Cosa ho imparato dal libro Mammamia!

Ovvero perché Paola Maraone e Alessandra Di Pietro ci aiutano a crescere bambini felici ed essere genitori sereni.

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Courtesy Baldini + Castoldi

Bello, eh, bello per carità. Avere un figlio è l’esperienza più rivoluzionaria del pianeta. Una cosa che ti riempie di strabordante felicità, ti fa acquisire i superpoteri e nel contempo ti può gettare nel più cieco sconcerto. Chi non si è riempito la casa di manuali, self help, libri da usare come faro nella notte - specie quando le notti diventano veglie?

E soprattutto chi non ha imparato, sul campo e assai presto - ahimé - che nessun libro può sedare l'ansia che si specchia sul fondo? Allora, premesso che la verità ultima non c'è, e che nessun manuale è il de-fi-ni-ti-vo (andrebbe scritto in maiuscolo e fatto lampeggiare come un neon) alcune letture, va detto, aiutano parecchio. Io, settenne in carico e pesantezza dell'essere in carico pure quella, ho trovato illuminante Mammamia! Il metodo italiano per crescere bambini felici ed essere genitori sereni (dove “felici” e “sereni” sono aggettivi in odore di Terra Promessa) di Paola Maraone e Alessandra Di Pietro (appena uscito da Baldini + Castoldi). 88 storie che affrontano di tutto: dallo slime alla paura del buio, dal bullismo alle famiglie allargate e che attraverso vita vera, esperienza condivise, situazioni affrontate (e ancor meglio, e qui sta il plusvalore, gestite) ed esperti ci aprono squarci di sereno e ci mostrano come trovare soluzioni e tramutare ogni problema in un’avventura.

Quindi dopo averlo letto, orecchiato (nel senso di piegato le pagine formando delle orecchie per trovare il punto x in caso di necessità) e sottolineato, ecco le cinque cose che ho imparato dal metodo Ace: autonomia, condivisione, empatia. Con brio.

1) Materno plurale. Dopo aver catalogato mamme tigri (che paura!) elicottero (pure peggio!) chiocce, iperprotettive, anaffettive, troppo presenti o troppo assenti, è chiaro che le mamme sono tante. Quella qui descritta è una nuova tipologia, più umana, consolatoria e simpatica. Di chi si tratta? Ma della mamma polpetta: esemplare umano di straordinario talento perché la polpetta non è «un pasticcio improvvisato ma richiede sempre ottimi ingredienti, un occhio esperto per dosarli, una mano amorevole per mescolare». Tutte doti scrivono le autrici, che servono anche nell'allevare ed educare la prole. «Ci metti amore, attenzione, cura, regole, teoria, esperienza, risate, sbuffi e poi coccole, rimproveri, qualche strillo. Tutto q.b., quanto basta». Quindi viva le mamme polpette! Perché no, non sarà facile, sì ci saranno sempre momenti di tensione, problemi nuovi che magari ci getteranno nella disperazione, situazioni davanti alle quali il nostro unico desiderio sarà uscire di casa chiudersi in un bar e tornare a giorno fatto, ma poi noi mamme polpette ce la faremo. Magari pure mettendoci a cantare come hanno fatto Paola, Mike Delfino, la Pupa, il Pupo e la Piccolissima (vedi storia 3 Resilienza - non dite uff). Troppo? Non è detto.

2) Mi piaci a ma a volte no. Ovvero che non li devi amare in toto. Nel senso che «trasmettiamo ai nostri figli i nostri difetti, ma poi vogliamo - pretendiamo, a volte - che siano persone migliori di noi». Ma sono persone, distinte da noi e con cui non si deve «fingere che di loro ci vada tutto bene». Anche perché sui comportamenti si può lavorare. E il punto è che «non sono i comportamenti, ma i figli, che dobbiamo imparare ad amare». Quindi se - giusto per fare un esempio - quando si trascina per casa, perso a fissare i misteri dell'universo in un granello di polvere, e voi avete fretta, una fretta maledetta e dentro di voi pensate "ma perché? perché??" e combattete una lotta intestina tra i vostri tempi e i suoi e pensate che comunque questo suo ciondolare non vi piace proprio, e che se ci fa aspettare altri due secondi vi metterete a ululare come una faina, non è grave. Lui lo amate comunque ma questo comportamento va modificato.

3) Indulgenza (quasi) plenaria. Ovvero non stigmatizzarsi all’eccesso se la nostra idea di cosa fare e quello che riusciamo realmente a fare divergono come rette parallele. Un esempio a caso? La nanna. Io, il cui figlio la sera sperimenta una sorta di boresso (termine veronese che indica il fatto che i gatti la sera d'un tratto repentinamente e senza motivo apparente si mettano a correre in modo forsennato per la casa) e trova - il figlio non il gatto - qualsivoglia pretesto per procrastinare la messa a letto, ecco io per la nanna mi sono sentita molto in colpa. Ho pensato e lo penso tuttora di non essere abbastanza determinata/efficace/rassicurante. E certo sarà così. Poi però leggendo le storie 8-9, ma anche 39 e 80 ha fatto un po’ pace. Continuo sempre a pensare che dovrei essere più efficace, ma abbiamo trovato una routine (certo non va a letto presto e trascinarlo a cambiarsi richiede negoziazioni degne dell’Onu) e io a quei 15 minuti in cui si infila nel lettone e legge e intanto mi racconta o mi chiede cose, non riesco a rinunciare. Non sono abbastanza adulta.

4) Dire, fare (e anche baciare). Ovvero del fatto che non si può predicare e basta. Decretare norme e linee guida, imporre codici comportamentali e pensare che bastino. Ma che - ed è questo il motivo per cui a volte uno vorrebbe uscire di casa, chiudersi in un bar e tornare a giorno fatto, vedi punto 1 - quello che fa la differenza è come ti comporti tu. In tutto: nella passione che metti nel fare le cose (da cui loro trarranno la loro passione), dal lasciare oggetti sparpagliati come le molliche di pane di Pollicino salvo poi pretendere che siano ordinati, dal non affrontare le paure e ripetere loro incessantemente di cercare di superarle (vedi storia 88).

5) Rivalutare l’estinzione. No non quella che prevede la sparizione in massa della nostra specie. Ma quella di cui si parla nella storia 32, dove per estinzione si intende la sottrazione dell’attenzione. Ovvero il fatto che se resistiamo - è il caso di dirlo - a qualche provocazione (qui il Pupo che pigola emettendo squittii che urterebbero i nervi di chiunque, il venerdì sera), se non prestiamo attenzione a questi comportamenti, i suddetti comportamenti - non rafforzati - cesseranno, si estingueranno. Ah, che liberazione.

Certo, lunga ancora è la strada, erta la via, ma leggere queste storie, questo metodo giocoso e gioioso, mi ha dato una botta di serenità, la sensazione che ce la posso fare.

Magari domani mi lascerò prendere dallo sconcerto - e desidererò uscire di casa, chiudermi in un bar e tornare a giorno fatto, vedi punti precedenti - ma ci penserò domani, che dopotutto, come diceva la più citata della filmografia occidentale, è un altro giorno. Intanto parto di qui. Ripenso ai cinque punti. Sorrido. Metto musica rock. E stasera faccio le polpette.

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