Gocce di memoria dell'oreficeria contemporanea palermitana incontrano la birra più siciliana di sempre

#GiochiPreziosi // Alla scoperta di Birra Messina e del suo progetto La Sicilia si sente attraverso il racconto di un suo protagonista, l'orafo Roberto Intorre.

Kai Schwabe / Artwork: Federica RomagnoliGetty Images

Uno degli animali più affascinanti e misteriosi del mito è la fenice. L’uccello, le cui piume sono di un color rosso porpora meraviglioso - ed è proprio dalla tinta cangiante che prende il nome -, quando muore risorge dalle sue ceneri, diventando così simbolo di speranza, rinascita e forza. Le stesse virtù le possiedono Messina e i suoi abitanti dopo il drammatico terremoto del 1908, ricostruendo dai resti di una terra devastata una nuova città. In quel periodo di sacrifici ma anche di coraggio sorge un birrificio divenuto tra i più famosi della Sicilia e poi d’Italia: Birra Messina. È il 1923, in uno spazio in centro. L’idea sin da subito è quella di creare una bevanda in grado di richiamare nel suo giallo particolare, le sue bollicine e la bianca schiuma i sapori dell’isola. Quasi un secolo dopo nel capoluogo siculo, non troppo distante da Messina, con lo stesso spirito l’architetto Roberto Intorre decide di trasformare le sue competenze e diventare orafo. L’artista, allo stesso modo di Birra Messina, rientra a pieno nell’immagine concreta di un uomo che nel suo lavoro dedica anima e corpo, combinati a una cura particolare per la propria terra, presente in ogni aspetto del suo modus operandi. Non è un caso infatti che sia tra i 9 protagonisti (per altrettante province) del progetto La Sicilia si sente, promosso da Birra Messina, a due anni dal lancio della versione speciale Cristalli di Sale (alla ricetta tradizionale si aggiungono gli speciali cristalli della Sicilia) realizzata dopo l’accordo con la cooperativa Birrificio Messina e Heineken Italia.

Le creazioni preziose di Roberto Intorre
Giuseppe Sinatra

In ogni monile di Roberto Intorre si respira Palermo, le sue province, la Sicilia intera, comprese le isole. Anche quando non utilizza materiali autoctoni, come il Lapislazzuli. “Viene portato sulle nostre coste dagli Arabi e in breve tempo si espande su tutta l’isola. Palermo è una città che “nutre lo straniero e divora i suoi abitanti” (iscrizione sul bordo della conca del Genio a Palazzo Pretorio, ndr). È accogliente con i popoli che vengono da fuori e la loro cultura”. Racconta l’artigiano che aggiunge: “E poi il Lapis per gli arabi ricorda il cielo stellato delle notti del deserto. E i cieli notturni siciliani sono molto simili. Non siamo distanti dall’Africa, dopotutto”. Roberto non rimane con il naso in sù tutto il tempo. Anzi, esplora il territorio da cima a fondo, attraverso luoghi poco conosciuti, perfino agli stessi siciliani, per trarre ispirazione. E quali sono i loci prediletti dal creativo? “Tutta la Sicilia, innanzitutto. Spesso mi piace prendere la mia moto e partire per esplorarla, scoprendo così spiagge ignote anche a noi isolani, figuriamoci ai turisti. Sono dei paradisi dove in pochi riescono ad arrivare. Il mare è quindi una grande fonte d’ispirazione. Anche se per un po’ di tempo ho trascurato il potenziale dei suoi abitanti. È stata mia figlia a farmelo notare”. E un suo disegno: “Un giorno realizza uno scarabocchio di un pesce. Mi ha incuriosito la sua forma, il punto di vista diverso. E così, grazie a lei, ho iniziato a creare pezzi ispirati ai pesci studiandone ogni aspetto”. Nascono quindi le collezioni Squame, Fondali Marini e anelli dedicati alla sardina o all’acciuga. Anche le Isole Eolie fanno emergere in Roberto forti emozioni. In particolare Stromboli a cui dedica Gocce di magma, il suo battesimo in veste di orafo. Tra bracciali e orecchini emerge in particolare una collana in pietra lavica e argento nelle cui trame spicca un corallo la cui lavorazione è un omaggio alla sciara del fuoco dell’isola. Un continuo flusso di lava proveniente dai crateri del vulcano. (Consiglio: da visitare una volta calato il sole). Eruzioni a parte, il monile in questione vanta un racconto particolare che all’orafo dà grande soddisfazione: “Un giorno mi sveglio e trovo una mail da parte del British Museum. Credevo fosse uno scherzo di qualche amico, come di solito capita, invece è proprio il museo che mi chiede di esporre la collana nella mostra dedicata ai 4 mila anni di storia della Sicilia”.

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Mel LonghurstGetty Images
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ullstein bild Dtl.Getty Images

Non saranno migliaia di anni ma i 98 di Birra Messina sono una scalata rapida verso il successo. Dapprima in Madre Patria e poi su tutto lo Stivale. I traguardi più importanti arrivano nei Duemila però, quando la domanda cresce a tal punto da costringere l’azienda a trasferirsi a Massafra, in uno stabilimento più grande. Ancora oggi lì produce la birra tradizionale. Quella più amata dai siciliani. La stessa ricerca, infatti, rivela che il 96% degli isolani considerano il marchio portavoce dei valori più positivi dell’isola: generosità, ricchezza e passione. Gli stessi ingredienti che Roberto Intorre mette in ogni sua creazione, dall’inizio alla fine, anche se ammette di non sapere con esattezza quando finirà un gioiello. “Il mio modo di creare è spiraliforme. Non è lineare (come in architettura). Tutte le influenze esterne trasformano il pezzo. Lo comincio ma se non sono soddisfatto lo metto da parte per un po’. Mi è capitato di lasciare in stand by un anello per più di un mese”. E quando gli si fa notare che magari è per via di tecniche particolari risponde in realtà che è l’approccio a fare la differenza. Dopo tutto realizza gioielli contemporanei, i quali vanno a dare qualcosa in più alla storia dell’oreficeria e allo stile. “Quello siciliano è certamente il Barocco”. Spiega in proposito. “Io lo recupero ma, come faccio con le pietre che preferisco lasciare sempre grezze in superficie, lo spoglio dal passato e lo studio. Con i miei collaboratori, maltrattiamo il metallo e sperimentiamo, facendo nascere delle increspature sulla superficie che danno vita a oggetti i quali sembrano dei monili archeologici. Non ci piace la staticità, piuttosto comunicare attraverso un gioiello il vissuto mio o del cliente, con il quale facciamo un lavoro quasi psicologico”. Cioè? “Quando mi viene chiesto un gioiello personalizzato cerco di capire l’indole della persona”. Emerge, per Intorre, un dialogo continuo da tramandare. “Del resto il tempo è necessario se si vuole raggiungere l’armonia di un oggetto”. Al vincitore di due riconoscimenti importanti assegnatigli quest’anno, da Michelangelo Foundation e dalla Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte di Milano, lavorare al banco non costa molto: “Amo stare seduto lì per ore, lavorare duro, arrivare a casa con la schiena rotta”. Gli fa capire ogni volta quanto è importante il dialogo con la materia. “È fondamentale”. Anche nel momento in cui si tratta di reinterpretare in versione gioiello un vegetale tipico della Sicilia: il fico d’india. “Amo tutte le piante ma questa è davvero speciale per me”. Tanto da averle dedicato più di una collezione, tra cui la più nota Pizzi e Merletti. L’aspetto del fico che lo affascina di più è la trama che definisce “unica nel suo genere”. Ma in realtà è meraviglioso in ogni suo aspetto, a cominciare dal succo “che pare sia molto più benefico di quello dell’aloe vera”, spiega entusiasta. “E poi beh, si può cucinare tutta la pianta. Alcune parti, se impanate, sono una delizia da mangiare”. Accompagnate, per un’esperienza completa, da un bicchiere di Birra Messina, anche nella versione Cristalli di Sale, indossando un monile di Roberto Intorre al chiaro di luna, e sotto un cielo stellato.

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