Meglio un futuro da intellettuali falliti o da nerd sfigati?

Parlarsi addosso in culturese o chiamare Steve (Jobs) il gamberetto del proprio acquario? Capitolo 10 di Tempo da mosche, il bloghetòn.

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Tesi

Il futuro era ormai diventato quel tizio che ti viene a cercare e, anche se sembrava non avermi ancora riconosciuto, me lo vedevo curiosare lì attorno con gli occhi sgranati e il collo proteso.

Non avevo molto. Avevo il panico. Quello stato d’animo che, secondo i miei idoli, era segno di una predestinazione all’iperuranio: le benzodiazepine avrebbero liquefatto la mia gloria eterna come un cornetto Algida nel culo di un bue. Proposi a Procioni una tesi sull’angoscia tra Heidegger e Šestov. “Ma sì, va bene" mi fece il professore, con i suoi occhietti vispi che dicevano tante, troppe cose, mentre camminavamo verso la stazione. “Tanto, che vuoi che cambi? Poi vai in Francia, o in Spagna, o comunque all’estero, almeno impari una lingua”. Io sognavo di decidere le sorti dell’universo e lui mi stava dicendo che, nella più rosea delle prospettive, avrei imparato a ordinare le tapas?

Antitesi

Ieri il mio vecchio Packard Bell, che ho più volte calpestato alzandomi dal letto, ha tirato le cuoia – aveva ormai la tastiera ondulata. O meglio, sono stato io a tiragli un cazzotto. Si scaricava subito e faceva “bip”. “Tapas” ho dovuto riscriverlo quattro volte, perché si spegneva e non teneva la memoria. “Fottuto bastardo” ho gridato. “Disco rigido defunto, nessun segno di vita” ha sentenziato invece Gian Giorgio, nella sede di Cybernetic Humanity srl. Sono tre quarantenni dalla barba incolta che riparano computer in uno scantinato di via Val Bregaglia, nella periferia nord-occidentale di Milano. Gian Giorgio, nello specifico, ha manine così tozze e delicate che sembra nato per farsi il bidè. Mattia, che mi ha prestato il minicomputer di cortesia dal quale sto scrivendo al prezzo di una manciata di diottrie, adora i giochetti di parole (“Passami il cavo, – ha detto una volta senza smettere di ticchettare sulla tastiera – oppure cavami il passo”). E poi c’è Max, che tutti chiamano spesso a gran voce, perché per loro dev’essere una bella sensazione combinare quelle tre lettere, M-A-X, adatta a un bar della della Silicon Valley in cui tracannare un centrifugato di zucchine o a qualche videogioco di ruolo anni ’80 sul genere di Monkey Island. Max indossa maglioncini con la cerniera sul collo, non dice una parola, ha ciuffetti fulvi solo sulla nuca e l’aria di chi in pizzeria non ha mai ordinato nulla di diverso da una margherita. Mentre si lamentavano del “malvagio” nuovo sistema operativo della Microsoft, Windows 8, perché le vecchie li chiamano ogni ora non riuscendo a trovare il cestino sul desktop, incassato com’ero a tre metri di profondità, tra scheletri di pc, cavi varicosi, luci puntiformi, portapenne vuoti, incartamenti polverosi, un acquario che ospitava un gamberetto Cardinia Japonica chiamato, ovviamente, Steve (Jobs), e un modellino di galeone spagnolo sullo scaffale in ombra giù in fondo con una gomma bicolore infilzata nell’albero di trinchetto, ho capito che la scelta del fallimento, piuttosto che di una accorta carriera informatica, aveva le sue porche ragioni.

Figura di merda

Ecco perché, mi sono detto tornando alla macchina, c’ho messo tutto quell’impegno nel redigere “Heidegger e Šestov sul ciglio dell’abisso”. Presi 110 e il presidente di commissione, Cerci, mi chiese ammirato una copia personale della tesi che gli serviva per le sue “attuali ricerche”. Quello che però arguii, pochi mesi dopo, fu che il buon Cerci, secco, barbuto e col profilo romano-repubblicano, si prese una bella cantonata. Avevo puntellato la mia opera di citazioni in russo e abbozzi filologi che scimmiottavano il vecchio Heidegger. Per esempio, parlavo di un’emozione che in russo si definisce tože, intraducibile in italiano, qualcosa a metà tra ansia, nostalgia e ipocondria. Molto, molto profondo. Peccato che tože volesse dire “anche” e nel senso di congiunzione, non di componente anatomica (il che avrebbe avuto almeno implicazioni di materialismo filosofico), mentre quell’altra cosa si dicesse toskà. Ma avevo bluffato alla grande, come al solito.

Quell’estate vincemmo i mondiali e, nonostante la mia amicizia con Kant, Hegel e Stirner, il disprezzo per la sterile filosofia e la barocca letteratura d’Italia, quando, in semifinale, Grosso indovinò quella parabola mancina, curva e golosa come la tetta di una ventenne, scattai in piedi con gli occhi lucidi e i medi tesi, urlando che finalmente se l’erano presi in culo quei bastardi crucchi nazisti arroganti brutti coglioni. Certo, nello stesso mese ci fu una molto più trascurabile ritorsione armata di Israele contro Hezbollah in Libano e una certa Natascha Kampusch riuscì a fuggire dopo otto anni di prigionia dal sotto-garage di un tecnico elettronico, Wolfgang Priklopil, che probabilmente aveva anche lui un gamberone di nome Steve e una passione per il nome Max. In quanto a me trascorsi le vacanze a Londra, andai a letto con una bionda tinta anglo-siriana cercando di non farmi scoprire dal fratello – aveva tratti semitici inequivocabilmente fondamentalisti – che aveva un senso di protezione parentale quantomeno reazionario (lei invece mi pregava di sculacciarla) e mi innamorai dell’Ecclesiaste, libro della Bibbia che glorifica il pessimismo cosmico.

A settembre mi iscrissi alla terza università, Cá Foscari, selezionando un corso in “lingue e letterature euro-asiatiche e post-coloniali” per imparare il russo e l’ebraico antico. Era un acronimo lungo, qualcosa come LLEAP, la nuova scusa che adducevo per rinviare il Problema. “Voglio avere accesso diretto a Delitto e castigo e alla Genesi. – assicuravo agli zii, segretamente irritati perché invece i loro figli dovevano sfornare fotocopie in qualche marginale studio giurisprudenziale per il praticantato – Per ritagliarmi un campo d’indagine poco battuto, per la carriera accademica. – corrucciavo le sopracciglia – Poi, sapete, nella vita si sa mai che finisci a fare e quello russo è un mercato in espansione”. Quante volte l’avrò ripetuto, senza avere la una vaga idea di cosa volesse dire.

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