Cosa raccontano i carrelli della spesa dopo la pandemia

Un dettaglio particolare racconta come sono cambiati gli acquisti degli italiani tra supermercati e botteghe nell'ultimo anno.

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Siamo ciò che mangiamo, in Italia, è un concetto dagli effetti collaterali divertenti. Esplosivi, anche. Che superano di gran lunga l'esterofilia annunciata, la passione per tutto ciò che arrivi da oltreconfine, le mode alimentari importate a colpi di catene tanto effimere quanto ipnotiche. In una parola, per gli italiani mangiare corrisponde a curiosità. Sono degli eterni ficcanaso tra le pieghe dei fornelli, tuttologi delle tecniche di cottura, cantori dei prodotti tipici italiani per regione, e cultori del pacco di spaghetti trafilati al metallo d'elezione (bronzo, argento o oro: italiani olimpici anche nella pasta). Ma al tempo stesso sono diffidenti, scettici, reazionari dell'immutabile, in grado di discutere per ore sull'origine di un piatto (del quale in realtà ignorano la vera evoluzione gastronomica: i viaggi gastroculturali a ritroso hanno raramente un punto preciso di partenza). Ancorati all'eredità di mamme e nonne, per eccesso emotivo o compensazione non se ne staccano nemmeno dopo la presunta maturità anagrafico-gustativa. Pigri, indolenti propugnatori del "si fa così da sempre" in contrasto con la voglia di assaggiare qualcosa di diverso. Ma niente fusion, è un concetto che non digeriscono, letteralmente.

gli italiani sono il popolo europeo più legato alle produzioni agroalimentari del territorio nazionale

Eppure, con lentezza, cambiano anche gli italiani. I loro gusti, le loro scelte, le loro dispense, non sono più gli stessi rispetto ad un anno e mezzo fa. Lo studio The path forward for European grocery retailers presentato nella primavera 2021 da McKinsey in collaborazione con Eurocommerce, ha indagato proprio sulle proiezioni di spesa alimentare nel futuro immediato, e un dato è particolarmente interessante: nell'economia della sostenibilità e attenzione all'impatto del cibo, 20 italiani su 100 hanno dichiarato che quest’anno compreranno meno prodotti alimentari d’importazione, mentre 31 su 100 aumenteranno gli acquisti di alimenti regionali o locali. Tradotto rapidamente: gli italiani sono il popolo europeo più legato alle produzioni agroalimentari del territorio nazionale, che li rende soprattutto consumatori molto più responsabili rispetto ad altri continentali. Incluse le mode: l'avocado spadroneggia sul mercato da almeno un decennio, ma negli ultimi anni l'agricoltura nazionale ha eletto la Sicilia come il suo faro verde di produzione stagionale, con eccellenti risultati. In linea generale, la lenta ricerca di un modo di fare la spesa diverso prevede sempre meno GDO e più mercati. Tradotto: filiere accorciate, certificazioni biologiche e cacce aperte ai contadini di fiducia, gli unici alfieri che riescano ad abbattere i campanilismi tra comuni e province, riunificando le papille gustative dei connazionali sotto l'egida della verdura di stagione.

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Ed è proprio questo il punto: gli italiani comprano moltissimi prodotti tipici per garantirsi la massima espressione nazionale in dispensa. Ci tengono proprio. Un valore di 2,6 miliardi di euro, rivela la nona edizione dell’Osservatorio Immagino di GS1 Italy, che riguardano quasi 9200 referenze di prodotti in grado di saltare tra un confine regionale e l'altro, anche se in alcuni casi la permeabilità geogastronomica funziona meno. Trentino-Alto Adige, Sardegna e Friuli Venezia Giulia sono le regioni dove l'importazione dalle altre funziona meno, al contrario di Valle d'Aosta e Basilicata che invece aprono facilmente i confini delle dispense: la geografia del gusto ha un suo peso specifico, con remix del tutto inaspettati. Ad esempio il paniere made in Lombardia piace particolarmente in Calabria, Sicilia, Campania e Basilicata, ma il collega piemontese non riesce a scendere più a sud della Liguria, né i prodotti del Trentino-Alto Adige superano la barriera del Veneto. Anche se, va detto, sulla valorizzazione territorial-regionale il Trentino-Alto Adige merita la medaglia assoluta per valore di vendite, grazie a tipicità come lo speck e gli eccellenti vini. Lo seguono la Sicilia (spiccatamente vino, sughi pronti, birre e arance) e il Piemonte, che si fregia del primato di maggior numero di prodotti tipici della regione con 1.152 referenze (davanti a Sicilia e Toscana). L'unità gastronomica d'Italia scalza via la prossimità turistica per saltare allegramente sui prodotti tipici della Campania, che mettono d'accordo quasi tutti con particolare apprezzamento da parte di toscani, lombardi, liguri, laziali ed emiliano-romagnoli, e con il paniere della Puglia cui spetta la massima polarizzazione tra Sud e Nord (Campania, Basilicata, Molise, salendo poi dritti in Lombardia, Valle d’Aosta e Piemonte). I prodotti tipici regionali in crescita? Dal Sud. Spadroneggiano con ottimi risultati Molise, Puglia e Calabria, che conquistano sempre più spazio nei carrelli della spesa degli italiani. All'orgoglio azzurro di calcio, Olimpiadi e Paralimpiadi, tocca affiancare anche anche quello della dispensa.

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