I sei tipi di pane, le uova, i calici, la passione di Christian Dior per la cucina

Buongustaio certo ma soprattutto fine intenditore di aromi e sensazioni, Monsieur Dior voleva anche essere chef. Un sogno realizzato solo sulla carta. Ora rivelato a tutti.

christian dior in paris
Courtesy Dior

«La mattina mi conforto al pensiero del menu da dettare al maggiordomo. E la sera mi addormento pensando alle squisitezze gustate nella giornata». Non è mai stata una vita di stenti quella di Monsieur Christian Dior che anche nel suo primo periodo parigino (era nato a Granville 116 anni fa) con gli amici all’hôtel particulier de Nollet o in rue Royale aveva sempre qualcuno che cucinava per lui, tanto da non toccare molto spesso i fornelli seppure sapesse destreggiarsi tra padelle e coltelli.

Christian Dior nel 1955 nell’attesa di iniziare un frugale pasto
Keystone-France

«Gli ingredienti in cucina sono nobili come i tessuti nella moda» proclamava e in effetti quelle rare volte che faceva la spesa sapeva scegliere molto bene. Vuoi anche perché in famiglia aveva l’occhio lungo quando osservava i domestici nella cucina al piano inferiore della Villa Les Rhumbs. Non solo fiori e piante erano il suo primo sollievo ma anche le prelibatezze della cuoca. Come lui stesso ammise: «Sono troppo grasso per essere elegante. Mi piace troppo la buona cucina».

Uno dei piatti reinterpretati dello Chef stellato Michel Guérard
Courtesy Dior


Lo si può intuire anche dal libro La Cuisine Cousu-Main (ed. Chatelaudrun) che, scritto nel 1972, ha un’introduzione dello chef tre stelle Michelin Raymond Thuilier in cui si parla di quando Monsieur Dior faceva visita all’Oustau de Baumanière per cercare in un piatto la filosofia di una vita o quell’ispirazione aulica e sopraffina come i piatti che gustava. Rieditato nel 2013 da Asprey per circa 900 sterline, ora il volume, di cui sono state stampate solo quattromila copie, è quasi introvabile. La maison Dior, vuoi anche per i lockdown generali che ci costringono a casa, ha pubblicato online le ricette più moderne e semplici dei più di 90 consigli usciti sul tomo originale. Dove il suo gusto classicamente francese faceva intuire di come amasse ostriche e foie gras, ça va sans dire, e cibi sempre accompagnati da salse colorate. E Dom Pérignon come se piovesse: sulle trote o sulle anguille ma anche nel risotto. Le porzioni però non erano mai abbondanti seppure le portate non fossero poche.

Uno dei disegni di René Gruau per il libro di ricette Dior
Courtesy Dior

Il suo amico e famoso art director Alexander Liberman ha ricordato un pranzo nell'estate del 1956. Faceva troppo caldo e lui, con sua moglie Tatiana, sperava in un pasto leggero. Monsieur Dior fece servire cinque diversi piatti a ognuno senza neanche dare loro il tempo di obbiettare. Naturalmente tutto nella sua casa campestre di Milly-La Forêt iniziava con delle uova: alla russa, alla Montrouge, soufflés, andaluse, alla Orsini, alla Chimay, farcite fredde, pochés, Pompadour, Furstenberg o Viroflay. E la lista potrebbe continuare come i sei tipi di pane che esigeva a tavola o le salse che pretendeva sempre diverse. In un altro libro, Christian Dior, Sous toutes les coutures di Bertrand Meyer-Stabley (ed. City Edition), si accenna anche che di quando la Duchessa di Windsor gli fece scoprire il burro con gamberetti, pepe, aceto e menta. Monsieur Dior lo volle come sostituto al suo, ben più casalingo, che comunque faceva servire su piattini di Sevrès e coltelli dal manico in porcellana.

Un dessert ripreso dalle ricette di Monsieur Dior secondo la rivisitazione dello chef Michel Guérard
Courtesy Dior

Man mano il cibo divenne un rito essenziale della sua esistenza. La sua prima colazione era consumata a letto e poi quando scendeva le scale dal suo palazzo in boulevard Sandeau ne faceva un'altra. Dall'autobiografia Christian Dior & moi (ed. Donzelli) fa sapere però che in Inghilterra al risveglio voleva solo tè, porridge e uova al bacon. Costantemente insicuro riguardo al suo status nel mondo della moda, Dior a un certo punto ha accarezzato anche l'idea di una carriera culinaria. «Conosco molte ricette e, chissà, un giorno potrei aver bisogno di qualcosa su cui ripiegare», disse una volta al suo amministratore delegato, Jacques Rouët. E non per nulla nel 1956 la maison Dior ha depositato il proprio marchio nel settore dei vini e liquori. Se non fosse mancato l’anno dopo a Montecatini Terme, forse il progetto sarebbe andato in porto. Per ora il solo caffè disponibile in cui si può bere un cappuccino Dior è a Seoul ma gli omaggi alla cucina CD (come fece il Relais del Plaza Athénée nel 2017) e i cocktail griffati (ad Anacapri e Saint-Tropez per i pop up store) prima o poi torneranno ad allietarci.

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L’illustrazione di René Gruau per il libro di ricette Dior 
Courtesy Dior
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La ricetta delle triglie secondo Christian Dior
Courtesy Dior
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