«Non ho invitato mia madre al mio matrimonio: e non me ne sono affatto pentita»

Senso di colpa, torture mentali, terrore materno: distruggere il classico dei cliché del bon-ton per questa ragazza è stata la più grande libertà.

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«Mi sono trovata a domandarmi: ero davvero diventata io la crudele tra le due? Si può escludere dal giorno più bello della propria vita la persona che ti ha messo al mondo?» a scrivere queste parole è Callie Little, una ragazza di 27 anni che vive a Seattle e che, come molte coetanee, ha una tranquilla vita social e sociale. Realmente, la forza di questa ragazza dai boccoli mogano che nella vita scrive di sesso ed educazione sessuale, è molto più di un profilo social. La sua è una storia che sta facendo discutere perché racconta come ci si può sposare e non invitare la madre. Non una madre qualunque: una madre violenta che, a causa di una malattia mentale, rende la casa il luogo più pericoloso del mondo. Quello dove una bambina «deve imparare tutto e in fretta per sopravvivere: perché altrimenti i piatti si impilavano per giorni, le lenzuola non si cambiavano per mesi» come ha narrato Callie nel racconto shock per Cosmopolitan Usa. Perché se oggi parlare di matrimonio spesso significa parlare di quanto spendere per un abito da sposa, quanti amici invitare e che : programmare, parlare di matrimonio per Callie Little (che Little non lo è affatto, la sua storia da brividi la rende grandiosa innamoratevi del suo blog callielittle.com) ha significato dimenticare la propria madre per poter tornare a vivere. Come? Nel lungo racconto di come Callie sia arrivata a prendere le distanze dalla madre «e dal suo chiamarmi sempre e solo stupida idiota (tra gli epiteti più delicati ndr)» Callie non lascia da parte nessun dettaglio. Neppure la nube tossica di una madre che ti tiene stretta a sé «poi ti dà una sberla per mostrarti affetto. Salvo poi scusarsi e piangere, prima di rintanarsi ancora in camera a fumare».

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Per sopravvivere a un’infanzia durissima dominata dalla malattia mentale della madre, chiamata Stevens-Johnson una forma di depressione violenta, Callie non ha avuto certo tempo di sognare un matrimonio. Non a caso twitta «il mio film preferito era Pretty Woman» e non nasconde di aver odiato sentirsi ripetere «che ero più matura della mia età. Non volevo essere matura: volevo essere una bambina». Da quella casa dove non c’è mai sole emotivo, né tantomeno fisico (per via della depressione della madre che la porta a non sopportare alcuna fonte di luce «tranne la luce blu della televisione») Callie cerca solo la fuga: un padre assente, una madre intrattabile e un senso di colpa che cresce perché non puoi abbandonare tua madre, giusto? Tra un «marmocchio velenoso» e «stupida cagna» Callie cresce, frequenta compagni di classe e le loro case dove la vita è, apparentemente, normale. Poi Callie si trasferisce «in una soleggiata Santa Cruz e conosco alcune delle persone più incredibili che abbia mai conosciuto: compreso l’uomo che sarebbe diventato mio marito».

Quattro anni dopo quella fuga per la sopravvivenza arriva la parte più dolce e crudele di questa storia: quella che potrebbe tratteggiare Callie come una figlia degenere perché non ha incluso la madre tra gli invitati il giorno del suo matrimonio. Ma basta una chiamata della madre per «oscurare tutto: come ha sempre fatto. Stavo parlando del mio lavoro, del mio ragazzo e di tutto quello che stavo costruendo in questi mesi: quando l’ho sentita chiamarmi ancora “idiota”. Quella non era la madre che meritavo. Ho dovuto tagliare i ponti» anzi la traduzione letterale di quello che dice Callie ha un potere ancora più forte «ho dovuto bruciare quel ponte». La vita di Callie, lì, cambia nuovamente «ho sempre compreso e sopportato il dolore che mia madre provava tutti i giorni: ma non ho mai pensato di meritarmi quelle crudeltà». Due mesi dopo il fidanzato di Callie le fa la proposta: «quando mi ha dato l’anello non mi sono sentita più grande della mia età. Mi sono sentita finalmente me stessa. È stato il primo momento davvero importante della mia vita che non veniva offuscato delle violenze di mia madre».

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Nel suo abito di pizzo bianco con i fiori freschi sul lato destro del capo Callie è bellissima: nelle foto di nozze scattata da Jared Dyck e Michelle Quitasol Callie ricorda il viso di porcellana di Adele. Ma i suoi occhi stanno riflettendo. Due settimane prima di questo momento, in cui Callie indossa l’abito del giorno perfetto, un amico della madre le ha mandato un’email. E l’incubo ritorna “tua madre ha un cancro ai polmoni. Terminale”: «avevo passato la vita a chiederle di smettere di fumare, di smettere di uccidersi ogni giorno: ora dovevo decidere se parlarle di nuovo e far sì che facesse parte di nuovo della mia vita, matrimonio compreso, oppure lasciarla morire senza rivolgerle più parola». Il fatto che Callie decida di scrivere tutto questo la mette nuovamente in una posizione difficile. In quanti giudicheranno la sua scelta? In quanti le daranno del mostro per avere chiuso un capitolo così struggente della propria vita?

La risposta Callie se la dà qualche giorno dopo le nozze «è stato un matrimonio semplice, modesto, intimo: ma è stato soprattutto il giorno in cui mi sono sentita più amata di tutta la mia vita. Il giorno in cui mi sono sentita accettata, parte di una comunità per quanto piccola». Un miracolo per una ragazza di 24 anni «cresciuta in una relazione madre-figlia tossica, una realtà crudele che mia madre aveva creato per me». La madre di Callie morirà un anno dopo il sì della figlia «quando è morta anche l’ultima parte del mio cuore è stata finalmente liberata da tutto». Ecco perché il profilo social, il blog e i tweet di una 27enne americana che usa i social per raccontarsi non sono gli ennesimi profili narcisi. Sono vita che dovremmo conoscere.

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