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Chi è nato negli anni '80 come può credere davvero che qualcosa migliori?

La Civiltà, per noi, in fin dei conti è: permettere a tutti di morire da orfani. Nel migliore dei casi, ti aspetta la noia. Capitolo 42 di Tempo da mosche, il bloghetòn

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Quando pioveva, e poi quando nevicava, a Torino non smetteva prima di tre o quattro giorni. Uscivo da solo, i miei compagni snobbavano i locali dove io potevo trovare il tipo di ragazza con l’abbigliamento che mi eccitava. Sbocciava la Primavera Araba ma io lo sapevo che sarebbe stata niente più di un’estate di San Martino: come può uno nato nel 1982 credere che qualcosa migliori? La Civiltà, per noi, in fin dei conti è: permettere a tutti di morire da orfani. La sequenza fissa delle cene della settimana – lunedì uova strapazzate, martedì filetto, mercoledì bresaola rucola e grana, giovedì insalata di tonno, venerdì cinese da asporto – era di una noia soffocante, anche se mi serviva per dare una struttura al Tempo. Ma non mi sarei ritirato. Continuai a scrivere e a scopare in giro e a giocare a pingpong (nell’atrio centrale della Twist avevamo montato una rete da ventinove euro tra quattro banchi, due da una parte e due dall’altra, e quello era il divertimento più sincero di noi aspiranti scrittori).

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La prima cosa mi avrebbe portato a pubblicare Come piselli, una raccolta di racconti.

La seconda ad accumulare altri sensi di colpa e altri dubbi sull’effettivo significato della mia relazione. Andai a letto con una brasiliana incontrata a un festival di cinema indipendente – faceva l’attrice, era così spensierata, aveva il sedere così duro, che per una decina di minuti, camminando sulla riva del Po alla luce dei lampioni, pensai di sposarla. Ci provai con un’impiegata della posta, perché sculettava moltissimo, e lei ci stette, salvo poi darmi della carogna quando le confessai di essere fidanzato mentre mi lavavo il pene con la porta del bagno spalancata. Andai con una cardiologa di quarant’anni che si vantava di essere gran maestra di sesso orale, la cui madre si era suicidata da qualche anno, rendendole il sorriso così insopportabilmente triste che dopo la cena io avrei saputo disegnare alla perfezione il ciondolo a forma di stella che portava al collo, ma non dire se i suoi occhi fossero verdi o nocciola.

Per quanto riguarda il pingpong, beh, nonostante avessi recuperato dimestichezza con le schiacciate di dritto, non avrei mai superato il difetto che mi affliggeva da ragazzino: tenevo l’indice troppo teso e nel rovescio la pallina rimbalzava spesso contro la falange distale, perdendosi a lato. Però battevo tutti, tranne Lanfranco, l’appassionato di fantasy, invincibile, anche se solo grazie a un servizio dall’effetto portentoso (“urka!” gridava mentre colpiva la pallina con la racchetta obliqua). Avessi vinto, avessi perso, tornato a casa, dopo una cena solitaria, una volta a letto pensavo che se non mi fossi più svegliato non me ne sarebbe importato nulla.

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