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Perché il viaggio di ritorno è più breve? La spiegazione in 5 punti

La domanda più vecchia del mondo trova la risposta più emotiva del mondo: il cuore valica i monti

Viaggio di ritorno
Getty Images

Scienza di viaggio: perché il rientro è più breve dell'andata?Quell'autogrill che non arriva mai: e il peso della postura da scrivania che sta ancora lì sul collo. Il casello che si impalla nonostante il telepass. Gli autovelox che spuntano come grilli quando manca davvero poco al sospirato arrivo (e l'aria odora già di pini marittimi). Il viaggio di andata è eternamente lungo, profondamente scoraggiante. Nonostante le migliori intenzioni. Perché, invece, il medesimo percorso al rientro ci sembra più breve (quando Dio ci scampa dai bollini rossi e neri)? La risposta - come molte altre - arriva dai giapponesi che hanno studiato il caso sottoponendo N sconosciuti a guardare due video girati sullo stesso percorso: ma uno è "di andata" e uno "di ritorno". Il risultato è stato raccolto dalla rivista per nerd che sanno di essere utilissimi, Plos One, e raccoglie alcuni luoghi comuni e...molta emotività. Sì, perché anche se abbiamo la scienza esatta del tempo a testimoniare le distanze, l'effetto della memoria gioca un ruolo gigante. In 5 punti eccovi la risposta definitiva spiegata per bene.

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1. La versione più semplice. Lo studioso Joseph Stromberg (giovane redattore di Vox) dichiara la cosa più semplice: il viaggio di ritorno è principalmente alterato dalle nostre esperienze vissute ovvero "sappiamo che stiamo tornando".

2. Tutta colpa dell'orologio. Quando abbiamo un orario e un luogo da raggiungere siamo spinti dall'essere immediatamente lì e il tempo non sembra passare veloce, anzi, è una tortura. Quando non vi è un orario di rientro obbligato, invece, si perde la percezione "nevrotica" del tempo stesso. E, rilassati, ci sembra di arrivare prima.

3. Ricordare i punti di riferimento. Il ricordo emotivo è anche una mappa: all'andata si cercano indirizzi e luoghi da raggiungere. Al ritorno ci si ricorda dei cartelli, edifici, segnali incontrati all'andata. Conoscerli ci fa sentire quei luoghi più familiari. E li diamo per scontati. Macinando i chilometri velocemente.

4. Si lega al punto 3: il riconoscere segnali e punti di riferimento funziona con luoghi nuovi perché ci impegniamo a vederne altri , non con percorsi quotidiani come il rientro dall'ufficio (che rispetto al ritorno dalle vacanze rimarrà sempre un tragitto da stillicidio).

5. Invecchiamo in auto. Lo studio passa dall'auto alla vita: il vecchio video dei R.E.M. Everybody Hurts raccontava di persone in auto che aspettavano (e soffrivano) in un enorme ingorgo stradale. Sembravano invecchiare velocemente: il principio di stare in mezzo a posti che conosciamo bene e aver immagazzinato molte esperienze vissute (o oggetti e luoghi visti) fa sembrare più veloce lo scorrere del tempo. Invecchiamo più in fretta quando conosciamo già gran parte delle cose. E il ritorno verso casa non è la metafora più azzeccata sul senso della vita?

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