Amici contro fidanzata e in mezzo ci sei tu? Risultato: verrai schiacciato

Lei li odia. Loro la odiano. Quindi tutti ti disprezzano. Capitolo 27 di Tempo da mosche, il bloghetòn di Enrico Dal Buono

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Andammo a Marsala, poco più di settanta chilometri dal nostro alloggio.

In un auto c’erano loro quattro, nell'altra Silvia e io. Prima di uscire di casa lei aveva detto agli altri, ad alta voce, – e per la verità io l’avevo sentita – di ricordarsi il secondo mazzo di chiavi sul fondo del vaso, all’ingresso. No, non quello di terra cotta, quello di plastica, perché non si sa mai che non tornassimo tutti insieme.

A cena, tra uno spiedino di gamberi e una cappasanta, per me non fu facile salvare contemporaneamente dignità e relazione. Se sussurravo qualcosa a Silvia, per un minutaggio considerato dai miei amici eccessivo, dall’altra parte del tavolo si levavano risatine e domande: «Secondo te, caro Giulio, Genzio è l’uomo o la donna, tra i due?» Oppure: «Matte, prendi Genzio! Non vedo più il guinzaglio, dev’esserselo sfilato con le zampe, e adesso ci va sotto una macchina».

E la Silvia abbassava gli occhi sulla sogliola grigliata, tossiva e si accendeva una Gauloises – eravamo sotto una tettoia col glicine rampicante, era tutto delizioso. Se invece mi lasciavo trascinare nella conversazione dai miei amici e rievocavamo i turpi fasti della mia vita pre-Silvia, quando non ero che un peccatore come tutti, e Giulio ricordava l’episodio in cui ero capitato a casa di quelle due universitarie “mooooolto amiche”, o Matteo raccontava di quando in pizzeria ero andato in bagno con la fidanzata di un conoscente che cenava con noi, decorando il tutto con “finita la pacchia” e “bei tempi, caro mio”, Silvia mi dava le spalle e iniziava, per incanto, a parlare con le ragazze, di cui solitamente diceva peste e corna – non si sentiva obbligata a parlarci, mi facevo forza, a causa della mia indisciplina, ma per una sorta di solitudine metafisica che altrimenti, in effetti, la mia amata non avrebbe avuto altro modo di attenuare, almeno in maniera consona a un ristorante coi menù in corsivo. Non mi ero mai fatto portare del bicarbonato al tavolo fino a quella sera. Ma, potrei giurarvelo, l’agosto in cui l’ONU dichiarò terminato, dopo sei anni e quattrocentomila vittime, il conflitto del Darfur, io avrei firmato solennemente perché i miei problemi, rispetto ai dieci giorni di vacanza che ancora mancavano, si riducessero a una gastrite feroce e invalidante.

Invece venne il momento di rincasare. Per gli altri, almeno. Perché Silvia adorava ballare. Aveva raccolto un volantino che prometteva una festa in spiaggia. «E non abbiamo mai fatto il bagno di notte», mi aveva detto leccandomi il collo. «Ragazzi, noi stiamo un altro po’ qui a divertirci. Voi?» chiesi sul molo, cingendo i fianchi di Silvia con un braccio.

«Buon divertimento allora, Genzio. – si era voltato Matteo, prima di accelerare il passo verso il parcheggio – E scatenati, mi raccomando».

Quindi Silvia e io andammo in spiaggia e ordinammo due vodka tonic, poi altri due, mettemmo i piedi in acqua (sì, forse proprio il bagno, con quel vento, era troppo). Sugli sdrai studiammo, sotto il cielo stellato, a poche decine di metri dal locale che proponeva musica house, cocktail e salsicce, nuove teorie sul nostro amore.

«Ci saremo incrociati di sicuro già al catechismo», disse lei.

«E anche al palio», dissi io.

«E ai campus estivi, no?», disse lei.

«Praticamente abbiamo vissuto sempre vicino e non lo sapevamo», dissi io.

«Meglio così, altrimenti sarebbe stato troppo presto», disse lei.

Squillò il mio cellulare. Mi ficcai l’indice nell’orecchio per sentire qualcosa perché la festa stava raggiungendo il suo culmine: «Genzio, testa di cazzo, secondo te come facciamo a entrare?». Era Giulio.

Mi premetti il telefono contro il petto e guardai Silvia: «Com’è che dovevano fare per entrare?»

«Gli avevo detto di prendere le chiavi nel vaso».

Mi portai il cellulare all’orecchio: «Silvia vi aveva detto di prendere le chiavi nel vaso».

«Non me ne frega niente, io voglio entrare in questa maledetta casa, capito, Genzio?». Sabrina, la sua ragazza, si lamentava in sottofondo: il giorno dopo voleva svegliarsi all’alba per cogliere fichi d’india, quando le spine sono ammorbidite dalla rugiada.

Di nuovo il cellulare al petto. “Dice che vogliono entrare comunque in casa».

«Non mi sembra giusto».

«Giulio, non mi sembra giusto», dissi.

«Adesso tu alzi il culo e vieni qui, altrimenti ti spacco la faccia, Genzio», lo disse così forte che Silvia dovette sentire.

«Andiamo», sospirò lei.

Camminammo di buon passo verso la macchina, guidai veloce, feci un paio di inversioni a U sulla statale perché, invece che prestare attenzione alla segnaletica stradale, pensavo a come avrei dovuto schivare le testate di Giulio, stordirlo alla mascella senza causargli danni permanenti, e poi sollevarlo tendendogli la mano per rinsaldare un’amicizia vera perché maschia. Pensavo a come avrei dimostrato a Silvia di saper gestire la situazione e a come avrei poi scaricato tutto il testosterone accumulato prendendola tra i cardi e chi se ne frega delle spine, anzi, chi le avrebbe sentite, con lo scirocco che spirava leggero e queste due palle grosse come meloni che c’avevo.

«Ecco le chiavi», dissi a Giulio nell’allungargli il mazzo col crocifisso di zinco, appena lui si alzò da uno dei grandi massi calcarei, disposti tra il parcheggio e il cancello di casa, su cui si erano seduti tutti e quattro.

«Grazie. – abbassò lo sguardo – Certo che, anche tu, che cavolo ci stai a fare, a Marsala, tutta la notte. Si poteva giocare a carte tutti assieme», Giulio era uno che ti immaginavi a fare una respirazione bocca a bocca all’uomo di cui aveva appena tenuto la testa premuta sott’acqua.

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