Nella vita di Agitu Ideo Gudeta, la pastora imprenditrice dall'Etiopia al Trentino

La Regina delle Capre Felici è stata uccisa a 42 anni, ma la sua vita è stata una potenza di scelte e caparbietà, sempre con il sorriso.

capre
Max Kleinen/Unsplash

La morte di Agitu Ideo Gudeta a 42 anni nella sua casa di Frassilongo in Trentino, è la notizia che non doveva chiudere questo 2020. A oggi gli ultimi aggiornamenti confermerebbero che Agitu Gudeta è stata uccisa da un suo collaboratore reo confesso, Adams Suleimani, il movente nell'espressione "dissidi economici". Chi era Agitu Ideo Gudeta? In primis: una donna che aveva vissuto ogni sfumatura dell'esistenza e da tutte aveva imparato qualcosa. Diventando un esempio e un simbolo senza farlo pesare. In bilico tra Italia e Etiopia, Agitu Ideo Gudeta era nata ad Addis Abeba e a 18 anni si era trasferita in Italia per la prima volta. Obiettivo: laurea in Sociologia all'università di Trento, storica facoltà per la disciplina sin dai tempi del Sessantotto. Invece la sua famiglia aveva scelto gli Stati Uniti sin dal 2000, in Etiopia il padre di Agitu Gudeta era professore universitario ma la situazione politica lo aveva spinto a partire. Il post conflitto tra Etiopia ed Eritrea, causato da una disputa sui confini, aveva minato duramente l'economia e la stabilità sociale del paese.

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Rientrata nel paese africano dopo la laurea, Agitu Gudeta si era impegnata lungamente nelle proteste contro il land grabbing, una pratica molto diffusa per favorire le colture delle multinazionali destinate all'esportazione, e aveva partecipato alle manifestazioni pacifiche per denunciare lo sfruttamento nell’Oromia, la regione della capitale Addis Abeba. "Denunciavamo l’illegalità degli espropri forzati dei terreni agricoli, voluti dal governo a spese dei contadini locali" raccontava Gudeta a Internazionale. "L’Etiopia è un paese ancora agricolo e queste politiche del governo riducono alla fame i contadini che sono costretti a lavorare per le multinazionali per 85 centesimi di dollari al giorno". Nel 2005 il fragile governo guidato da Meles Zenawi, autoproclamatosi vincitore di quella tornata elettorale tra le denunce degli osservatori internazionali per brogli, represse i manifestanti dispiegando le forze di polizia. Amnesty International parlò di prigionieri di coscienza per descrivere la situazione dei dissidenti arrestati. Agitu Ideo Gudeta resistette fino al 2010, ma le minacce subite dall'allora governo la costrinsero a prendere una decisione: era il momento di andarsene.

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Scelse ancora una volta l'Italia e il Trentino. "Quando sono scappata dall'Africa ho dovuto crearmi un lavoro. Posso dire quasi che sono una pioniera" raccontò in un documentario per l'emittente tedesca DW. Con appena duecento euro in tasca, la conoscenza della lingua, qualche amico rimasto dai tempi universitari per i primi appoggi, Agitu Ideo Gudeta aveva in mente di fare qualcosa per sé. In Etiopia aveva lavorato ad alcuni progetti con i pastori nomadi del deserto per l'allevamento di capre e si era appassionata al rapporto con questi peculiari animali: resistenti, caparbi, irresistibili. La logica legata ai pascoli trentini e il recupero di razze autoctone ha fatto il resto: un'idea potente e sostenibile di ripopolamento di terreni del demanio, abbandonati da anni nell'emorragia dolorosa che svuota le montagne e le memorie. Agitu Gudeta inizialmente si divide tra un bar di città e il pascolo, infine si sposta nella valle dei Mocheni. Il suo progetto è La Capra Felice, azienda agricola biologica con 80 capre autoctone di razza mochena che mangiano poco e producono molto, annesso caseificio dove il latte viene trasformato in formaggi fantastici (che vincono anche premi di settore), yogurt, e nell'ultimo periodo anche cosmetici a base di latte di capra. La sua è un'impresa davvero felice: insegna le regole del pascolo ai giovani che salgono a imparare un mestiere, controlla il territorio meglio di una truppa di forestali, dà lavoro a chi ne ha bisogno. Ma soprattutto, è l'incarnazione vivente della lotta contro stereotipi, razzismo e pregiudizi. La pastora Agitu Ideo Gudeta è una donna, è un'imprenditrice, è nera, è una rifugiata che ha scelto le profonde valli trentine. Un'aliena per gli abitanti del posto. Lei non si fa piegare, è onesta e aperta, entra nel cuore delle persone fino a diventare un pilastro della comunità di Frassilongo. Non tace le minacce fisiche e razziste, denuncia ogni cattiveria le venga fatta: a gennaio 2020 un suo vicino viene condannato a 9 mesi per aggressione, l'aggravante razzista viene fatta cadere dai giudici. La morte violenta di Agitu Ideo Gudeta ha interrotto dolorosamente un grande progetto di vita e rispetto. La speranza è che il lascito del suo operato sia fecondo.

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