Camminare verso Genova, e ricordare quel giorno del G8

Viaggio nel tempo con il fotografo che ripercorre un lungo itinerario di memoria, luoghi, eventi.

periferia di roma tratto dall'evento fotoleggendo walk
Ilaria Di Biagio

Questo è il viaggio di Pietro Vertamy che ha fatto del camminare e fotografare il suo linguaggio. Il suo nuovo progetto si chiama Opposta Direzione e, a 20 anni dal G8, ripercorre quei luoghi entrati nella storia. 15 tappe a piedi per 200 chilometri tra Piemonte e Liguria, partenza il 3 luglio da Boves, conclusione (che vi racconteremo) il 19 luglio a Genova. Potete visionare tutte le tappe, il percorso e le sue evoluzioni qui.

OGGI Genova per crederci, devi arrivarci a piedi. È una città lunga da conquistare, che si srotola, scivola via a ogni passo. E a volte sembra siano le sue gambe a traballare e non le tue, sotto tutto il peso della sua bellezza sfacciata. Della sua nobiltà che viene da lontano. Ma che sa essere caciarona e silenziosa nello stesso momento. Sboccacciata e leziosetta insieme. Profumo di basilico, pescetti fritti e molluschi vivi. Acqua stagnante del porto, e cassonetti che friggono al sole. Ci ero tornato a piedi una volta per farci i conti nel 2014, da Roma sulla via dei Pirenei. Questa volta l'ho conquistata alle spalle discendendo le Alpi da moderno barbaro fino al mare, fin dove non si può più camminare, anche volendo. E come molti continuo a farceli ogni volta che ci torno per quel palcoscenico infame che le è toccato di essere suo malgrado. Parte che si sarebbe evitata. Legare il proprio nome nobile a quel macello barbaro che è stato il G8 del 2001. E perché uno dovrebbe arrivarci a piedi? Ci sono mille buoni motivi per camminare. Ognuno ha le sue buone ragioni. Io ne ho tante.

(In molti sostengono che viaggiare a piedi oggi sia un gesto di resistenza. Per me è più un’operazione legata alla memoria. Un gesto di riappropriazione. Di parole che riaffiorano. Dello spazio del paesaggio contemporaneo, del territorio, delle sue dinamiche. Della comprensione profonda del rapporto fra l’uomo e la sua casa. Delle sue virtù come delle debolezze. E riappropriazione di lentezza in barba alla nevrosi del sempre prima. Dell’adesso. Del futurismo del ratatan pam pam e di tutti i danni che ha fatto l’estetica della macchina, della tecnologia salvifica. Il Gp, il motomondiale. Come una condanna. La truffa svelata della velocità. Si cammina per diletto, ovvio. Per turismo. Come per scappare dalla guerra. Anche l’amore fa camminare. Per stare da soli o per la buona scusa della compagnia. O per contemplare. Si cammina perché l’evoluzione ha premiato la scimmia e non – che so - le cocorite. Si cammina per pensare. Per riflettere. Per approfondire. “Solo le idee che vi vengono mentre camminate valgono qualche cosa” diceva Nietzsche)

Ma per me la pratica del cammino ha soprattutto il potere magico della riappropriazione del ricordo, rievocazione della memoria, e perché ogni passo verso Genova per me è un gesto di testimonianza. Perché nel 2001 le Torri Gemelle erano ancora al loro posto. Io avevo 21 anni ed ero, anzi eravamo centinaia di migliaia a Genova, di luglio.

Pietro Vertamy

CHI ERAVAMO Eravamo quella roba lì. Una cosa molto vicina all’essere una generazione. Parlavamo di Wto, di globalizzazione, di disobbedienza civile. Di sistemi economici alternativi al vorace capitalismo. Di equità e di uguaglianza deplorando lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Il depredare in maniera ingorda e ottusa un pianeta che non è appannaggio di pochi. Leggevamo Naomi Klein e Serge Latouche e non bevevamo la Coca Cola, pena la scomunica. Boicottavamo, consumavamo criticamente. Il conto lo facevamo alla banca etica e in sala d’attesa leggevamo Carta, Diario, Avvenimenti, Internazionale, Linus, e bastava quello per capire di essere dalla stessa parte. C’era tanta arte, tanta musica. Si passava da De Andrè ai techno party senza che facesse scandalo. C’era il menestrello spagnolo che a forza di essere il più no global di tutti era diventato il più global (ogni volta che uno tirava fuori la chitarrina e intonava “Clandestino”, gliel’avresti voluta far ingoiare, ma te lo tenevi per te). C’era il Chiapas e il subcomandante Marcos. Ya basta! La Monsanto da sconfiggere. Noi più prosaicamente portavamo alla causa gli Agnoletto, i Casarini, i no global, le tute bianche, poi i disobbedienti. E anche il black-block. Cappucci neri, anfibi, bandane, tamburi, maschere antigas da tutta Europa. I “violenti” si diceva. Chi a favore e chi contro. Io di mio non giudicavo le scelte di lotta altrui. Mi angosciava soltanto il caldo che dovevano patire li dentro sti poracci.

IL PERCHÉ È stata una moda? Sì, può anche essere. In parte lo sarà pure stata. Sì, ma nel caso, ragazzi, che moda. Quelle istanze, quelle idee sono sopravvissute questa è la verità anche se hanno provato in tutti i modi a scollarcele di dosso siamo ancora in tanti che proviamo far sì che questo pianeta sia un posto un po' meno brutto in cui vivere: allora non lo capivo ma era per noi, per i nostri figli e per i nostri nipoti. E non sono bastati gli insulti, gli schiaffi, i manganelli i pestaggi indiscriminati di persone inermi. Quello schifo della Diaz, quell’orrore di Bolzaneto. Ecco perché sono e siamo di nuovo qui dopo 20 anni per ricordare e ripetere ancora una volta come sono andate le cose.

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In Italia come nel mondo. E non è bastata Piazza Alimonda e tutto il suo enorme dolore. Carlo, Carlino Carletto. Quanto abbiamo urlato il tuo nome in quei giorni. Quanta rabbia quanta impotenza. Come membri della stessa famiglia, come compagni, padri, madri, amici, fratelli e sorelle. Ma tu niente, non ci sentivi più. Hai pagato il prezzo più alto per tutti e sei volato via mentre il tuo corpo si raffreddava sul suolo incandescente di luglio a Genova. Incredibile da credere. Tu che guardi in camera con due occhi inquieti da bestia ferita in una fototessera. Giovane , biondo, bello. Vivo. Si dirà che il più anziano in quel Defender avesse appena 23 anni. La tristezza infinita, l’amaro in bocca che lascia la codardia di un paese senza alcun orgoglio, senza nessun senso del pudore. E meno che mai nessun amore per la verità. Refrattario all’idea stessa di verità perché non vuole accettare l’idea stessa di responsabilità. Per i singoli come per i gruppi. E che ci ricasca ogni volta. Per questo marcio e marciamo nuovamente su Genova. Con qualche chilo in più qualche capello in meno come da manuale. Ma con la stessa voce, la stessa fermezza dopo vent’anni a dire che un altro mondo è possibile.

CHIUSA L’acqua, le garze, i cerotti, i telefoni. Il mio pensiero va a quella signora anziana, anonima, che mi ha aperto la portina e mi ha messo al riparo “Sali sali che vi ammazzano”. A me e ad altri due sconosciuti mai più visti. Continuava a mettermi delle merendine in tasca “tieni, tieni”. Non sapevo che dire. Solo commozione pura. E tu vaglielo a spiegare che non le mangiavi perché eri no global e c’avevano l’olio di palma.

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