"Esiste una Cassandra in ognuna di noi: deve solo venire fuori” Nalini Malani, artista femminista indiana

Mitologia, attualità, il ruolo della donna nella società indiana: incontro con una delle artiste più potenti della storia contemporanea in mostra al Castello di Rivoli.

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C'è un prima e un dopo che sono stati determinanti nella vita e nei lavori dell'artista indiana Nalini Malani, momenti grazie ai quali è riuscita a scoprire se stessa e a trasmettere da cinquant'anni il suo pensiero - forte, femminista, diretto, provocatorio e mai banale - in opere che spaziano dal figurativo all'astratto, da installazioni video a dipinti e fotografie. “Essere vivi significa vivere in un mondo che esisteva prima del nostro arrivo e che sopravviverà alla nostra scomparsa”, ci dice citando Hannah Arendt quando la incontriamo al Castello di Rivoli, fuori Torino, dove fino al 6 gennaio prossimo si potrà visitare una grande retrospettiva a lei dedicata, Nalini Malani: the rebellion of the dead/La Rivolta dei Morti, un percorso volutamente crudo e diretto che con un linguaggio personale affronta la violenza dei nostri tempi e l'ingiustizia globale.

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Nata a Karachi nel 1946, ha conosciuto un mondo in crisi tormentato dalle conseguenze del colonialismo, delle guerre mondiali e dei loro postumi. Quando le parli, ti fissa negli occhi che sono scuri come l'abito che indossa e la memoria di quello che è stato e ha vissuto. Quando risponde, continua a fissarti, ma sono le sue parole - testimoni evidenti di una cultura profonda – ad ipnotizzarti e a conquistarti. “Mio padre – racconta - lavorava per Air India e questo mi permise di viaggiare periodicamente in Europa e non solo. Dopo la laurea in arte a Mumbay (la città di Bombay, ma lei non la chiama mai con quel nome, ndr), mi trasferii a Parigi dove conobbi e studiai Louis Pierre Althussier, Roland Barthes e Noam Chomsky. Nel 1997, però, tornai nel mio Paese, un vero e proprio atto politico, un rifiuto deliberato della vita diasporica dell'Occidente a vantaggio del progetto di modernizzazione ed emancipazione di un'India contemporanea, laica, avanzata e intellettuale”.

In search of vanished blood
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Dream House ad esempio - un film muto 8mm in stop-motion a pellicola rovesciata che troverete poco dopo l'ingresso della mostra, seconda parte dopo una prima ospitata al Centre Pompidou di Parigi - è uno degli esempi di quella presa di posizione, un rimando all'utopico sogno socialista e democratico degli anni Sessanta (in India vissuto sotto Nehru) “secondo il quale – ci spiega – avremmo avuto nuove forme di ingegneria e architettura costruendo una società con case popolari per tutti, ma in realtà, alla fine c'è stato solo un declino devastante di tutta la società”. Con City of Desires- Global Parasites, invece, grande disegno a muro che sarà poi cancellato a fine mostra, vuole far notare che se le cose sono sì migliorate da un punto di vista tecnologico, ma c'è stata però un'erosione della cultura, dell'ordine sociale e delle condizioni di sostenibilità esistenti. Spettacolare, il video installazione In search of vanished blood, con cinque cilindri rotanti illuminati ad hoc che riprendono e denunciano certe tematiche amplificandone l'importanza e gli effetti con musica e giochi di luce.

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Le donne sono state le principali vittime di quel sistema e la violenza stessa su di loro – ci spiega Marcella Beccaria, curatrice della mostra - segnano in maniera indelebile la memoria artistica della Malani sin dagli esordi”. “L'artista ha infatti affrontato l'inarrestabile e ciclica violenza che caratterizza il nostro mondo globalizzato, l'accanimento contro il genere femminile e lo sfruttamento incontrollato delle risorse naturali”. “Il suo approccio femminista ruvido non riduce la comprensione del mondo ad alcuna logica stabile”, aggiunge Carolyn Christov-Bakargiev, direttrice del Castello di Rivoli. “La sua è un'arte che non trova soluzione in un unico mezzo espressivo, forma, stile o tecnica, ma un qualcosa che consente alle immagini di emergere simultaneamente per poi dissolversi”. Il suo lavoro riguarda, pertanto, la possibilità di rendere visibile l'invisibile, di mettere in primo piano le ombre, di combinare ciò che è documentabile e urgente con una visione mitica e universale.

Non è un caso, quindi, se l'artista abbia scelto Cassandra e il suo mito come simbolo di tutto ciò che è stato negato alle donne, “perché rappresenta l'impresa incompiuta della rivoluzione femminile con idee e premonizioni che non sono state comprese e tenute in alcun riguardo”, precisa l'artista. “Fece di tutto affinché le sue profezie fossero accettate dal padre, ma riuscì solo a suscitare la sua collera, poiché lui non volle accettare la verità. “Oggi, aggiunge, non si presta attenzione a istituzioni profonde che potrebbero avere un impatto positivo sul futuro dell'umanità, ma si continua solo ed esclusivamente nella direzione della morte e della distruzione, senza alcun pensiero riguardo alla costruzione di un futuro più umano. Da quando ho studiato quel personaggio, penso che esista una Cassandra in ognuna di noi: deve solo venire fuori”.

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“Far rivivere i miti antichi – continua Malani - è fondamentale, perché essi si servono di un linguaggio simbolico che consente l'accesso a importanti nuclei di verità”. “I miti sono emersi da una saggezza che si è tramandata da una generazione all'altra: nessuno di essi è riconducibile a un singolo autore, anche se diverse società hanno generato queste figure come una sorta di inconscio collettivo. “Per poter attivare un mito, bisogna però renderlo pertinente al proprio tempo e al contemporaneo in cui si vive”. Bisogna osservare il mondo che ci circonda perché siamo umani – ricorda – ma al tempo stesso bisogna cercare di comprenderlo, conservarlo e mantenerlo non come un ricordo fugace, ma come un essere vivente. Sono cinque le sale a lei dedicate al terzo piano del museo - visitabile soprattutto in questi giorni che inizierà Artissima 2018, la Fiera Internazionale d'arte contemporanea di Torino in programma dal 3 al 5 novembre prossimi – tra cui undici pennelli per un dipinto in Twice Upon a Time, un'opera ispirata alla storia di Sita e all'antico poema epico Ramayana dove si racconta di una donna che invece di sottostare al potere del marito, decide di tornare alla Madre Terra da cui è nata. Un ritorno che la Malani vede sempre come il simbolo di resistenza e tutta la vicenda come un messaggio sulla contemporaneità dove il patriarcato e il capitalismo soffocano la libertà delle donne. Per superare questi tempi bui di dominio del mondo da parte dell'ortodossia maschile – conclude - dobbiamo imparare ad ascoltare le donne che ci hanno precedute; non sempre è facile, ma con un piccolo sforzo tutto questo sarà possibile”.

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