Se telefonando io potessi dirti...qualcosa

Le facevo ascoltare la flebile voce del mio vecchio sciacquone per tranquillizzarla: ero in casa, solo, a portata di cesso. Capitolo 39 di tempo da mosche, il bloghetòn

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no

“Come va, amore?” chiedevo a Silvia. Poi iniziava un copione dal quale era difficile scostarsi, se non era morto un suo animale domestico o a me non s’era rotto il frigorifero, perché la frequenza di chiamate e messaggi riduceva al minimo le comunicazioni degne di nota di ogni singola conversazione.

“Non c’è male. Tu?”

“Bene, ti amo, e tu?”

“Sì, certo. Dopo che fai?”

“Torno a lezione e tu?”

“Torno a lavoro. E stasera?”

“Che vuoi che faccia, guarderò la tv, non saprei con chi uscire.”

“La settimana scorsa sei uscito, no?”

“Sì, nulla di che, mi sono annoiato.”

“Va bene, insomma, se vuoi puoi uscire lo stesso, no?”

A questo punto c’era il bivio: o si deviava su quanto lei mi mancasse, su quanto non me ne fregasse niente di uscire senza di lei in una città a 400 chilometri di distanza, su quanto non vedevo l’ora arrivasse il fine settimana per tornare a Ferrara e abbracciarla e baciarla e scoparla e ammirarla, oppure, se manifestavo la volontà di porre le basi per una vita sociale autonoma a Torino, l’escalation polemica non sarebbe cessata fino a un “tu-tu-tu-tu” che avrei ascoltato ripetendo giusto un paio di volte a un prodigioso utensile elettronico che, caspita, solo fino alla generazione dei nostri nonni sarebbe stato inimmaginabile, “Silvia, amore, hai riagganciato?”

Lo scorrere dell’intera giornata doveva essere ritmato dai messaggi che mi sforzavo di rendere eloquenti, dolci, simpatici, sessuali – tutte cose che la rassicuravano. Poi arrivava la telefonata della sera. Avevo notato che il suo tono era più caldo se la chiamavo quando ero già sotto le coperte e la mia voce rimbombava in quel modo, così caratteristico, provocato dalle due pareti nordoccidentali in cartongesso della mia camera da letto. Se la chiamavo troppo presto sospettava che poi uscissi in cerca di figa (“sai che a quest’ora sto mangiando con mia mamma” diceva), se la chiamavo troppo tardi malignava che fossi uscito per una sveltina (“non ti ricordi che domani ho un colloquio alle otto?” domandava ostentando sbadigli).Capitava che le facessi ascoltare la flebile voce del mio vecchio sciacquone per tranquillizzarla: ero, in casa, solo, a portata di cesso.

Ma valeva la pena di sopportare tutte le scocciature di un rapporto a distanza: la mattina sarei andato a completare il mio apprendistato di genio immortale alla scuola di scrittura Oliver Twist.

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