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Il Mediterraneo è da sempre una delle zone più ricche quando si parla di cultura enogastronomica. I mari che lo circondano, così come le vette che lo proteggono e le pianure in grado di cullarne i frutti, lo rendono meta di conquiste sin dai tempi antichi. L’Italia in particolare è approdo di popolazioni alla ricerca di sapori nuovi, più autentici. E se si vuole guardare a fondo, ricercare quelle regioni del Bel Paese che più di tutte hanno subito, e non senza difficoltà, invasioni, la Sardegna è una tra le più vessate. Dai Romani ai Bizantini, passando per i Saraceni agli Spagnoli, fino agli Austriaci. Ma non tutto il male, giocoforza l'istinto di sopravvivenza, viene per nuocere. Questi mondi altri, diversi per usi e costumi, hanno portato in territorio sardo il loro modus operandi, nella vita così come nei modi di coltivare il terreno, rendendolo fertile, anche grazie alle intuizioni dei sardi più autoctoni, i quali erano già in grado, ben prima delle altre popolazioni, di valorizzare i doni della natura. Uva in primis. Peccato che il vino esisteva, veniva realizzato, ma era sfuso. Non veniva imbottigliato con particolare attenzione né all’etichetta né al contenuto. Era il vino da pasto del contadino. Una necessità più che un ideale, una visione vera e propria. Salvador Dalì ha detto che “I veri intenditori non bevono vino: degustano sogni”. E se è detto da un pittore, tra i più importanti del Novecento nonché rappresentante massimo del Surrealismo, movimento che ha fatto dei rêves le sue principali muse, uno non può fare altro che crederci. E domandarsi se alla base di molte imprese positive che l’umanità compie nei secoli non ci fossero proprio intenti onirici. “Quello di Antonio, mio nonno, era sicuramente un sogno. La nostra zona era piena di vigne, da millenni. Tutti ne possedevano almeno una, compreso lui. Faceva anche altro per vivere, era un commerciante, aveva un oleificio. La sua fissa però era quella del vino. Tutto quello che guadagnava, come mi raccontava, lo reinvestiva. L’azienda nasce nel 1938, ma vendevamo vino sfuso. Il vero obiettivo era creare un’azienda moderna”. A parlare è Valentina Argiolas, alla guida dell’azienda vinicola di famiglia Argiolas della quale rappresenta la terza generazione, assieme alla sorella Francesca e con il prezioso supporto del cugino, enologo. E quando si è realizzato, finalmente, il sogno del nonno Antonio? “È stato dopo un viaggio in California, nel 1978”. In quell’anno è iniziata quella che Valentina ama definire “la rivoluzione”, perché prima i campi erano attrezzati per realizzare nettare sfuso, ma quando si progetta di fare vini importanti, imbottigliati con un certo metodo, bisogna stravolgere tutto.

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Cantine Argiolas | Ph: Daniela Zedda
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"Per ciò”, racconta la responsabile comunicazione ed export manager, “la prima bottiglia è arrivata solo nell’88. Non è stato un processo veloce, eravamo e siamo in Sardegna, un territorio complesso e un’isola. È sta una scommessa, che abbiamo vinto, anche grazie all’arrivo di Giacomo Tachis (tra i più importanti enologi nostrani, ndr), con il quale abbiamo scritto la storia del vino in Italia. I valori della famiglia, del sogno, del legame con un territorio, percorrono quasi in linea retta e al contempo onirica la distanza che separa Argiolas con Nadafornada, maison di gioielleria contemporanea realizzata a mano in quel di Napoli fondata dalle sorelle Dafne e Ivana, partenopee doc. Il loro approccio al mondo del gioiello segue un’estetica contemporanea - moderna, come la visione di Antonio Argiolas - senza mai dimenticare le caratteristiche dei luoghi in cui sono nate e cresciute. E dunque nascono collezioni dedicate al Vesuvio, come Vulcano, oppure alla tradizione, come Corno, ispirata al corno anti iella, ma realizzato in modo sofisticato, liberando il simbolo da una patinata esclusivamente folcloristica. A queste due, ne seguono molte altre, tra cui Onde: il Mare Nostrum in tutta la sua bellezza. Le tecniche artigianali con cui la sorellanza di Nadafornada produce i suoi monili si accordano con la valorizzazione dei vitigni Argiolas, i quali vanno dall’importante Cannonau con cui si realizza il Costera, dal colore rosso rubino intenso con sfumature granata, al Turriga, uno dei vini italiani più pregiati, il quale consiste in un prezioso blend di uve cannonau, carignano, bovale e malvasia nera. E poi c’è il grande vermentino Is Argiolas, la cui storia è strettamente legata al mondo del gioiello, alla Sardegna e a Valentina medesima, la quale, se dovesse legare Argiolas al mondo della gioielleria, lo farebbe proprio con questo bianco d’eccezione: “Ricordo bene tutto: era il 2004, ero appena entrata in azienda e dovevo fare il restyling dell’Is. Spesso sulle nostre etichette richiamiamo le arti e tecniche del mondo sardo, non necessariamente legate al vino”. E dopo una lunga ricerca, sfogliando libri su libri, “m’imbatto in un orecchino realizzato con l'arte della filigrana dorata sarda che riproduce una grappolo d’uva. Me ne sono innamorata. Ho preso un po’ d’informazioni e alla fine ho scoperto che era in una chiesa di Iglesias. Sono riuscita a vederlo e mi è stata donata una copia dalla confraternita locale, la quale lo custodiva, per ringraziarci di aver portato questo gioiello sull’etichetta, ma anche in giro per il mondo”. E i viaggi sono la costante anche del mondo Nadafornada, il quale, nonostante il DNA fortemente legato al territorio napoletano, si libera delle convenzioni aprendosi al mondo e a una clientela al di fuori dei confini regionali. E questo grazie a una visione nella quale conta specialmente la sperimentazione, il design, lo studio di forme e come queste si combinano con i diversi materiali: argento, bronzo e pietre come la madreperla, il lapis. E così, si rispetta anche l’ambiente, producendo in modo etico gioielli realizzati con le mani di orafi esperti, senza alcuno spreco. E sostenibilità fa rima con Argiolas. Perché fare vini non è solo una questione di come arrivano al palato o con quale piatti abbinarli. Si tratta di “avere innanzitutto una visione internazionale, globale. Ormai non si può più prescindere da questo tema. E poi la necessità di proteggere la tradizione, l’ambiente, la tutela della biodiversità così come i sistemi di allevamento. Il rapporto con il territorio con uno sguardo che va oltre”. Spiega Valentina Argiolas, la quale attribuisce gran parte del merito di questa visione a sua sorella Francesca, “con la quale”, spiega Valentina, “lavoriamo e sentiamo le cose in modo totalmente diverso e credo sia proprio questa la nostra ricchezza”, e a suo cugino Antonio, fiero detentore del nome del fondatore. Un uomo che da sempre ha cercato di difendere la variegata e forte identità sarda, parlando con un linguaggio enologico. Filo rosso che continua a tessere con orgoglio la terza generazione Argiolas, dal momento che si focalizza esclusivamente sulle uve locali, come il suddetto Cannonau. E local, sono i monili Nadafornada, sigilli di emozioni mediterranee accompagnati da visioni universali. Nel segno della bellezza, nostrana, tra giochi cromatici e gusto raffinato. Come un vino eccellente di Sardegna e un sogno di famiglia.

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