La routine anestetizza. Quando il tempo è libero tu diventi schiavo dell'angoscia

Come una vacanza si può trasformare in un inferno psicologico, tra attacchi di panico e gelosia. Capitolo 35 di tempo da mosche, il bloghetòn

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no

La routine anestetizza. Ma quando il tempo è libero tu diventi schiavo dell'angoscia. In agosto andai con Giulio e Matteo in Portogallo. Non avevo mai fatto una vera e propria vacanza settimanale con gli amici da quando mi ero fidanzato con Silvia. Mi tornarono gli attacchi di panico. A dire il vero venivano a tutti e tre, alternati, perché bevevamo come delle spugne e i postumi erano infernali e allora bevevamo ancora e così via. Giulio aveva paura gli esplodesse di punto in bianco la valvola mitrale. Matteo, quando doveva prendere sonno, credeva di sprofondare nell’abisso e attaccava a urlare e a prendere a pugni la parete. Io, come ai bei tempi andati, temevo di dare di matto.

Non volendoci arrendere alla maturità, nel Barrio Alto di Lisbona comprammo del fumo da una punkabbestia ma poi, visto che appena un paio di tiri erano sufficienti per scatenare le nostre rispettive psicosi, confezionavamo quelli che definimmo autopacchi: canne con un quantitativo minimo di sostanza che accendevamo e poi lanciavamo fuori dal finestrino dell’auto in corsa.

Un giorno torrido, convenimmo che il sole meridionale aveva effetti molto negativi sul nostro equilibrio psichico, avendo avuto il primo attacco di panico collettivo sincronizzato, proprio davanti alla statua di Pessoa che, seduto su una panchina, si stava facendo immortalare abbracciato da due cinesoni in canottiera. Così, preso un lungo corso desolato, ci rifugiammo nel primo posto aperto – era domenica – che promettesse poca gente, fresco, oscurità e oblio. Era un cinema porno. Matteo assicurò che la ritmicità del coito ci avrebbe rilassato. Giulio, da mezz’ora, teneva la mano premuta sulla carotide, per monitorare la frequenza cardiaca. Ci sedemmo nella fila più in alto, io presi posto in mezzo ai miei due amici. Nel giro di pochi minuti venimmo accerchiati. Da destra si avvicinò e si sedette accanto a Giulio un tizio dalle movenze effeminate che faceva eco a ogni singolo verso, fosse di uomo o di donna, del film che stavano proiettando (una battaglia tra indiani e cowboy che si trasformava in un’ammucchiata). Da sinistra arrivò ad accomodarsi accanto a Matteo una tossicodipendente – gli occhi, disperati e rossi, diventavano visibili quando il regista zoomava sulla carne e allora lo schermo si faceva rosa chiaro e illuminava la sala – che prese a mimare una sega e a passarsi la lingua sulle labbra e a fare dieci – euro, immaginai – con le dita. Dicemmo scusa e ancora scusa, permesso, sorry, problem, periglo, obrigado e altri mugugni non distinguibili mentre scappavamo, passando dalla parte della tossicodipendente visto che in tutti i casi, fisicamente, è più facile avere la meglio su una donna.

Neppure quella volta impazzii. Ma ci andai molto vicino. Perché, oltre ai problemi con autopacchi e tossicodipendenti c’era quello, molto più serio, con Silvia. Voleva che rimanessimo in contatto costante e, se un giorno mi capitava di farle una chiamata in meno rispetto a quelle che si sarebbe aspettata, se per sbaglio utilizzavo un linguaggio non abbastanza innamorato in un sms lei, al messaggio o alla chiamata successiva, riusciva immancabilmente a farmi sentire colpevole. Parole stentate al telefono, allusioni, non risposte ai messaggi e altre cose così. Vi lascio immaginare le reazioni dei miei amici quando, dopo aver riagganciato, mi mostravo sottomesso, debole. Anche se il profondo disagio che condividevamo ci aveva resi più teneri e comprensivi l’uno verso l’altro – eravamo finiti ad alloggiare in un hotel gay friendly con kit di vaselina omaggio e foto di culi muscolosi a tappezzare i muri, e la gag di prenotare la stanza con la voce da castrato (avevo chiamato io) si era presto trasformata nell’incubo di una quotidianità priva di qualsiasi senso.

Per fortuna di quella gran rompicoglioni della Silvia – ormai non avevo più remore nell’ammettere che lo fosse – le portoghesi erano in genere orripilanti. Dovetti conoscere un’italiana, incontrata in una discoteca dal nome Lux, per essere animato da un certo istinto sessuale. Era bruna e abbronzata, faceva la commessa in una boutique a Marbella ed era lì per il fine settimana. Ci baciammo, ci strusciammo, la convinsi a uscire, tutto eccitato com’ero dalla volontà di vendetta, camminammo nelle strade attorno alla discoteca del vecchio porto, mi sbottonai la cerniera dietro una bitta del molo, lei me lo massaggiò un po’ mentre inalavamo la puzza di pesce, ma poi mi disse che preferiva rivedersi l’indomani, a cena, con calma. Io le diedi un numero falso, e anche un cognome falso, Annaspi, per rendermi irrintracciabile. Non la vidi mai più. Ciò nonostante, appena due settimane dopo il mio ritorno, mentre l’ETA annunciava il cessate il fuoco (tardi, tardi perfino per l’ETA), Silvia mi annunciò il cessato rapporto. Era il secondo settembre di fila che capitava.

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