Come lasciare qualcuno ovvero quando la persona che amavi diventa il tuo peggior nemico

Chi l’avrebbe detto che di lì a poco avrei preferito che lei scomparisse dalla mia vita piuttosto che vederla amare un altro. Capitolo 43 di Tempo da mosche, il bloghetòn

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E chi l’avrebbe mai detto che la mia ragazza, in teoria la creatura più amica dell'intero universo, di lì a poco sarebbe diventata la mia peggior nemica. Per i tre mesi estivi le lezioni della Scuola di Scrittura Oliver Twist erano sospese. Tornato a Ferrara, scrivevo sullo sdraio del giardino dei miei con un cappellino da baseball, la sera leggevo a Silvia le diecimila battute quotidiane del mio romanzo, La vita ragna, e lei mi diceva bravo, ecco tutto. Per questo non la lasciavo, anche se più probabilmente fabbrico scuse come una mosca fabbrica liquami – è il motivo per cui le mosche diffondono tanti malanni: spandono la propria merda ovunque, senza soluzione di continuità.

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Poi, Danilo organizzò una rimpatriata a Ibiza, con Giulio. A un aperitivo in spiaggia conobbi una marocchina, Zineb, che aveva appena divorziato e pantaloni di lino trasparenti e una personal trainer che la scortava anche al cesso e che evidentemente era molto brava perché Zineb aveva un culo proprio bello rotondo. Voleva che le tenessi il pene dentro, premuto fino in fondo, senza muovermi né avanti né indietro, e le sussurrassi porcate e dolcezze – braciole caramellate – nel padiglione auricolare.

Non provavo neppure più alcun rimorso. Non mi preoccupavo neppure di più di scrivere a Silvia tutti i messaggi che avrebbe preteso. “Se mi vuole – mi dissi – mi prenderà come sono, altrimenti che mi lasci.”

Il primo settembre mi lasciò – a pochi giorni dal lancio nel deserto del Gobi di Palazzo Celeste, il primo modulo spaziale della Repubblica Popolare Cinese.

“Sono sicura che mi hai fatto le corna” disse.

“Ma come ti viene in mente?”

“Lo so e basta.”

“E chi te l’ha detto?”

“Nessuno.”

“E allora?”

“Non ha senso stare insieme.”

“Me le hai fatte tu, le corna?”

“No.”

“Lo vedi? – tentai un orribile sorriso – Stiamo insieme perché ci amiamo.”

“No, non credo di amarti.”

“E dai, dici così ogni settembre.”

“Questa volta è diverso.”

Mi stesi sul tappeto del soggiorno e spalancai le braccia. Pensai al gelo del mio appartamento di Torino, a cosa avrei fatto la domenica, a quali altre ragazze adatte a un fidanzamento conoscevo, ai suoi jeans nel mio armadio, a quando glieli avrei ridati, a quelle pantofole col pelo che mi piacevano e che sarebbero rimaste a casa sua per sempre, pensai a quali miei amici non erano fidanzati, pensai alla facilità con cui avevo scritto negli ultimi mesi con lei accanto. Ma non mi venne da piangere, anche se sapevo che avrei dovuto.

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“Mi viene da piangere. – mi alzai – Sono disperato.”

Silvia mi guardava inespressiva, con la testa inclinata.

“Mi dispiace tanto” disse.

“Cosa posso fare per farti cambiare idea?”

“Proprio non saprei. Non puoi obbligarti a essere geloso, a essere quello che io cerco in un ragazzo, se non sei fatto così.”

Presi a camminare avanti e indietro, pensando a come investire il primo week end da uomo libero.

“Mi abbracci?” chiese Silvia.

“Anche tutta la vita”.

Poi si avviò alla porta, la aprì, guardò un’ultima volta dentro la mia casa e disse, singhiozzando, “Ciao”.

“Ciao” risposi cercando di imitarne il tono.

Questa volta addirittura mia mamma mi assicurò che era un colpo di fortuna, che adesso potevo vivere più sereno, concentrarmi sulle mie cose, che non me l’aveva mai detto, perché non voleva condizionarmi, ma Silvia aveva un’aura fredda gelida glaciale che le faceva accapponare la pelle, che non aveva mai sopportato che Silvia la mattina lasciasse la maglietta da notte sul pavimento della mia camera, implicitamente trattandola da sguattera, che non aveva mai potuto soffrire il suo sorriso di circostanza, né i suoi modi cafoni, né una certa sua amica che si profumava moltissimo, né i suoi tatuaggi.

“Ti voglio bene, mamma” le dissi dopo molti anni.

Poi seguirono giorni di sbronze e allegria e baci a cavallo dei grifoni del duomo di Ferrara, che le sere di fine estate si popolava di studentesse con gli ultimi brufoli e i primi vestiti da donna.

Un giorno ero nell’ufficio ormai smobilitato del padre di Danilo – l’azienda era fallita mesi prima e adesso c’era solo qualche scatola di cartone, un computer, un abat-jour anticata, un tappeto arrotolato contro il muro – e, organizzando col mio amico un festicciola tramite Facebook, l’occhio mi capitò su una foto pubblicata da Silvia. La ritraeva abbracciata con un tizio che le avevo presentato io. Allora ne trovai altre in cui la disposizione dei due corpi – braccia abbandonate sulle spalle senza alcuna tensione da posa, guance vicine – testimoniavano inequivocabilmente che quei due corpi si erano compenetrati.

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“Visto? – diedi di gomito a Danilo – La Silvia si scopa Panta.” Il tizio si chiamava Pantaleoni e tutti lo chiamavano così.

“Chi, questo? – Danilo appoggiò l’indice sullo schermo – Si veste da schifo”.

“Almeno così non mi sentirò più in colpa”.

“Appunto” disse Danilo. Poi mi guardò: “Non ci stai male, vero?”

“Un pochino forse sì. – mi concentrai su quello che succedeva dentro al mio petto, cioè niente, e nel mio stomaco, niente ancora – Dovrei, però non so.”

Tornato a casa lo raccontai a papà e lui commentò: “Meglio così”. Gli feci vedere le foto sul cellulare, disse che sì, avevano scopato, ma meglio così.

Andai in camera, riguardai le foto sul computer, ingrandite, da solo, per curiosità, per accertarmi che davvero avessero scopato, che lei l’avesse data a un altro dopo appena una settimana che mi aveva lasciato. Era una questione di indagine sociologica, più che altro, mi dicevo. “Poveraccio, Pantaleoni” pensai di quel tale che aveva sempre voluto fare il pittore ma a causa di un padre troppo severo, raccontava quando si ubriacava, era diventato un barista con la cirrosi epatica.

La sera dopo andai nel locale di Trullo e lui mi disse che non avrebbe dovuto raccontarmelo ma non ce la faceva e, insomma, aveva visto la Silvia e Panta che si baciavano in un centro commerciale, che lei aveva dei calzoncini inguinali e io pensai che comunque aveva proprio delle belle cosce. “Lo sapevo già”, diedi una pacca sulla spalla di Trullo.

Un conoscente, in autobus, mi bisbigliò che li aveva visti nel parcheggio della stazione tutti abbracciati, e che lei era truccatissima. Pensai che in fin dei conti la faccia da troia ce l’aveva e che un pochino mi eccitava tutt’ora e che non sarebbe stata mia mai più. “Diciamo che non è mai stata un esempio di raffinatezza” commentai tenendo gli occhi fissi sulla mappa delle fermate.

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Venni a sapere che Panta si era già organizzato per andare in Messico, dove avrebbe tentato la fortuna come animatore turistico. Sarebbe partito dopo un paio di settimane, settimane durante le quali Silvia non mancò di pubblicare quotidianamente su Facebook foto di loro due nel bar dove lavorava Panta: che alzavano i calici dalla distanza con gli occhi furbi, che ballavano stretti stretti e piegati da una parte, che mangiavano una pizza all’aperto con dietro la fontana e in alto la luna, che gongolavano in mezzo agli amici di lei che mi ero sempre rifiutato di frequentare e che adesso applaudivano ed esultavano.

Appena Panta fu partito iniziò a scrivere dichiarazioni d’amore sulla bacheca Facebook di Silvia, a pubblicare su quella bacheca video musicali romantici ma alternativi, quelli che piacevano a lei e che io avevo sempre sfottuto. Ora controllavo a quali Silvia rispondeva con un “mi piace”, poi ne studiavo i testi cercando di rintracciare messaggi criptati, significati reconditi, piccole complicità rituali che forse loro due avevano già avuto modo di codificare.

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