Che le donne italiane facciano meno figli è un dato di fatto. Tristissimo, ok. La forbice che sancisce l'affermazione è si apre dalla libera scelta (criticatissima, ancora) e la questione salariale (attualissima, ancora?). Non avere figli o non volerne per i motivi più disparati è oggetto di giudizio esterno, recriminazioni, dita puntate contro una scelta che può essere anche difficile, dolorosa e soprattutto personale, da sola o dalla coppia. Ma a che prezzo, realmente, una donna diventa madre? La questione economica della disparità salariale frena molte donne sulla decisione effettiva di avere figli col proprio compagno o con la fecondazione in vitro. È il gender pay gap di cui si parla da tempo, ovvero la disuguaglianza degli stipendi tra uomini e donne: a parità di competenze di ruolo, una donna guadagnerà comunque in media meno di un uomo. La nascita di un figlio è il big bang del gender pay gap, la data zero dell'inizio della sconfitta della parità. Il New York Times ne ha parlato in diverse inchieste e nell’ultima, scritta da Claire Cain Miller, è emerso proprio un dettaglio non da poco: le donne che fanno figli molto presto saranno sicuramente pagate meno degli uomini nel corso della loro carriera. Al contrario il marito, solitamente, inizia a guadagnare più della moglie dopo la nascita del primo figlio. “Le donne che hanno il primo figlio prima dei 25 anni o dopo i 35 anni, ovvero quando le loro carriere cominciano o una volta che si sono stabilizzate, riescono ad annullare il divario salariale con i loro mariti” spiega la Miller citando lo studio del Census Bureau pubblicato lo scorso novembre. Per una donna significa che il suo stipendio potrebbe non aumentare più, addio soddisfazione personale. Per colpa, sia detto in modo provocatorio, proprio della nascita del bambino a seconda del momento della propria vita in cui decide di averlo. Pianificare la nascita di un figlio per realizzarsi nel lavoro? Sì, è così. Vi sembra triste? È realismo, amaro realismo. Le donne che hanno bambini in età più avanzata hanno una carriera diversa, ottengono posizioni migliori, hanno più tempo per la propria formazione personale e lo studio. Al contrario, tendenzialmente le donne che hanno figli da giovanissime non sempre riescono ad avere accesso ai posti di lavoro più prestigiosi, perché i figli -generalizzando molto- tendono ad occupare tutto lo spazio vitale della madre.

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Avere figli ha un impatto fortissimo sullo stipendio di una donna, e non solo per crescerlo: quando una donna in carriera ha un figlio, si pensa comunemente che in quel momento le sue energie convoglieranno soltanto su quello.

E in Italia? Mani dai capelli e guardiamoci negli occhi: le politiche per il sostegno alla famiglia sono decisamente ridicole. Anche perché nella famiglia -sempre per cliché di cui sopra- è la donna che accudisce figli, partner e pure gli animali. Che si occupa a tempo pieno del proprio lavoro e anche di casa&famiglia. Wonder Womanper servirvi. E se essere workaholic sia la via più rapida alle carriere più brillanti, di certo è quasi automatico che la strada di accesso delle donne ai posti alti venga automaticamente sbarrata, in una società sessista come la nostra. Nonostante la legge sulla parità salariale del 2006 è ancora molto difficile dimostrare le differenze di stipendio e il gender pay gap tra uomini e donne. Anche perché il problema viene traslato: i figli portano via tempo, una madre deve stare coi figli il più possibile, le donne devono essere mamme prima di tutto: tripletta di pregiudizi. E se provi ad avere una tata sei una madre snaturata perché pensi solo al lavoro. Gli uomini invece possono anche essere papà: per loro non si crederà mai che sia un ruolo a tempo pieno come per le donne.

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