Dalla cucina di Paul Thorel si vede tutta (l'arte di) Napoli

La città partenopea raccontata da uno dei suoi più grandi artisti: al museo MADRE un viaggio tra ricordi, musica, tradizioni e vita.

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Samuel C su Unsplash

“Di Napoli non posso proprio farne a meno”, confessa l’artista italo-francese Paul Thorel, in piedi dietro al bancone dell’isola della sua cucina, “ma non posso dirti cos’è questa città, sarebbe troppo complicato. È un crocevia di origini, di storie e di culture lontanissime. Anche lo spirito napoletano è difficile da comprendere: l’umorismo, il sarcasmo, l’indifferenza. E poi c’è tutta la parte di abbandono, di inefficienza, tutto quello che una persona straniera non tollererebbe. Noi invece tolleriamo molto, non ne possiamo fare a meno. Napoli è inafferrabile.”

Di padre francese e madre napoletana, dopo un’infanzia vissuta tra Roma e Parigi, Paul Thorel ha scelto Napoli come sua città eletta. La casa di Thorel affaccia su Vico Belledonne, la zona che tutti chiamano “I Baretti” per l’affastellamento di piccoli locali e negozi. In una Napoli erosa dai brand di consumo, sulla quale si sta imponendo in tutte le stagioni il turismo di massa, questo quartiere conserva ancora la presenza di un commercio e di un artigianato locale: dal fioraio alla macelleria tipica, dall’ombrellaio alla piccola produzione di borse e cravatte fatte a mano, tutte queste attività piene di fascino sono il vero volto, che rischia di venire cancellato, dell’Italia antecedente all’omologazione da megastore. Nella cucina di Paul Thorel risuonano i capolavori di Leonard Cohen, come Suzanne o A Thousand kisses deep, tra “cucchiare e cuppini” dondola il tipico cornetto partenopeo. Se lo vengono a trovare degli amici, racconta, li porta a visitare il Cimitero delle Fontanelle, un ossario sotterraneo che non è mai stato riconosciuto dalla Chiesa: i suoi teschi, nei secoli precedenti, furono oggetto di venerazione da parte dei cittadini che “li adottavano” e ne facevano dei veri e propri ex-voto, dando il via a una tradizione dai risvolti esasperati e pagani. Il macabro e il vitale, l’esuberanza e la semplicità, la religiosità e il folklore. Sono questi i forti contrasti che l’artista ama della propria città e che riescono in qualche modo ad ispirare le sue opere.

Il Passaggio della Vittoria, l’installazione permanente posta nel passaggio che congiunge i due cortili esterni del museo di arte contemporanea MADRE di Napoli, ne è un esempio. Si inserisce all’interno del progetto “Per_Formare una Collezione: Per un Archivio d'Arte in Campania" e, inaugurata all’inizio dell’estate, è stata voluta dal direttore Andrea Viliani. Quest’opera segna una tappa importante nella creazione di una permanente che sia il riflesso di un’identità museale, in stretto legame con la sua città e i suoi artisti. Paul Thorel ha scelto di rivestire questo passaggio con un mosaico di maiolica che, se da una parte omaggia una tradizione di artigianato locale, dall’altra costituisce un traguardo per le sue ricerche artistiche. L’artista, che si è fatto strada nel panorama internazionale (ma sempre con una forte preferenza per gli spazi italiani), a partire dagli anni ’80 si è distinto per le sue sperimentazioni pionieristiche, dapprima sulla stampa fotografica analogica, e poi sulla fotografia digitale. Negli stessi anni, ha collaborato con l’Università di informatica di Genova, riuscendo a creare una versione ante-litteram di Photoshop. E da lì ha iniziato a creare immagini, partendo da fotografie di volti e paesaggi, manipolandole verso una sua propria visione. Agli effetti speciali, tanto diffusi oggi nel cinema, preferisce degli strumenti che siano in grado di “distorcere” l’immagine. In fondo, “perché usare la tecnologia per simulare la realtà, quando abbiamo già la realtà?” si domanda. E afferma che la tecnologia oggi “non si è evoluta, si è solo velocizzata”, abbattendo tempi e costi di produzione con algoritmi che erano già stati scoperti quarant’anni fa.

Le oltre 2 milioni di tesserine in maiolica che compongono il Passaggio della Vittoria, realizzato dall’azienda Mutina, leader nella produzione di ceramica per l’arte, raffigurano onde arancioni, gialle, viola, verdi e blu, che si snodano morbide su uno sfondo bianco, formando un gioco di luci accentuato dai forti contrasti di colore. Il soggetto è ripreso dalla serie fotografica Derive Laterali ed è ispirato al mare, uno degli elementi più cari all’artista. Avete presente quando, da un punto sopraelevato, osservate il pelo dell’acqua e vedete comparire delle scie, date dal passaggio delle navi, dalle correnti, o dalla rifrazione della luce? Sono quei movimenti marini che Paul Thorel ha per tanto tempo immortalato, con la sua macchina fotografica, e poi modificato, tramite una lunga postproduzione a computer, fino a renderli mosaico sulla parete del museo di Napoli.

Il percorso di Paul Thorel, racchiude in sé l’armoniosa convivenza di tecnologia e percezione del quotidiano. Ha iniziato, giovanissimo, come pittore, nella scuola romana di Carla Accardi, ha frequentato artisti come Gino De Dominicis e le gallerie d'epoca, che già dagli anni 50 esponevano, con un’apertura culturale straordinaria, i più audaci artisti italiani, oltre ad americani ed europei. Ma della città partenopea il ricordo più bello è legato a sua nonna, che negli anni 60 scrisse un importante manuale di cucina tipica. “La cucina è il miglior rimedio contro la solitudine - ci ricorda Thorel - impara a cucinare e non ti troverai mai solo.” Smettendo per un attimo di chiacchierare, ci accorgiamo che la musica di sottofondo non è più la stessa, e ora lo stereo suona Mr Tambourine Man di Bob Dylan. E come diceva Battiato: “Mr Tamburino non ho voglia di scherzare, rimettiamoci la maglia i tempi stanno per cambiare”, così anche l’arte può non essere tutto e anzi portare a progetti di tutt’altra natura. Come l’attività vinicola che Thorel sta avviando sull’isola di Panarea (anche per fare un torto al turismo di massa, che deturpa l’isola, o anche perché una grande cucina è sempre accompagnata da grandi vini), oppure il bar che vorrebbe avviare a Hydra, in Grecia. Perché? “Per uno sbaglio, come tutte le cose che faccio.” Ma anche affidarsi alla casualità, talvolta, può diventare una strada obbligata. Come quella di Via Chiaia, l’unica che dalla sua casa porta al centro di Napoli, ma anche all’amatissimo mare, di cui non potrebbe proprio fare a meno.

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