Tutta la verità su cosa vuol dire lavorare da McDonald's

Un paradiso di opportunità per giovanissimi, o un infernale rito di passaggio per non lamentarsi mai più del proprio lavoro? La parola a chi ci sta dentro.

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NICOLAS ASFOURIGetty Images

Ci sono cose che vanno fatte come atto dovuto, perché da qualche tempo a questa parte serpeggia fra la gente un dubbio, una frase che riesce più difficile del fatidico “ho sbagliato” che Fonzie di Happy Days non riusciva a pronunciare: “e ora mi toccherà parlare bene anche di McDonald’s?”. Se le sfide vi piacciono, immaginate allora quella di recarsi a un incontro stampa con i vertici di McDonald’s quando non mangi carne dal 1984 e, soprattutto, quando il giorno prima Alessandro Gilioli dell’Espresso ha scatenato una sfilza di polemiche sui social pubblicando un pezzo bomba intitolato La bistecca inquina (molto) più della plastica. Ma non vogliamo sentircelo dire. L’occasione è l’annuncio del McDonald's Talent Day, la giornata del 14 settembre 2019 in cui un ragazzo/a in cerca di lavoro può andare nei ristoranti a parlare con i dipendenti per capire cosa vuol dire davvero lavorare da McDonalds. “Stiamo cercando di rimuovere i pregiudizi su di noi”, dicono le tante, sorridenti persone dello staff aziendale.


Sono decenni che lo sport preferito dei complottisti seri, non i cacciatori di scie chimiche con retini da farfalle, è quello di dissotterrare gli scheletri delle multinazionali chiusi in armadi blindati sepolti sotto quattro metri di cemento. McDonald’s è da sempre uno degli obiettivi preferiti. Sono passati 14 anni da quando il regista e sceneggiatore Morgan Spurlock ha girato il docufilm Super Size Me per dimostrare, sotto il controllo di uno staff medico, i cambiamenti (in peggio) nel suo organismo quando ha seguito per un periodo di tempo un’alimentazione esclusivamente a base di pasti McDonald’s, tre al giorno, colazione compresa. In molti ricordando le interviste agli apicali della multinazionale del panino in cui alla domanda “ma non ci sono troppi grassi nei vostri menù?”, la risposta standard era: “i grassi fanno parte di una corretta alimentazione”. Da lì a oggi, nel mezzo, è passato anche un best seller come Open, la biografia in cui Andre Agassi racconta, tra l’altro, come il suo nutrizionista gli concedesse di indulgere, di tanto in tanto, in un fast food perché i benefici sull’umore erano superiori a quelli del solito pasto con i valori calcolati.

Da allora sono cambiate molte cose e non sarebbe giusto negarle. Esistono persino gli happy meal veg. Sono cambiate soprattutto in Italia, dove una leggenda (mai confermata?) racconta che siamo il primo paese dove qualche anno fa, pare in Calabria, è fallito il primo ristorante McDonald’s del mondo (al tempo si chiamava solo “fast food”). Per gli italiani il cibo è sacro e la qualità del cibo è un credo. Il menu standard McDonald’s ha retto finché reggeva la moda, poi sono comparse le insalate e progressivamente è stato necessario spazzare via dall’immaginario del consumatore l’idea dell’hamburger surgelato che arriva da chissà dove, scaldato sulla piastra a Roma, o Milano o a Reggio Calabria senza distinzione. Durante il McDonald's Talent Day ci spiegano che oggi l’80% degli ingredienti è made in Italy: la carne viene dal modenese, il pane da Monterotondo in provincia di Roma, i dolci sono Bindi, il parmigiano è Dop, il pollo è Amadori, l’olio calabrese, le patate arrivano da Marche ed Emilia-Romagna, e così via. Ogni tanto, mi dicono, portano un po' dei direttori a visitare le aziende fornitrici. Arriva il momento di far parlare il gruppo di dipendenti incaricati, al sodo, di sfatare un’altra vecchia storia iniziata qualche anno fa, quando si scomodò la Cgil per criticare uno spot televisivo di ricerca personale e un ex dipendente raccontò dei ritmi serrati e delle casse col timer, per monitorare quanto tempo si impiega a battere uno scontrino.

Si fanno avanti due delle dipendenti selezionate come testimonial, portano un microfono auricolare per avere le mani libere. Premettono di non essere delle conduttrici ma viene voglia di dire loro: “veramente in tv sareste perfette, fateci un pensierino”. Dizione buona, denti perfetti, declamano il discorso su quanto siano felici di lavorare in un ristorante McDonald’s, rispettano i tempi comici per le battute e le parti da dire insieme. Una delle due racconta la sua scalata fino al ruolo di direttrice a soli 26 anni; l’altra racconta di come il contratto stabile le abbia permesso di acquistare un’auto. Parla anche Mario Federico, Amministratore Delegato di McDonald’s Italia che spiega di aver fatto la sua gavetta partendo dal ruolo di cameriere. Quando è stato nominato nel 2016, più nel dettaglio, raccontava al Corriere della Sera di essere approdato nella multinazionale americana dopo 15 anni come dipendente della catena Hilton, passando anche per il ruolo di direttore generale all'Hilton Munich Park, e di aver poi accettato di cambiare, e di fare nove mesi di training nei ristoranti per capire di cosa si tratta. “Il pezzo da novanta non sono io, ma questi ragazzi, che sono il biglietto da visita del ristorante”, dice indicando i testimonial della campagna.

Altro dato di fatto che separa il McDonald’s di oggi da quello di 30 anni fa, appena approdato in Italia: si sta alzando il tiro. Ci sono catene di fast food negli States che comunicano l'idea del rifugio di chi non può permettersi di meglio, un luogo aperto 24h in cui, a New York, pisolano i senzatetto con le teste che ciondolano sulle spalle. I ristoranti si evolvono anche nell’accoglienza forse perché il cliente non abbia mai la sensazione di essere un cittadino di serie B, nonostante i prezzi rimasti a buon mercato. Le macchine del caffè sono Cimbali, è stato introdotto il servizio al tavolo nei ristoranti (quando si ordina alla cassa e il cibo viene portato a tavola.) In America ha fatto scalpore la notizia degli panino di lusso, di carne fresca, hamburger che hanno riscosso molto successo. La cucina in Italia oggi produce solo cibo fresco, una lavorazione di 85mila tonnellate di materiali l’anno divise fra 600 ristoranti. Parla una ragazza di Como, straniera ma con un buonissimo italiano. Si occupa di accoglienza e assistenza del cliente anche al tavolo. È una madre, per cui si sente portata ad organizzare gli eventi dei bambini e spiega che McDonald's le ha permesso di integrarsi meglio nel nostro paese, un’opportunità che magari qualche altra azienda non le avrebbe dato. Punto a favore.

Le patatine sono i 2/3 delle ordinazioni globali.

Parla una studentessa italiana, impegnata anche lei nell’accogliere i clienti. Si sente maturata dall’esperienza, ora organizza il lavoro del ristorante. Pochi giorni fa ha seguito il corso per diventare manager McDonald's e l’ha superato col massimo dei voti. Un’altra innegabile verità su McDonald’s è che lavorarci per un po’ (warning: neologismo) de-bamboccionizza. Un ragazzo che ha lavorato nelle cucine, o alle casse, è come un automobilista che ha guidato a Roma o a Napoli: dopo potrà guidare ovunque. Qualcuno chiede se ci sono opportunità di lavoro anche per figure che non siano esattamente junior. Il direttore delle Human Resources Massimiliano Maffioli risponde di sì, che al Talent Day non ci sono limiti e che l’età media dei dipendenti è 31 anni, quella dei manager 35: “abbiamo molti studenti che abbassano la media”, spiega. Ma la sensazione generale è che i ritmi da seguire sarebbero troppo pressanti, a una certa età, infatti è raro vedere 50enni alla cassa o ai tavoli. Per stare dietro a quel milione di persone che entrano ogni giorno nei ristoranti McDonald’s ci vuole energia. Servono anche flessibilità e capacità relazionali. E qualità di leadership, saper motivare e condurre i ragazzi nella crescita, se si aspira a diventare direttori. Ma lavorare qui è come fare il calciatore o la modella: a una certa età devi smettere, non tutti possono diventare amministratore delegato.

Si passa all’esposizione di alcune iniziative che stanno prendendo vita. I corsi di lingua per i dipendenti, perché quando il turista ha paura degli scontrini stratosferici emessi dagli italiani, finisce per mangiare in un posto in cui sa di non temere sorprese. Ma anche per insegnare meglio l’italiano ai dipendenti stranieri. C’è anche il progetto delle borse di studio, un bonus meritocratico destinato a chi ha buoni voti e non è fuori corso. Uno dei ragazzi testimonial racconta di essere stato assunto mentre era studente di Scienze Motorie, ma anche istruttore e giocatore di calcio a 5. Dice di essersi trovato a suo agio, a lavorare in un McDonald’s, perché è abituato allo spirito di squadra. Mi avvicino a Luigi, da Secondigliano. Ha iniziato a a 21 anni, quando aveva già una figlia. Cercava lavoro e glielo diedero loro. Ha fatto tutto il percorso, tutta la formazione. Ora ha due figlie, la prima ha 13 anni, e lui è direttore. Gestisce 40 persone di un ristorante che movimenta due - tre milioni di fatturato l’anno. Gli chiedo quali siano le caratteristiche negative che portano a scartare un candidato. Risponde che non esistono persone inadatte a lavorare con loro, da ognuno si può trarre il meglio, basta avere la voglia di lavorare. E se il candidato è proprio impresentabile? “Mai dire mai, valutiamo di caso in caso, a volte persone apparentemente inservibili poi si rivelano imbattibili in qualche settore”.

Interviene Tommaso Valle direttore comunicazione McDonald’s Italia. “Magari le spiego io, che conosco meglio le dinamiche”. Luigi sgombera il campo. Valle mi spiega che McDonald’s Italia ha 24 mila dipendenti, il 62% sono donne e i ruoli di manager sono distribuiti al 50%. Passano vassoi con patatine bollenti e sono già al terzo cartoccio. Le patatine sono i 2/3 delle ordinazioni globali. Visto che Valle è un portavoce ufficiale, gli chiedo quali sono le iniziative che stanno portando avanti sul fronte della sostenibilità. “Le cannucce le diamo solo a chi le chiede, stiamo abituando i consumatori a farne a meno per quando la normativa europea entrerà in vigore", spiega. "I vecchi packaging in polistirolo di un tempo ora non si vedono più, e si prosegue verso la cellulosa o la plastica compostabile. A breve i ristoranti verranno completamente ammodernati per permettere al cliente di differenziare ogni singolo incarto o avanzo. Per quanto riguarda l’umido, per ora lo stiamo conferendo regolarmente, ma abbiamo intenzione di avere, per il futuro, una tracciatura sulla destinazione che prende. Ci sentiamo una grossa responsabilità: a parte essere sempre sotto i riflettori, i volumi dei materiali che movimentiamo sono veramente alti”. Spazzolo un vassoio di Pepite all’Asiago Dop e saluto.

Fuori, telefono a un’amica direttrice di un McDonald’s, molto lontana da Milano, e le chiedo se le va di confermare o smentire quello che sentito, anche senza essere citata. Mi risponde che non se la sente, ha firmato un accordo di riservatezza e ha intenzione di avere un figlio, per cui non vuole grane, teme di essere riconosciuta. Chiamo un altro amico che lavora in un ristorante McDonald’s da circa un anno, un under 25. Sono le 11.30 e sta pranzando prima di iniziare il suo turno: è straniero, dice che non sapeva nulla dei corsi di lingue ma forse non glieli hanno proposti perché parla bene l’italiano. Mi dice che il suo contratto è il classico, apprendistato 24h a settimana. Dice che la paga è adeguata “ma solo perché vivo con papà e mamma”, e che il colloquio è stato molto severo. La selezione c’è, eccome. Lo saluto chiedendogli se questo è il lavoro della sua vita e se vuole fare carriera: “Beh”, mi risponde, “se dovesse capitarmi qualcosa di più adatto alle mie qualifiche, ovviamente, la accetto. Ma per ora va bene questo”. Come diceva qualcuno, lodare sempre chi, pur di lavorare, non è troppo choosy.

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