Le piogge al Bar Basso dove si sbaglia tutto, dai cocktail agli amori

Mezzo secolo di snobberia e sciatteria, elementi comuni di un gran bere in quello che è il Carro Maggiore dei bar italiani.

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Courtesy Photo Lea Anouchinsky

L’ombrello bagnato che si appiccica ai collant, il velluto liso che concede torpore alle gambe, i vetri appannati e le briciole di patatine sul marmo pesca. In una tasca il biglietto stropicciato del Cinema Plinius e nell’altra quel che resta di caramelle troppo chimiche. Milano scorre in sottofondo o forse scorre in primissima linea. Questo è il Bar Basso. Ovvero la sensazione formato "luogo" di essere a Milano. Nei suoi 50 anni (data esatta il 13 ottobre) il Basso ha illuminato così tante domeniche di pioggia meneghina che non è concepibile crederlo in altre stagioni all’infuori dell’autunno. Non c’è malinconia, non c’è nostalgia canaglia, c’è semplicemente il Grande Carro del bartendering che si staglia su quella mezza curva, con quella scritta rosso Basso che ricorda i neon di Saint-German-de-Prés (uno su tutti Le Select) anche loro perfetti in un qualunque giorno di pioggia. Ma per il Bar Basso, che la pipòl della design week ama tanto quanto la pipòl della moda ama(va) Bice, non c’è bisogno di paragoni con Parigi la noiosa/la viziosa. Il Bar Basso è il luogo che Mirko Stocchetto ha acquistato dopo aver servito da bere a innumerevoli sciatori stanchi e snob in quel del Posta di Cortina. Monumento del lifestyle italiano che non sapeva avrebbe messo in crisi con la sue idea del 13 ottobre 1967: perché dall’hotel delle piste danarose si porta via il concetto di miscelare molto bene in un bar qualunque. Bar abituato a servire un Campari, un bianchino, un tramezzino e due bolle. Stop. E invece, mentre su a Cortina da Hemingway agli Agnelli si bevevano drink di Mirko Stocchetto - cadenza bella veneziana e mano da serial killer del beverage - a Milano si andava in tram tra michette e vino rosso e gli stranieri, ironia della sorte, bevevano molto meglio dei meneghini nelle hall degli hotel che facevano sfilare tumbler d’autore e shaker da prestigiatori.

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La storia, che come una filastrocca anche i danesi in trasferta per la design week raccontano a indiani novelli del Salone del mobile, è che nel 1972 (forse ci balla un anno in meno?) è nato quel gigante rosso chiamato Negroni Sbagliato che ha del prosecco al posto del gin e che è stato miscelato per errore da Mirko con il Vermouth Rosso e il Bitter Campari. I danesi e gli indiani lo chiederanno e si stoneranno. Come molti di noi, del resto, anche se chi esce dal Basso con il terzo Sbagliato in corpo crede ancora di essere lucidissimo. Perché c’è una quota etica da lasciare in cassa insieme al conto (cassa da tabaccheria old style, separata dall’ingresso): qui si beve molto bene, non si viene per la sbronza, ma non si esce come prima. È un dato di fatto, una questione numerica, una gestualità tra dita unte e tovagliolino croccante, maxi-ghiacciolo che ti batte sulle labbra quando si alza il Sacro Graal del cocktail. Quando Maurizio Stocchetto, il figlio di Mirko, ha ereditato il capolavoro di ritmi e shaker dal padre il tempo ha fatto il suo corso senza rovinare una sola virgola di quegli interni dagli specchi inutilmente Versailles (e perfetti per questo), dai salottini verdi e dai tavoli di legno dove chiedere un toast caldo accompagnato dal bicchierone e cubotto di ghiaccio gigante. Olive aggredite durante colloqui di lavoro, coppie che si lasciano e si riprendono tra un ordine e l'altro (mai diverso, sempre dritti sulla prima scelta, sacrilegio altrimenti), volti che non vorresti vedere eppure sostano tra i tavolini di metallo nelle sere d'estate. Vorresti dire ai passanti, straniti dall'afa, di non litigare che tra poco arriverà l'ologramma di Ettore Sottsass e tutto andrà bene visto che qui, negli anni Ottanta, il gruppo Memphis discorreva e inventava l'arte del vivere eclettico. Invece no, la gente si prende e si lascia al Bar Basso il miglior bar di Milano, le guide alla Wallpaper non mancano di inserire che, oltre allo Sbagliato più giusto del mondo, ci sono quasi 500 cocktail che il Basso presenta in una non-carta e spesso si finge di ignorarli. Il movimento Memphis è lontano il design no: e al Basso, mentre aspetti che inizi un nuovo film, arriva lo studio canadese Gabriel Scott e installa nuove luci a corredo delle chiacchiere alcoliche del locale. È un omaggio al mezzo secolo di drink a colpi di luci Welles Glas. Nonostante questo la storia del bartendering non è stata sempre clemente: i grandi hotel hanno sempre osato i grandi cocktail - non nelle proporzioni, chiaro il Basso in questo è imbattibile - e molti bar hanno finito per vivere di stagioni troppo brevi per essere abitudini (pochi casi fanno eccezione, e che buoni casi). Lui il Basso rimane indisturbato: scritta rossa, bicchieri rossi, mani monche di antipatia. Ti vogliamo per un altro mezzo secolo di stonature buone e giuste.

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