L'età giusta per avere uno smartphone

I nativi digitali crescono davanti al telefonino, l'età dei bambini per web e social si abbassa vertiginosamente e i genitori fanno fatica a gestirli. Che fare? I consigli di Alberto Pellai, psicoterapeuta dell'età evolutiva.

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Duangphorn Wiriya su Unsplash

«Mamma mi compri lo smartphone? Ce l’hanno tutti. Mi serve per i compiti e per parlare con i miei amici su WhatsApp». Una richiesta simile, presto o tardi, tocca tutti i genitori. E, troppo spesso oramai, temendo di fare del proprio figlio un escluso o di generare infinite discussioni, molti adulti lo consegnano nelle mani inesperte dei più piccoli. Anche perché, spesso, mamme e papà lo vedono come un rassicurante guinzaglio elettronico.

Ma qual è l’età giusta per uno smartphone? Da alcuni anni in molti Paesi, Stati Uniti in testa, ci si interroga se debba esistere un’età minima, un po’ come per alcol e tabacco. «In realtà non esiste un’età giusta e difficilmente saranno posti dei limiti: siamo già andati troppo oltre», spiega Alberto Pellai, psicoterapeuta dell’età evolutiva, ricercatore dell’Università degli Studi di Milano, autore di tanti saggi tra i quali Il metodo famiglia felice (DeA) oltre che padre di quattro figli.

Partiamo dai dati: in Italia secondo la ricerca Eukids 2017, più della metà dei bambini già a 9 anni possiede uno smartphone, percentuale al 97% quando si arriva ai 15.

«Veramente troppo - commenta Pellai - Ecco perché dico sempre ai genitori: prima di regalarglielo chiedetevi: gli serve? È pronto per utilizzarlo e per gestirne la complessità? Perché ormai più ricerche dimostrano che i bambini che usano precocemente e intensamente le tecnologie sviluppano meno abilità sociali. Oggi sappiamo che lo smartphone impatta in modo definitivo sulle competenze cognitive ed emotive e su alcune delle sfide evolutive come lo sviluppo sessuale, la costruzione delle passioni, quella delle dipendenze». Lo smartphone è una fonte di distrazione, stimola a fare più cose contemporaneamente in un momento in cui concentrazione e attenzione devono essere sperimentate da soli. Dal punto di vista dello studio, riduce la creatività e la risoluzione di problemi a un click su un motore di ricerca.

«Come terapeuta ritengo che si cresca benissimo senza, almeno fino alla fine della terza media. E che per i bambini della scuola primaria usare lo smartphone sia una precoce impresa titanica che un minore a quell'età non dovrebbe affrontare. Lo dico anche perché in questi ultimi anni non ho mai dovuto gestire richieste d’aiuto di genitori per figli devastati dalla mancanza del cellulare, mentre ne raccolgo centinaia per problemi da abuso di tecnologia».

Attenzione però: vietare lo smartphone non significa togliere l’accesso a internet.
«In casa nostra (Pellai è padre di quattro ragazzi ndr) abbiamo due computer sempre connessi in sala al centro della casa disponibili per tutti. E tutti i miei figli possono usarli. Ma avere un pc a disposizione, non è come avere l’accesso al web sempre in mano».

Se invece ritenete che vostro figlio sia pronto, ecco i consigli da seguire: «Per almeno sei mesi fategli usare uno smartphone condiviso, di famiglia, in modo da poter controllare cosa scrive, quali social o videogiochi utilizza.

Poi costruite con lui un contratto educativo molto chiaro in cui stabilite momenti off-line per lo studio e per la sera dopo le 21, stabilendo tempi certi per il gioco. Comunicate limiti da non oltrepassare e fategli sapere che sarete lì a presidiare».

Senza dimenticare che alcune regole esistono già, di legge. Se vi chiede di aprire un profilo Facebook, sappiate che fino a 13 anni è vietato. E per WhatsApp ditegli che può usarlo, ma sotto il vostro controllo perché è un’app consentita a chi ha già 16 anni. Salviamo almeno le zone franche.

«Come hanno fatto in Francia con il divieto (in vigore da settembre) di usarlo in classe. Quando l’anno scorso la ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli l’ha sdoganato in nome di una scuola digitale, le ho risposto che per questo ci sono lavagne e aule informatiche. In classe è necessario concentrarsi sul volto dell’altro, prestare attenzione a chi parla. La scuola deve rimanere un luogo dove regole e comportamenti sono condivisi da tutti».

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