Di come un prete mi ha fatto rivalutare zoccole e champagne...

Andare a Parigi per parlare di Dio e finire per sbronzarsi in un night. Capitolo 9 di Tempo da mosche, il bloghetòn di Enrico Dal Buono.

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La libertà di Dio

Un giorno di primavera in cui avevo fatto incetta di ribes e mirtilli, mi sentii così di buon umore e straripante di vitamina c che decisi di fermarmi in una biblioteca della periferia di Padova, conosciuta per i suoi volumi di autori russi minori. Preso il libro di un certo filosofastro chiamato Lev Šestov, mi avventurai addirittura in fotocopisteria – il rumore delle stampe mi ha sempre fatto pensare all’ultima scena di Terminator, in cui lo scheletro d’acciaio striscia per raggiungere l’inerme Sarah Connor – per potermelo leggere a casa. Il pensatore, un ebreo ucraino della prima metà del ‘900, divenne il mio nuovo Maestro, grazie a questa storia: pochi fortunati, come Plotino e Tolstoj, vengono visitati dall’###b

Meglio la santità o lo champagne?

Per parlare con qualcuno di Šestov – i miei compagni, per lo più, pensavano fosse un numero ordinale alla russa – poche settimane dopo andai a Parigi da Paolo, in modo da incontrare Padre Xavier Tillette, decrepito gesuita esperto del lato oscuro della divinità. Mi piacque moltissimo annunciarmi alla portineria del convento di Rue de Grenelle, reduce da una sonora sbronza maturata in un night degli Champs-Élysèes coi tappeti pregiati e le zoccole – coerentemente russe – scandendo je voudres parler avec monsieur père Tillette. La formalità, suggeritami da mamma, di sommare monsieur a père, mi fece sentire nobile, istruito, olimpico come una camicia bianca fresca di bucato. Salii le scale nella penombra. Il prete mi aspettava in una stanza piccola e buia, spoglia e silenziosa. Aveva occhi gelati e viso scavato, quei visi che ti lasciano col dubbio se in tarda età ingrassare non sia il male minore. Mi ascoltò serio e inespressivo, criticò Heidegger perché “barava” e approvò Nietzsche perché “faceva pulizia”. In fondo ero lì perché speravo il vegliardo mi dicesse “sì, a giudicare da come parli di Schelling, tu godi della stessa libertà di Dio e, ripensando a come ti sei annunciato in portineria, non escludo siate la stessa persona”. Ma quando finalmente sorrise (non immaginavo quella faccia potesse sfoderare un sorriso così dolce, un miracolo maxillofacciale) dicendomi “Mio caro amico, la saluto”, dopo aver risposto al telefono a una voce femminile che, in italiano, gli aveva sussurrato “Padre, grazie a lei la malattia non mi fa più paura” ed essersi incastrato la cornetta tra guancia e clavicola, capii che la mia autostima poteva elevarsi più facilmente raggiungendo Paolo al Café Deux Magots per godere degli effetti psicotropi dello champagne, piuttosto che elemosinando un attestato di semidivinità da una persona se non santa, quanto meno seria.

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