Sarà l'ugly food a salvarci dall'eccesso di cibo su Instagram?

Cronache di una corrente antiestetica che a colpi di hashtag rivaluta il diritto al junk food (e non solo).

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Charles Deluvio su Unsplash

#Darkcuisine. Non è un movimento brutalista di architettura, né cucinare al buio (e mettere il sale nel caffè). #Darkcuisine è l’hashtag Instagram che mostra i lati oscuri del cibo. Ma non si parla di sofisticazioni alimentari o di inchieste sul food market, niente di più lontano. La dark cuisine è il titolo onorifico sotto cui si possono scoprire i benefici dell’ugly food, il cibo brutto. E basta. Contro tutti i canoni estetizzanti delle foto di cibo su Instagram, lontanissimi dai concetti del cibo glitter, delle foto con la luce giusta, dei foodies arrampicati sulle sedie per tirare fuori lo scatto perfetto da caricare sui propri profili (per pagare via followers). Ma quel cibo solo fotografato, forse sprecato, non realmente amato se non per qualche cuore sui social, non rientra affatto in questa categoria: qui si parla di esperimenti dadaisti che vanno assolutamente assaggiati. Magari sputati, ma empiricamente vissuti.

Dark cuisine e ugly food per celebrare il brutto ma buono, che in Italia è anche il nome di un celebre biscotto qualitativamente eccelso per quanto esteticamente poco appetibile. C’è una sorta di ricerca antimolecolare e subatomica sul cibo che va contro la sovraesposizione estetica degli alimenti. Instagram imbottito di piatti meravigliosi, ricette incredibili, luci ricercatissime in foto juicy che devono invogliare al consumo. L'ugly food movement va completamente, sardonicamente, dalla parte opposta. Sembra gridare “guarda che cosa sono riuscito a mangiare” e non si limita a glorificare cose (non c'è altra definizione calzante) come il pane spolverizzato con il brodo granulare. “Si può riferire a qualunque cosa che sia difficile da inghiottire, ma può anche applicarsi a piatti deliberatamente creativi per quanto inaspettati” racconta al New York Times la chef losangelina di origine cinese Jenny Gao. L’etichetta di ugly food serve a includere tutti i risultati di combinazioni pericolose tra ingredienti lontanissimi, vera cucina sperimental-futurista che solitamente non si confesserebbe a nessuno: omelette con i kiwi, zucchero filato sciolto in brodo di carne, erbe amare nei dessert, una torta cioccolato & maionese... Contrasti estremi e ad altissimo rischio che beneficiano però delle critiche e del giudizio pubblico. A volte è facile che un’idea apparentemente bislacca si riveli, in realtà, una combinazione vincente: il caffè con l’uovo vietnamita, ad esempio, nasce dalla necessità di sostituire il latte mancante con qualcosa che fosse egualmente cremoso e godurioso. O come un olio al peperoncino mescolato ad un gelato alla vaniglia: sulla carta improbabile, nella realtà un mix intrigantissimo (e più buono del gelato salato). Ugly food fortunato, insomma. “Il termine non è peggiorativo, lo si usa come un’etichetta amorevole per quei piatti che a prima vista sembrano sgradevoli, quando non addirittura alieni, la loro trasgressività parla da sola” scrive Ligaya Mishan sul New York Times. E un flash appare in testa: la poca appetibilità/tanta praticità dell'aspic tanto in voga negli anni 70, vero simbolo del riciclo più esasperato, fortunatamente relegato in album fotografici che non fanno rimpiangere nemmeno un secondo di quel periodo gastronomico.

Ma come si stabilisce la bruttezza estetica e gustativa di un cibo, date le incolmabili distanze dei canoni estetici e le sfaccettature delle papille nelle differenti culture del mondo? In Cina vale un paradigma, in Brasile un altro. Quello che è considerato un classico del sapore in Australia, in Italia potrebbe far rivoltare più di uno stomaco e viceversa. Il senso di (dis)gusto cambia di posto in posto: il Disgusting Food Museum, il museo dei cibi più disgustosi al mondo recentemente inaugurato a Malmö in Svezia, ha esplorato proprio il misterioso universo delle percezioni dei sapori. Cercando, nonostante tutto, di educare le papille gustative alle differenze e di far conoscere qualcosa che probabilmente non avremmo mai mangiato. La crescita dell’ugly food, il cibo brutto su Instagram, è una rivolta politica, estetica, di gusto. Basta con le fotografie laccate di cibo perfetto, bellissimo, che tutti definirebbero come gustoso: basta con il #foodporn finto peccaminoso, volto soltanto ad aumentare i like alle proprie fotografie (o a vantarsi delle proprie cene stellate, ça va sans dire). Via libera assoluta allo sfogo degli abbinamenti più strani, eccentrici, esagerati e con probabilità siderale di finire dritti spediti nella spazzatura: cibo brutto dal punto di vista gustativo, cibo detestabile, cibo che matericamente appartiene al concetto del “disgustoso” immediato. Ma magari presentato benissimo. Perché l’occhio vuole la sua parte sì, ma per essere ingannato nella più beffarda delle prese in giro visive: il profilo Instagram Chef Jacques La Merde (avete letto bene), creato dalla chef canadese Christine Flynn, ridisegna il concetto minimalismo culinario di alto stile usando il peggiore junk food presente nell’industria. Crumble di nachos, riduzioni di bevande energizzanti, quenelle di yogurt scaduti ricoperti di frutti surgelati. La battaglia sottile e ironica per un gusto meno snob, che confonde con l’estetica ma nobilita la spesa quotidiana dei guilty pleasure più segreti. La dark cuisine dei foodie nelle dispense più gourmand e salutari.

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