Perché un adolescente si droga?

La droga (e la lettura di Così parlò Zarathustra) come rito di passaggio. Seconda puntata di Tempo da Mosche, il Bloghetòn.

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La scoperta della droga

Individuai la mia eccezionalità nella dote di ingurgitare e fumare e cacciarmi su per le narici eccezionali quantità di stupefacenti, il che fece guadagnare al mio corpo il glorioso soprannome di Otre. Ad Amsterdam, nell’estate dei miei diciassette anni, mangiai tre porzioni di funghetti allucinogeni in due minuti e ne bastarono altri venticinque, trenta, perché non riuscissi più a strecciare le gambe dalle lenzuola e mi sentissi formicolare tutto il corpo e il cervello e l’anima, e ne bastarono non più di quaranta perché vedessi spuntare teste e arti superflui dai corpi dei miei amici – che mi consigliarono di buttarmi dalla finestra – e ne bastarono circa sessanta perché le ombre dei miei genitori fossero lì a piangere e rimproverarmi, visto che io ero il diavolo e non deve dare una gran soddisfazione, dopo tutta la fatica che si è impiegata per insegnare a un figlio a non tenere i gomiti sul tavolo, scoprire che in realtà è Belzebù, e dopo un paio d’ore non c’erano più ore e forse anche i miei genitori erano il diavolo, perché Tutto era il diavolo e dalle corna alla punta della coda caprina ci stavano cinque o sei eternità che non passarono prima di otto ore. Ancora oggi mi chiedo se quelle otto ore siano veramente mai passate. Ma poi mi consolo pensando che a Over the Top (un amico che si era aggiudicato questo nomignolo vincendo un torneo di braccio di ferro alle elementari e che già parlava di massimi sistemi a quindici anni, io ho capito il Viaggio, diceva, questione di percezioni, diceva) andò peggio perché due anni dopo, in Sardegna, avrebbe preso di punto in bianco a masticare le recinzioni del campeggio e a demolirne i muri con un femore di cane disseppellito chissà dove e a piantare i picchetti nei piedi della gente e da allora non sarebbe mai più riuscito a vivere senza il quotidiano aiuto delle benzodiazepine e, di tanto in tanto, di una camicia di forza.

Moriva Tupac, moriva la Lira e anche io non mi sentivo molto bene

Finiva il millennio, nasceva l’euro e mia nonna mi aveva regalato un kit con le nuove monete di tutti i tagli, non potendo immaginare che i tondi di rame da uno o due cent sarebbero rimasti il simbolo di uno scacco matto continentale. La ragazza che tentai di stupire col mio consumo di sostanze e con lo sprezzo delle conseguenze irreversibili a cui condannavo il mio equilibrio neurologico aveva gambe così storte che, anche se teneva i piedi uniti, tra le sue ginocchia ci poteva passare un pallone da basket. Chicca, la chiamavamo. Mi atteggiavo a sciamano metropolitano, moralizzavo il moralizzabile, ma non seconda la morale di genitori, preti e professori del liceo, secondo quell’altra, più bigotta, dei contestatori. Ascoltavo Bob Marley e altri cantori rauchi di nebulose redenzioni. Non servì a un gran che, perché Chicca si scopò tutta la compagnia a mia insaputa, tranne me, che invece le avrei offerto un amore in grado di redimerla dalle crudeltà che questa società corrotta le aveva indubitabilmente inflitto. Quando scoprii come stavano le cose, quale scusa migliore per buttarmi a bomba nella scrittura dal momento che nessuno dei miei amici e rivali dai cazzi duri – quelli che, usciti dai cespugli, ti facevano annusare l’odore di figa sul proprio dito medio – scriveva?

Già, ma che scrivere? Avevo scoperto che quella era un troia, come si dice, quindi non potevo dedicarle pensieri alti e all’epoca arte e empireo mi sembravano indisgiungibili, perché non avevo letto Bukowski e il rap mi dava ai nervi (Tupac era morto da poco e tutti fingevano a denti stretti di canticchiare le sue filastrocche finché non arrivava un liberatorio yo! yo! che allora capivano e cantavano più forte e poi sputavano).

Nietzsche come pusher di supercazzole

Mentre meditavo sulla questione smisi quasi di mangiare e mi votai agli esercizi fisici con due pesi da cinque chili, verdi e consunti, che trovai nella camera di mio padre. Avevo ancora il viso con la forma ovoidale del bambino Kinder e capii che detta forma stimolava più le carezze della sarta di mia mamma che la secrezione di liquidi vaginali nelle adolescenti. Fu il mio primo digiuno di rabbia. All’inizio facevo gli esercizi di nascosto, perché dedicarsi al bodybuilding mi sembrava disdicevole per chi ha deciso di fare dello Spirito la propria arma x per sbaragliare i rivali in amore. Un giorno in cui mia mamma spolverava m’ero scordato i pesi accanto al letto e lei, scopertomi, m’incoraggiò a perseguire l’ideale del kalòs kai agathòs mentre io, superata la vergogna, che negli aspiranti poeti è un sentimento squisitamente ipotetico, mi decisi a confessarlo anche agli amici, coi quali presi a confrontare circonferenza del bicipite e scanalature dell’addome.

Poi, una domenica di maggio in cui ###a href="http://www.marieclaire.it/Bellezza/news-appuntamenti/cannabis-terapeutica-cosmetica" id="canna" title="canna" target="_self">una canna m’era andata di traverso e ogni secondo sapeva di nausea, immaginai addirittura un contenuto per le mie composizioni. Avevo trafugato a casa di un amico l’ ###i

Come conciliare superomismo e rastafarianesimo?

Catastrofe delle catastrofi passai, come da copione, allo Zarathustra (libro che dovrebbe essere messo all’indice, almeno per gli under 30 e gli over 70 perché tanto nella fascia della completa maturità nessuno perderebbe tempo a trovarvi un significato). Leggevo i capitoletti con i titoli commercialmente più azzeccati, come “Del cammino del creatore”, fumavo, flettevo i tricipiti e ascoltavo Bob Marley. Questa cosa mi levava il sonno: conciliare superomismo e rastafarianesimo. E quante seghe! (m’avevano chirurgicamente allungato il frenulo perché era troppo corto, avevo scoperto, e ora potevo masturbarmi come ogni altro primate). Persi nove chili, mi maturai con una tesi sulla tragedia come equilibrio degli opposti e smisi di assumere droghe pesanti perché sempre più spesso mi provocavano attacchi di panico. Forse la commissione d’esame – davanti alla quale mi presentai con una maglietta che recitava “genio in erba” e foglia di cannabis annessa – avrà intuito questo sforzo, avrà capito che tutto sommato ero un bravo ragazzo – epiteto assegnabile a chiunque rimanga al di qua dello stupro e dell’omicidio – perché in fin dei conti mi pigliai un 70, che mi consentiva, in linea di principio, di tentare qualsiasi università.

Intanto l'oltreumano designer di suppellettili Mario Visentini continua a non inviarmi le risposte per La Ville Lumiére e, da questo fatto, dipende il mio definitivo giudizio su di lui: se mi risponde confermerò a tutti che è un genio, convincendomene pure, “una persona che interpreta le cose”, “guarda come risponde alla domanda 5!”, “gli appendiabiti di cotenna di maiale come simbolo della palingenesi, capisci?”, “arte e riciclaggio sono due parole per un solo concetto, capisci?”, altrimenti giurerò che è un cialtrone, essendone altrettanto convinto.

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