Un luogo del pensiero, e la prova di una città che è sempre stata molto di più di quello che dava a vedere, il Plastic. E se a Milano, in questo momento nel quale è capitale morale ed economica indiscussa, si è spesso contestato di essere, nonostante tutto, disperatamente provinciale, per via delle sue dimensioni ridotte, il Plastic è stato, nel 1980, la prova schiacciante che invece la città all'ombra della Madonnina, al calare della notte, sapeva diventare più metropolitana di New York. Aperto da Nicola Guiducci, dj avanguardista che mixava sul piatto la new wave e Puccini ancora prima che la tendenza arrivasse nella Londra del punk, e dal patron Lucio Nisi, scomparso solo la scorsa settimana, la cui storia ha i contorni di una favola, nel corso degli anni al duo si è aggiunta Sergio Tavelli e la quota rosa di Pinky, ovvero Rosangela Rossi. A quell'indirizzo di Viale Umbria, civico 120, nell'area di Porta Vittoria, di cui si raccontava quasi 40 anni che fa sarebbero arrivati prossimi i lavori di riqualificazione, e il conseguente sfratto (spoiler: i lavori di riqualificazione dell'aria stanno iniziando adesso) i due presero in affitto un magazzino poco invitante, a cui sembrava mancare l'aria. E lo trasformarono nell'indirizzo che si sussurrava di bocca in bocca nella Milano underground, quella delle drag queen e della comunità gay, con la quale il Plastic simpatizzava prima che arrivassero termini come gay-friendly o comunità LGBTQ a dare a questa fetta d'umanità una patente di validità.

Al Plastic non importava chi eri o come ti vestivi, ma a che ritmo volevi ballare,

e quanto eri disposto a essere te stesso. L'unica discoteca a ricevere l'Ambrogino d'Oro, nel 2009, a conferma del suo status internazionale, qui ci venivano non solo gli italiani della creatività – da Elio Fiorucci che si schierò pubblicamente quando si parlò di sfratto, a Oliviero Toscani che invece cercava su quel dancefloor i volti nuovi, lontanissimi da quella "Milano da bere" di bauscia e cumenda, nata già vecchia – ma anche Andy Warhol, Freddie Mercury, Madonna, Elton John, Bruce Springsteen, Prince, Keith Haring – che pareva, come da copione, avesse un debole per il dj – e Grace Jones che a volte prendeva un aereo da New York solo per passare la serata qui. La selezione all'ingresso era feroce, arbitraria, come nei club della Grande Mela: entravi se eri in lista, o eri un habitué, il cui volto era noto alla famiglia che si riuniva ogni giovedì, venerdì e sabato, ma anche la domenica a perpetrare quella danza rituale che scandiva i ritmi del Plastic. Guadagnarsi il privé era un atto di eroismo: a decidere le sorti di avventori che si sfidavano come gladiatori nell'arena era il Cesare delle piste da ballo, Giuliano Cairoli, che al Plastic aveva cominciato ad andarci appena 18enne, e poi aveva trasformato quel desiderio di evasione notturna, quella pausa danzereccia dalla banale quotidianità, in un lavoro. Le mani cariche di anelli, guardava da uno spioncino della porta chi cercava di accreditarsi nella zona più ambita del locale, dove chiacchieravano Fiorucci e l'amica Vivienne Westwood, Donatella Versace, Karl Lagerfeld e Miuccia Prada, le sorelle Sozzani che ballavano sulle note di Mina. E decideva, su basi assolutamente arbitrarie – "bisognava stupirmi, con l'abbigliamento, o con la determinazione nello sguardo ", diceva – chi era ammesso o meno. Che lo facesse in mutande e pelliccia nulla toglieva alla sacralità insindacabile del suo ruolo. Di eccessi ce ne sono stati, al Plastic, ma il pugliese Nisi, fondatore e padre spirituale di tutta quella sgangherata famiglia, cercava di allontanare il pericolo dello smercio di droghe: il Plastic traballava, in una struttura che si sapeva, a un certo punto, sarebbe stata rasa al suolo, e non aveva certo bisogno di denunce. All'ingresso di quell'antro magico aveva fatto installare una luce nera, che riconosceva, su abiti e facce, il bianco fatale della cocaina, distinguendolo dalla semplice forfora. "Sono un socialdemocratico prestato alla gestione di un bordello", diceva, citando una delle serate più famose del locale, l'House of Bordello. Quando la festa finiva, ed era il momento di tirare le serrande, era Nisi a compiere l'operazione. Dopo mezz'ora, all'alba, era già da un'altra parte di Milano, nello specifico a scegliere primizie per il suo banco di frutta e verdura, che poi era la sua attività iniziale, quando si trasferì in città, arrivando dalla Puglia. Lo fece per dieci anni, e non si sa dove prendesse le energie, quest'uomo della notte che però era solare come pochi, fino a quando si dedicò totalmente al Plastic.

Courtesy Photo
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In quello spirito, nello stesso civico oggi nasce Killer, ristorante guidato da cinque soci dai background più disparati Se il Plastic è dal 2012 in via Gargano, altro quartiere post-industriale, altra location improbabile – un ex locale per scambisti nascosto in periferia – e riesce a mantenere la stessa magia di allora, il Killer è sorto con il desiderio comune di favorire, come per il Plastic, gli incontri di persone (e di sapori) con piatti da condividere e cucina guidata da uno dei soci, Andrea Marconetti, laureato in fisica anomalo, capello folto e braccia ricoperte di tatuaggi, convertito per passione all'arte culinaria.

L’interno del nuovo ristorante Killer
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Se l'interior industrial si distacca dal Plastic, che era invece tutto una gioiosa dicotomia di vecchi lampadari in cristallo a goccia e video finestre alle pareti, divani damascati delabré e luci al laser, le vibrazioni pop riverberano grazie ai lavori degli artisti appesi alle pareti, nelle luci al neon che accolgono all'ingresso, e soprattutto ad un programma culturale che, a rotazione celebrerà il lavoro di creativi e artisti: la prima mostra qui ospitata sarà dedicata al pittore varesino Luca Lischetti.

Un angolo del Killer
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Se la sala showcooking sarà utilizzata per offrire spettacolo, in senso culinario e di interior design, l'ingresso è dominato da un bancone silver dove ordinare da bere (cocktail come il Negroni fat washed con burro di cacao e cardamomo nero o 100 etichette di vino). Nella sala Pollaio e nella Sala Pink si dividono i circa 80 posti del locale. Nel menù? La stessa sperimentazione con la quale Guiducci sceglieva i dischi: un esempio è la mozzarella con dashi, pomodorini, katsuobuoshi e clorofilla di basilico o i mondeghili con salsa teriyaki, così come spaghetti freddi con burro di Normandia, erba cipollina e caviale. Insomma, il destino del Killer sembra lo stesso del Plastic: quello di far cadere in veloci (e letali) infatuazioni i suoi avventori. Invece di consumarsi però sui divanetti damascati, le passioni troveranno sfogo seduti al bancone, corredato dai bartender fascinosi del caso, o magari sbirciando lo chef nella cucina a vista. Con la benedizione di Lucio Nisi.

La guancia di vitello, servita al Killer
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