La vera piaga del food su Instagram è il cibo glitter

Latte di unicorno sparkling, mermaid bagels con brillantini, pizze glitterate: abbiamo smesso definitivamente di mangiare per nutrirci solo dagli occhi?

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There’s a lady who’s sure all that glitters is gold. Specialmente quando una nevicata morbida di brillantini spolvera dolcemente il frosting di un biscotto o il beet latte superdolce e super Instagrammabile. Cibo glitter. Cibo per le figlie e figli segreti di Mariah Carey, regina assoluta del trash sparkling, che glasserebbero anche il caffè (e non è detto che non lo facciano) e bevono glitter latte. Banalissimo cappuccino spolverato di glitter, non di cacao vecchia scuola. Tutto molto bello, tutto molto brillante, tutto molto BASTA. Non se ne può più della tendenza glitter & gold che imperversa da mesi sui profili dei food influencer di tutto il mondo. L'effetto gusto Puffo è inevitabile anche nel più sano (all'apparenza) dei pasti. Più è colorato, più è sparkling, più è esteticamente appetibile, più funziona ai fini del marketing. Di certo non per nutrizione. Come svelano su Eater, è difficile che un cibo tanto rielaborato sia adeguato dal punto di vista nutrizionale. Anzi, gli edible glitter possono anche infastidire il piacere di mangiare. Finché si tratta di un microdettaglio shiny su un dolcetto di design, tanto vale. Il problema, come sempre, sta nell’esagerazione: così è facile che su Instagram si trovino pizze glitterate, dolci e biscotti sparkling, ali di pollo avvolte in foglie d’oro e via spolverizzando.

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Con buona pace della buonanima di Gualtiero Marchesi e del suo piatto simbolo (il risotto con la foglia d’oro, che costruì parte della sua fama di elegantissimo chef), il cibo glitter su Instagram sta invadendo ogni angolo dei feed. Anche dei più insospettabili. Sono lontani quei tempi in cui l’oro alimentare aveva un ruolo minimal(e) in cucina, e rappresentava il piccolo lusso extra che ci si concedeva raramente nella vita. Adesso la componente brillante deve essere necessariamente ovunque, in un’overdose di percezione di ricchezza effimera. La sua utilità è perpetrare, tristemente, lo scollamento tra realtà e finzione di un cibo preparato soltanto in funzione del proprio successo social, per mostrare una vita eccezionale dove ci si concede oro tutti i giorni.

Vero è che un vecchio adagio recita “il cibo passa prima dagli occhi” e su questo fondamento si è costruita tutta una storia bellissima e creativa di impiattamenti. Il fine è sempre stato comunque la consumazione di ciò veniva presentato: semplicemente lo si vestiva di bellezza in presentazione. Fa la differenza nel piacere di mangiare: strappare le fette di prosciutto dalla carta del bancone gastronomia è ben diverso dal servirsene da un tagliere in legno ben sistemato per l’occasione. Va ribadito l’ovvio: anche il junk food più ignorante acquista valore ai nostri occhi quando sistemato in un bel contenitore. Stesso discorso per il bere: lo champagne vince in raffinatezza con le coppe di cristallo, diventa una bollicina mogia in un bicchiere di plastica. Nell’era dell’Instagram food, invece, la bellezza di ciò che si fotografa è puramente fine a se stessa: si mangia con gli occhi e basta. Che quel mermaid bagel, o quel golden milk vengano effettivamente consumati è totalmente secondario: l’importante è che siano belli da vedere e da postare. Se poi sono buoni da mangiare, cosa importa?

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Il cibo su Instagram non ha nulla a che fare col mangiare come sforzo gastronomico; al contrario, significa averlo comprato e condividere la prova di ciò che si è acquistato. Questo cibo è fatto per essere mangiato solo con gli occhi e non con la bocca” ha chiosato la giornalista Amanda Mull su Eater. E Helen Rosner, sul New Yorker, risponde sibillina: “Il megafono dei social ha permesso che la l’ingestione felice dell’oro raggiungesse il suo apice come consumazione cospicua”. Vale a dire che si postano fotografie di cocktail luccicanti e cibi esteticamente perfetti che servono solo a mostrare quanto si è facili vittime del brillio sfavillante dei glitter, ma che di sostanza sotto ce n’è poca. O quando c’è, si è troppo abbagliati dalla luccicanza per apprezzarla davvero. L’importante è postare.

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Il glitter edibile, da par suo, non ha colpa reale: fa soltanto il suo lavoro. A livello di gusto non inficia, perché è abbastanza insapore e se ne usa comunque così poco da variare in modo infinitesimale il sapore di un alimento. Gli ingredienti del glitter alimentare tanto amato nel cake design sono principalmente zucchero, gomma arabica, maltodestrine, sciroppo di mais e coloranti approvati per l’uso alimentare. In ogni caso la FDA, Food & Drug Administration che si occupa di regolamentare le merci sul mercato statunitense, ha dovuto rilasciare un comunicato nel 2016 per mettere in guardia sull’uso e abuso di glitter non alimentare che veniva comunque utilizzato per decorare torte&co. Problema cruciale perché il glitter che si usa normalmente al di fuori delle cucine è fatto di microparticelle di plastica, che non solo sono pericolose se ingerite continuamente, ma sono anche un enorme problema ambientale (ed etico).

Ma delle questioni etiche ed extra ad Instagram importa poco. Quello che si sceglie di mostrare è un mondo scintillante, goloso all’apparenza, divertente e divertito. Non c’è spazio per tutto ciò che va al di fuori dell’istigazione all’ammirazione. Il paradosso è che nel feed Instagram (che in inglese significa anche sfamare, tanto per continuare sull’assurdo simbolico) vengono mostrati piatti meravigliosi che aumentano la salivazione per la loro estetica stupenda, ma sono piatti che raramente vengono consumati. Che siano adorni quotidianamente di oro alimentare, spolverati di glitter, lavoratissimi e creativi, sono piatti esagerati in estetica. Piatti che incastoniamo nel nostro feed perché troppo belli da vedere. Piatti instagrammabili appunto, ma non necessariamente edibili. Lontani dalla nostra dieta quotidiana, sbilanciati dal punto di vista nutrizionale, troppo pieni di acidi grassi (vedi la combo salmone + avocado + semi di zucca sbandieratissima ovunque), ricchissimi di zuccheri come i dolci e le bevande glitter (l’unicorn latte è pura saccarina). Però che belli, dai. Cibo glitter = ricchezza, un’associazione che funziona nel mostrare un certo tipo di feed come certo tipo di vita. Glitter & gold come status performance: io sono ricco, vedi come mangio? Non cosa, che passa in secondo piano, ma come. L’importante è che il cibo sia esteticamente appetibile, se poi le papille gustative effettivamente lo assaggino non conta. Tanto nel feed Instagram non lo mostreremo mai. Rovinerebbe il mood.

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