Sono un rider, lavoro in bicicletta, vi porto da mangiare. E ora vi racconto la mia giornata tipo

Mentre si sposta guida, scrive, cammina, sempre tuffato nel cellulare. Otto consegne al giorno: da 3 a 5 euro l'una, poche tutele, multe a tuo carico. Poi un giorno magari sei licenziato da un'app

Un ciclofattorino di una delle tante aziende di food delivery che operano in Italia
Davide Burchiellaro

La giornata del ciclofattorino

Mentre la giornata particolare dei riders si sta per concludere, quella di Claudio (nome di fantasia), uno dei tanti ciclofattorini del cibo a domicilio delle nostre città, è appena incominciata. Studente di Scienze politiche, 28 anni, dopo che il ministro del Lavoro Di Maio ha incontrato oggi per la prima volta cinque delle principali piattaforme del food delivery, è lui a raccontarci che cosa succede ogni giorno nella vita del nuovi “eroi” della gig economy, e che cosa cambierebbe nella sua se il decreto dignità auspicato dai 5stelle dovesse prendere forma.

Due ciclofattorini in missione di consegna
Davide Burchiellaro

Sono passate da poco le 19 e Claudio è uscito di casa inforcando la bicicletta. Indossa i gadget forniti dall’azienda. Un giubbotto e uno zaino termico con tanto di logo. Mentre la bici, o l’auto quando richiesta, è sua. Così come le spese per manutenzione e benzina e il cellulare su cui legge gli ordini per le consegne. Per gli angeli del cibo a domicilio le fasce orarie di lavoro sono due. Dalle 11 del mattino alle 15, e dalle 19 alle 23. «Quella serale è sempre preferibile», spiega. «Te ne accorgi soprattutto a inizio estate: con il gran caldo portare del cibo bollente sulla schiena non è il massimo». Come sempre Claudio ha fatto attenzione ad avere una certa quantità di denaro in tasca. Gli serve per lavorare. Perché quando i clienti ordinano pizze e cibi vari, se il pagamento non è avvenuto con la carta di credito, sarà lui a dover anticipare i soldi al titolare del ristorante che ha avuto l’ordine. «La prima volta ho chiesto in prestito 70 euro a un amico», spiega. «Naturalmente, riprendo tutto dal cliente al momento della consegna, ma se quello cambia idea, o se non si fa trovare al cellulare, l’unica alternativa è che la sua pizza me la mangi io, che in realtà non ne avrei nemmeno il tempo». Sì, perché Claudio, che ha deciso di optare per questo lavoro trovandosi ad avere «esigenze economiche stringenti», per essere certo di garantirsi guadagni decenti deve fare almeno otto consegne a turno, cioè una ogni mezz’ora, intascando da 3euro e 90 a 4 euro e 90 ciascuna, a seconda delle distanze.

Prima regola: garantire disponibilità assoluta all'algoritmo

«Se ti ritrovi senza contanti, l’alternativa è farsi amico il ristoratore, che così non ti chiede il pagamento immediato ma solo dopo che l’hai ricevuto dal cliente. Con lo svantaggio che però perdi tempo per tornar da lui, rischiando di diventare meno competitivo».
Ecco quindi l’altro punto dolente. Garantire la disponibilità assoluta a fare più corse possibili: cosa che formalmente nessuno ti chiede, ma che è l’unica garanzia di risultare affidabile per gli algoritmi con cui i riders si confrontano ogni giorno sulle loro app e che di fatto sono i veri committenti.
L’economia dei lavoretti funziona così. L’aspirante ciclofattorino si presenta all’azienda di food delivery per un incontro in cui manifesta la sua disponibilità a collaborare. Non è richiesto alcun curriculum, e spesso i colloqui non sono nemmeno individuali. Ma se ti prendono, consegni i documenti e così cominci una collaborazione autonoma occasionale, scandita dagli ordini che compaiono sull’app dell’azienda sui cui, con l’anticipo di una settimana, devi segnalare le tue disponibilità orarie. «Se ti ammali», precisa Claudio «o se ti molla il telefono, o se ti rubano la bici o hai la macchina in riparazione e non rispetti gli impegni, secondo la legge degli algoritmi risulti meno affidabile e dunque anche meno desiderabile, e di conseguenza ti saranno affidate sicuramente meno corse».

Servitor di due padroni

Lui, per non rischiare di rimanere a corto di incarichi, a giorni alterni lavora per due aziende diverse. Per una con la bici, per l’altra in auto. E i tempi morti? Si spera che non ce ne siano, anche se quando esce di casa non lo può sapere. Mentre pedala butta sempre un occhio al telefonino, per sapere quale sarà la destinazione successiva. E in mancanza di indicazioni, si accampa da qualche parte ai bordi della strada. Al bar no, non ci può andare, perché si fa in fretta a buttar via quei tre euro che hai appena guadagnato. Quindi, non restano che i portici, o qualche tettoia possibilmente a prova d’acqua. Se il committente, che controlla la tua posizione con il gps, ha la premura di affidarti solo ordini compatibili con la tua zona di partenza, allora è una pacchia. Ma se non è così, stare nelle otto corse prefissate è dura. «L’importante è rimanere concentrati. Il rider è un multitasking. Mentre si sposta guida, scrive, cammina, sempre tuffato nel cellulare, e risparmiando al massimo sui tempi. Il che significa che, se sei in auto, non puoi certo perdere tempo a parcheggiare, e ti metti dove capita, in seconda fila, sui marciapiedi, davanti ai portoni: solo che sei poi tu a pagare le multe».

La speranza della dignità

Claudio è tra quelli che spera nei cambiamenti del decreto dignità. Ma intanto sta zitto e lavora. Il turn over nel settore è molto alto. La gente si logora in fretta (i colleghi - assicura - non sono certo solo studenti e si vedono anche parecchie donne), ma essere “licenziati” non fa piacere a nessuno. «In realtà nessuno con noi userebbe mai quella parola. Tecnicamente si dice “andare in stand by”. In altri termini: è la app che ti scarica. Non ti risponde più e saluti e baci, così capisci che hai finito. Ma per un po’, per me, anche così può funzionare. Dove lo trovi un altro part time serale a 20 ore a settimana?».

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