Per gli americani noi italiani facciamo troppe ferie

L'attacco è arrivato un po' da tutti i media mentre a Milano la sera si boccheggiava: gli italiani lavorano davvero troppo poco per poter ambire alla crescita? (Ehm... ).

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Il quesito che da qualche tempo a questa parte, curiosamente, interessa molto gli americani pare sia diventato: in Italia si fanno troppe vacanze? Si tira ovviamente in ballo La dolce vita, perché le sequenze del film di Fellini sono ancora molto vive, a distanza di quasi 60 anni, nell’immaginario di chi vive fuori dall’Italia (non è raro sentire qualche turista deluso quando, arrivato a Roma, scopre che le cose sono un po’ cambiate da allora). Qualche tempo fa, qualcuno ha anche teorizzato che due settimane di fila di vacanze fanno male alla salute. Ma le riflessioni in questa occasione si basano molto su numeri, pregiudizi e sul tentativo di dimostrare “qualcosa”. Nei giorni scorsi, ad esempio, The Economist si è posto il problema in modo inizialmente, (apparentemente) innocuo parlando di scuola. Partendo dalla teoria secondo cui le vacanze troppo lunghe fanno tornare gli studenti sui banchi con la memoria azzerata di tutto ciò che hanno imparato nell’anno scolastico precedente (la teoria del summer learning loss), la rivista si chiedeva quanto il danno possa essere ingente nei paesi in cui le vacanze sono più lunghe che negli Usa, specificando che è tanto più grave negli studenti di famiglie di ceto basso, nelle cui case è più difficile che circolino libri e giornali e i programmi culturali in tv vengano ignorati dallo zapping, isolando il bambino dalla cultura per tre mesi.

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L’articolo dell' Economist prende poi come esempio l’Italia e la Turchia in cui le vacanze scolastiche durano “tre mesi esagerati”, mentre i ragazzi coreani, ad esempio, hanno solo tre settimane di vacanze l’anno. Negli Stati Uniti, in verità, i giorni di vacanza non sono poi molti meno che da noi. La scuola termina in genere la prima settimana di giugno e riapre dopo il Labor Day, che è il primo lunedì di settembre. Sull’eventualità affascinante di imitare i coreani, o almeno di avvicinarsi, l’articolo spiega che costerebbe però un patrimonio ai contribuenti tra aria condizionata negli Stati del sud e aumenti di stipendio degli insegnanti. Ma esamina altre possibilità, come ridurre i giorni di festa nelle stagioni fredde. L'importante è non tradire la competitività congenita di questo paese, anche per non soccombere contro gli asiatici rampanti. Quello che sembra di leggere fra le righe però è che l’Italia venga citata come esempio negativo di quello che accade agli adulti quando fanno troppe vacanze da bambini. Qualcosa tipo "figlio mio, se non studi diventi come un italiano"?

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Un pochino, sì, e il vizio prosegue da grandi. Il giornalista premio Pulitzer George Will, sempre ad agosto, dal sito del canale Abc ha commentato (prendendola meno larga dell’Economist) che “Gli americani la devono smettere di dire cose cattive contro gli europei. Prometto di non farlo più dalla prossima settimana, ma ora che è agosto, tempo di vacanze, devo notare che gli europei passano troppo tempo in vacanze”. Will, che non ha peli sulla lingua, bacchetta l’Europa che si lamenta sempre dello strapotere globale americano, “Ma forse gli europei sarebbero più ricchi, più potenti, e potrebbero mostrare di più i muscoli geopolitici se si prendessero meno tempo libero”. Poi spiega che mentre, secondo un sondaggio del Los Angeles Times, gli americani prendono sempre meno ferie – la media è arrivata a 16 giorni l’anno – e quando le prendono si sentono pure in colpa, gli inglesi “relativamente laboriosi, per gli standard europei, fanno 28 giorni di ferie pagate all'anno”. E poi prosegue: “I tedeschi ne fanno 35, i francesi 37, gli italiani 42”. Ehm...

Will riporta inoltre uno dei tanti studi della rivista The Economist (ancora) secondo cui gran parte della differenza di ricchezza pro capite tra Europa e America può essere spiegata solo dalla diversa durata delle ferie. Verdetto già emesso, quindi? "Quando gli europei sono in spiaggia meditando sul potere americano, forse dovrebbero notare che lo fanno... in spiaggia”, conclude ironicamente il giornalista. Sconfortati? Arrabbiati? Spaventati? Qualche anno fa, nel 2012, in Italia sollevò molte polemiche la proposta dell’economista Gianfranco Polillo, allora sottosegretario al ministero dell’Economia del governo Monti, secondo cui per alzare il Pil italiano sarebbe stato sufficiente togliere dai contratti di lavoro una settimana di ferie l’anno perché, facendo i conti, aveva realizzato che i lavoratori italiani trascorrono solo nove mesi pieni al posto di lavoro. In quel caso il Telegraph, in Inghilterra, invece, si domandò se una tale affermazione da parte di un politico italiano non avrebbe confermato gli stereotipi preferiti del nord Europa, secondo cui nella “frangia mediterranea bagnata dal sole dell'Unione europea” ci sia una certa riluttanza a sgobbare. Come ci dobbiamo sentire dopo queste riflessioni? Tutti gli articoli citati come fonte sono usciti mentre a Milano, la notte, il termometro non scendeva sotto i 31 gradi. Sarebbe già una risposta. La riluttanza a lavorare con temperature assurde, poi, non ha a che fare solo con il disagio, ma anche con le spese di condizionatori che The Economist avanza parlando di scuole negli Usa. La risposta ce la dobbiamo quindi dare da soli: lavorare più giorni, più ore, è davvero la soluzione a migliorare le nostre vite, o la massima "si lavora per vivere, non si vive per lavorare", che quasi la decrescita felice era riuscita a imporre, ci darà prima o poi ragione? Ai posteri - molto banalmente - l'ardua sentenza.

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