati dall’industria del pet food. L’ambiente è freddo e chi ci lavora è ben coperto, ma gli incarichi in condizioni ambientali estreme vengono alternati spesso, e chi sta molto nelle celle frigo fa pausa ogni 20 minuti. Nella fase successiva, dei seghetti di precisione dividono i blocchi ghiacciati in tanti lingottini della misura che ben conosciamo. Si cambia stanza e c’è (un buon) odore di frittura. Spesso ci si chiede: i bastoncini Findus sono precotti? La risposta è no. Quelli appena segati scorrono davanti ai miei occhi e passano nella pastella, poi nella panatura. La nostra guida spiega che per far sì che pastella e panatura restino fissate al lingottino di pesce surgelato è necessaria una frittura di pochi secondi. Una scottata all’olio ben lontana dalla cottura vera: il pesce all’interno resterà crudo fino a quando non lo metteremo noi in padella. Si arriva al confezionamento: una macchina divide gentilmente i bastoncini in gruppi di numero esatto della produzione di quel giorno (oggi si fanno le confezioni piccole, da sei pezzi) e li fa scivolare nella scatola. È già tutto finito. Nessun trucco nessun inganno: ho visto solo pesce, pastella e pan grattato. Passiamo ancora davanti a una stanza a vetri con persone in camice che assaggiano la produzione del giorno di ogni tipo di prodotto. Sì, qualcuno deve verificare se è andato tutto bene, ma non lo fanno di professione, Giuseppe Coiro ci spiega che è un compito da svolgere a rotazione. Tutti, prima o poi, fanno un turno di assaggi, dagli operai agli impiegati dell’amministrazione. Da fuori sembra la casa del Grande Fratello. È quasi ora di pranzo e tutto sommato un turno di assaggio me lo farei anch’io.

Ma viene proposto un pranzo a base di prodotti Findus nella Casa Findus, un mini appartamento con mobili di design in cui vengono simulate le situazioni familiari. Fa il suo ingresso il giovane chef Daniele Modena. Porta sui carrelli una serie di piatti gourmet con un bell’impatto visivo: un tagliere di Sofficini, un tagliere di bastoncini accompagnati da salsina di yogurt alle erbe e humus, degustazione di Cremosa di Zucca e Carote in piccole vaschette, Spuma di patate al rosmarino, Legumissimi saltati con bacon croccante, Minestrone tradizione con ditaloni trafilati al bronzo, Tagliatelle ai funghi porcini, Fiori di nasello con verdure al forno e mollica di pane tostato, Spinaci all’agro con olio extravergine e limone amalfitano e una bella panna cotta condita con pisellini primavera e mini meringhe (sì, i pisellini dolci stanno bene nei dolci). Dopo aver provato tutto, promettendomi di saltare la cena, eroicamente ignoro l'ennesimo Sofficino caldo che mi sembra stia sorridendo davvero dal vassoio come nella pubblicità. Mi è rimasto solo un’ultimo quesito in sospeso: i bastoncini Findus come cucinarli a perfezione? Mi avvicino allo chef e gli chiedo se c’è un trucco per ottenere la massima resa, la super "croccantezza". Mi risponde che sì, come per le patatine fritte, un paio di accorgimenti ci sono. Uno è inaspettato: “Usare pochissimo olio: il bastoncino deve essere immerso nell’olio molto meno della sua metà”, mi spiega. Quindi niente immersioni ipercaloriche. Poi quello che avevamo immaginato tutti: “friggerli all’ultimo momento, invece che prima di cominciare il pasto, così si gustano caldi e croccanti”. Ora, in viaggio, non mi resta che rispondere ad amici, parenti e colleghi che no, non sono tornata a casa carica di prodotti Findus omaggio. Si squagliano.

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