Natale, quel periodo in cui l’augurio “anche a te e famiglia” si alterna al pensiero di potere/dovere sollevarsi da ogni normale attività. Specialmente mangiare. Il menu delle feste è esponenziale alla voglia di festeggiare: memori di retaggi culturali di abbondanza, seppelliamo le tavole di Natale e dintorni sotto montagne di piatti, preparazioni strettamente stagionali o specificatamente natalizie, dolci celebrativi e quanto altro. Così il gusto per la celebrazione va di pari passo con quello di mangiare particolari delizie presenti solo in questo periodo dell’anno. Se si appartiene all’accolita di golosi che non si preoccupano di cosa mangiare per non ingrassare a Natale (spoiler: non è tanto cosa, tanto quanto ne mangiamo e quanto a lungo) e tengono il discorso dei chili lontano dal loro perimetro (e campo visivo), i problemi stanno a zero. Ma non è per tutti così.

Per chi segue una dieta rigida, l’ansia da cibo di Natale può diventare un vero problema. Si perde il piacere della tavola, la condivisione, la tavolata con gli amici o con i colleghi, e si pensa solo a cosa mangiare a Natale senza ingrassare concentrando le proprie preoccupazioni sul tema più facile. È vero che vanificare gli sforzi compiuti per perdere peso abbuffandosi sotto le feste fa sentire in colpa, è una reazione comprensibilmente umana, quasi una sconfitta personale. Ansia e cibo in psicologia sono correlati: chi ha disturbi del comportamento alimentare o rapporti complicati con il cibo può arrivare a vivere il periodo delle feste con la paura di non riuscire a controllare portate, calorie e scelte alimentari, e andare in panico. La reazione primaria è quella di sbattere direttamente le porte in faccia all’esperienza culinaria unica del Natale (quando non ai parenti in visita), vivendo malissimo il momento goloso del menu delle feste.

L’ansia da cibo esiste, è assodato. Sotto Natale può arrivare ad acuirsi particolarmente, però si può superare. I fattori in gioco in questo stretto rapporto tra psicologia e alimentazione sono principalmente tre: i pasti in sé, le festività e le persone che vi prendono parte. Trovare un equilibrio che armonizzi le componenti è il primo passo per vivere serenamente la relazione con il cibo delle feste. “Il cibo non è solo nutrimento, è cultura, celebrazione, delizia. Ci si possono concedere cibi solo perché sono deliziosi o emotivamente nutrienti” sostiene la dietista Whitney Catalano sul New York Times. Tradotto: una porzione abbondante delle deliziose patate sabbiate non vi ucciderà, così come la giardiniera dello zio o la doppia razione di tortellini in brodo; soprattutto, non dovrete pagare per nessun peccato dopo averle ingerite.

Nella diet culture occidentale, far seguire al piacere del cibo l’espiazione del piacere stesso è diventato un pericoloso automatismo, legato ad un concetto di frugalità da asceti che perdura ancora oggi. “In realtà nelle facoltà di nutrizione si dice sempre che non si ingrassa da Natale a Capodanno, ma da Capodanno a Natale” scherza la dietista Sara Olivieri. “La vera fregatura è che in realtà sotto le feste si tratta di 3-4 cene. Tre sgarri in una settimana non fanno ingrassare, il resto dei pasti sì, perché normalmente non circolano panettone, dolci, avanzi e tutto ciò che abbiamo a disposizione durante i giorni di festa. La colazione col pandoro, la cena con gli amici, quella con i colleghi, e in 20 giorni hai mangiato per 40. Poi se vogliamo dare la colpa ai carciofi fritti, diamogliela, però in verità non sono loro” specifica la dottoressa Olivieri. “Continuiamo ad essere convinti che sia una cosa a farci ingrassare, ed è uno scarico di responsabilità, forse non vogliamo capire che è il complesso che conta. Un po’ è lo stress delle feste, ovvero “ne mangio un po’ di più” perché diventa uno sfogo: se vivi male tutti i giorni, hai bisogno di fuggire. Una volta non ti uccide, ma se hai bisogno di un'occasione per una fuga in realtà stai creando un loop. È un'ansia da cibo costante: non è una paura vera, è la preoccupazione di qualcosa che potrebbe accadere. Starci dentro tutti gli anni nello stesso modo è rassicurante, come le persone che fanno sempre ritardo anche quando sono in anticipo” prosegue la dottoressa. Negarsi un alimento goloso equivale ad essere virtuosi, almeno nella propria testa: non mangiare un cibo che fa male (o siamo convinti che lo faccia) ci sa sentire bene, come se eliminassimo un problema. In realtà una sana relazione con il cibo si impara con la scoperta, l’assaggio, la concessione del piacere se vogliamo restare nell’ottica lussuriosa dell’alimentazione.

È anche vero che l’ansia da cibo viene soprattutto dai cosiddetti trigger, elementi scatenanti di una determinata situazione. Se siamo in rapporti delicati col cibo, le persone con cui condividiamo occasionalmente il desco possono complicare il coefficiente di difficoltà. E quando queste sono persone tossiche, le nostre sicurezze costruite a fatica vengono sottoposte ad una pressione esagerata. Magari sono quei parenti lontani che normalmente teniamo a debita distanza, amici d’infanzia che vediamo una volta l’anno se va bene, colleghi di altri dipartimenti alla festa aziendale. Per sfuggire all'ansia sociale di incontrarli e affrontare con loro certi topic, mettere le cose in chiaro in anticipo è l’unica salvezza: se non vogliamo che si esponga la questione peso/fisico/body image in nostra presenza, si deve giocare di strategia. Con fermezza, si può dire che non vogliamo discutere di tale argomento a tavola, perché siamo sensibili al rapporto col cibo e per correttezza preferiremmo parlare di altro. La semplicità dell’esposizione neutralizza anche la battuta più caustica e possiamo procedere nel pasto senza patemi extra. Si può deviare direttamente la discussione verso altri lidi da conversazione (ma evitate sempre la politica, il ring casalingo è bene che si limiti alla tombolata). In caso di superamento del limite, non vi resta che essere spietati: come per l’argomento tabù "quando farai dei figli", facilmente estratto dal calderone delle cene di famiglia, potete replicare con un netto “cosa mangio non ti riguarda”. Anche decidere di non replicare è un’ottima soluzione: “Non è il tuo lavoro smussare gli angoli di tutto, o farti piccola per dare spazio alle idee di qualcuno che pensa che il mondo debba essere in un certo modo” sostiene la scrittrice e podcaster di She’s All Fat Sophie Carter-Kahn.

Esistono delle tecniche e dei consigli per l’ansia da cibo, e come superarla senza necessariamente farsi invischiare da rigidità mentali. Un suggerimento è quello di comportarsi come il giudice di un culinary talent, analizzando le pietanze con scientifica perizia. Manca la parte crunchy? Come è presentato, come è impiattato? Il profumo è avvolgente o meno? La cottura è giusta? Quale sapore persiste, come lo descriveresti? Homemade Masterchef. Favorisce l’esperienza del mangiare e un’immersione totale nel piatto, perché la razionalizzazione degli ingredienti e delle componenti aiuta a combattere il panico da calorie ingerite. Poi, fare mente locale e contare gli effettivi giorni di eccesso: “Su 35 pasti in una settimana, 5 al giorno per 7 giorni, vuoi che 5-6 complessivi facciano così tanta differenza? Non servono grossissime strategie per superare la questione. Eventualmente basta preferire cibi un po’ più leggeri negli altri pasti, se proprio si vuole. Ma a pensarci bene, anche l’ottica di compensare col pasto successivo fa più male di viversela liberamente: una cosa bella, piacevole e gustosa la vivi nell'ottica del fatto che devi recuperare. È terribile. Meglio godersi il momento e basta” conclude la dottoressa Olivieri. E date un bacio a quel panettone sotto il vischio, per suggellare finalmente la pace fatta.