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Un granaio fatiscente del seicento, che viaggia nel tempo (e nello spazio) per diventare una casa vacanze contemporanea: questa in sintesi è la storia di Casa Garelli, capolavoro di Carlo Mollino incastonato nella superba cornice delle Alpi valdostane. È il 1962 quando il geometra Felice Garelli, grande amico di Mollino, acquista per 850 mila lire la baita Taleuc a Champoluc: si tratta di un rascard in legno del 1664, costruzione tipica di queste valli, in cui i contadini erano soliti stipare viveri e fieno. L’idea di Garelli è ambiziosa: smontare quel rudere pezzo per pezzo e riassemblarlo sul versante opposto della montagna, per farne una casa di villeggiatura.

Marcello Mariana

Quando Mollino accetta la sfida, il suo nome è uno dei più noti e autorevoli sulla scena architettonica italiana. Sua è l’avveniristica sede (purtroppo perduta) della Società Ippica Torinese (1940), suoi sono gli interni dell’Auditorium della Rai (1952), senza contare i numerosi progetti in alta quota, che testimoniano il suo grande amore per la montagna. Alpinista, sciatore, esperto di fuoripista e ferrate, Mollino trova proprio nella vertigine delle vette la scenografia perfetta per il suo estro, capace di guizzi creativi arditi, ma sempre ancorato a un rigoroso background ingegneristico. Tra le sue opere alpine ricordiamo la futuristica Slittovia del Lago Nero a Salice D’Ulzio (1946-47), la Casa del Sole a Cervinia (1947-55), e poi due abitazioni, Casa K2 e Casa Capriata. Ma nessuna di queste creazioni è paragonabile, per complessità e ingegno, alla radicale trasformazione della baita Garelli, oggetto tra l’altro di uno studio approfondito recentemente pubblicato da Electa, a cura di Laura Milan e Sergio Pace, dal titolo “Carlo Mollino. L’arte di costruire in montagna. Casa Garelli, Champoluc”.

https://www.electa.it/prodotto/carlo-mollino-larte-di-costruire-in-montagna/

La ricostruzione della casa comincia, e non potrebbe essere diversamente, dalle fondamenta. Mollino ricrea il vecchio basamento in pietra e su questo adagia un volume massiccio in legno, sbalzato di circa due metri su due lati opposti. Un dettaglio architettonico merita di essere apprezzato: parliamo dei cosiddetti boleri, ovvero “funghi” in granito che nell'antico rascard servivano a sostenere la struttura soprastante, per impedire che i topi si arrampicassero e l’umidità corrodesse il legno. Venuta meno la loro funzione originale, questi dieci piccoli pilastri tipici dell’architettura vernacolare vengono riproposti da Mollino in una nuova chiave, evocativo-stilistica, alloggiati in un segmento vuoto, che fa da interstizio tra i due corpi di fabbrica.

Marcello Mariana

Se questo elemento strizza l’occhio al passato, di impronta moderna è la finestrella continua in legno del basamento, che cita le finestre a nastro predilette dallo stile internazionale. Altre aperture, alte e strette, punteggiano la casa, come tanti piccoli occhi che scrutano il maestoso spettacolo della natura circostante.

La copertura è rappresentata da un tetto a balze rivestito di ardesia, sotto il quale si articolano tre livelli. Per accedere al piano rialzato, Mollino scolpisce una scala esterna, composta da robuste travi in larice su un corpo in cemento, cui fa da contraltare una scala interna, sempre forgiata nel cemento e completata da pedane lignee e da una ringhiera d’acciaio. Di nuovo, il design moderno di questi elementi si incorpora armoniosamente nel tessuto tradizionale che li avvolge.

Marcello Mariana

All’interno, Mollino si preoccupa di adattare lo spazio alle esigenze dei villeggianti. Ci sono ambienti conviviali, come la tampa, ossia un luogo di ritrovo per la famiglia e i suoi ospiti, e poi la sala riscaldata da una splendida stufa Thun che col suo rivestimento di formelle in terracotta verde, ripreso anche ai piani superiori, dà un twist raffinato agli interni, spezzando il predominio del legno.

Se il primo livello è destinato ad accogliere i momenti pubblici e condivisi, con aree living confortevoli e generose, nel secondo trovano spazio le camere da letto, che dall’alto vantano una vista invidiabile sul paesaggio montano. Anche gli arredi portano impressa la firma del grande architetto, che ama plasmare pezzi unici, sculture dinamiche intrise di rimandi biomorfi: le corna di un cervo diventano le gambe di una sedia, le ali di una farfalla fanno da schermo alla luce di una lampada.

Marcello Mariana

Ogni dettaglio è curato con spasmodica attenzione, sempre alla ricerca di un equilibrio inedito tra passato e presente, che rimodella stilemi remoti per vivificarli e riscoprirli sotto una nuova luce. Mollino vince la sua sfida, smontando e rimontando l’antico rudere come farebbe un bambino curioso ed entusiasta con i Lego. La sua sete di sperimentazione, che lo porta a cimentarsi con forme plastiche e volumi complessi, convive col profondo rispetto per il mondo che lo attornia: da un lato la natura verde e bruna della Valle, tesoro incontaminato a cui guardare, dall’altro l'architettura arcaica, con la sua poesia ruvida e genuina da preservare.