Non solo la parte di Cupido: come si usano oggi le app di dating

Servono per superare una rottura, rialzare l'autostima e (perché no) trovare nuovi amici: le app di dating sono sempre meno un tabù e, anzi, Francesca Silvia Loiacono le ha rese protagoniste del libro Io sono Cupido

Donne App
Unsplash

Le app d'incontro sono ormai mainstream, tanto che sembra difficile parlare di relazioni sociali senza citarle. Tanto che Facebook sta effettuando i primi test in Colombia per inserire una sezione Dating all’interno della sua piattaforma. Tanto che Tinder, Lovoo, Badoo, sono le app di dating più usate in Italia. E che Netflix, per pubblicizzare la produzione originale Maniac, ha lanciato Maniapp che ti consente di trovare l’anima gemella in base ai disturbi mentali in comune.

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Abbiamo parlato di dating app e dintorni con Francesca Silvia Loiacono, autrice del libro Io Sono Cupido uscito sulla piattaforma Bookabook grazie a un'innovativa azione di crowdfunding e in vendita dal 18 ottobre 2018 in tutte librerie del circuito Messaggerie e su Amazon. Protagonista di Io Sono Cupido è Rebecca, che dopo il divorzio decide di cambiare rotta e diventare love matcher negli uffici milanesi dell’app d’incontri Love Around.

«Personalmente penso che le app di dating siano uno strumento neutro, sei tu a decidere che direzione dargli. Io stessa ho usato Tinder per un po’ e, a dire proprio tutta la verità, il mio attuale fidanzato l’ho conosciuto lì» racconta Francesca. «All’inizio non dicevo volentieri dove ci eravamo conosciuti». È stato un colpo di fulmine sulla metro, ci siamo incontrati in coda al supermercato: perché queste frasi suonano meglio di un sincero beh gli ho messo like su Tinder? «Sembra, o almeno qualche anno fa sembrava, una trasgressione. Al limite con l’essere nerd. Insomma una cosa per cui l’amica di turno avrebbe quantomeno strabuzzato gli occhi».
Ma guardiamoci in faccia: a volte è davvero difficile conoscere qualcuno. Soprattutto nella frenetica Milano, co-protagonista del libro Io sono Cupido.

Io sono Cupido
Courtesy of Francesca Silvia Loiacono

Un mito da sfatare è che le app di dating siano usate unicamente per trovare sesso occasionale. È vero, ma non solo. Sono sempre di più i ragazzi, più o meno giovani, che usano le app d’incontri come mezzo per farsi degli amici. Sì, avete letto bene a-m-i-c-i. Quando ci si trasferisce in una nuova città si è spaesati, spesso non si conosce nessuno, e non si sa in quali locali-bar-piazze andare per entrare in contatto con la vita sociale del posto. Allora ecco la soluzione: installi un’app, conosci qualche ragazzo/a, lo friendzoni (oppure no) e ti fai introdurre ai suoi amici.

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Funziona, davvero. E non è triste, è un modo come un altro. Quindi ora ripetiamolo tutti insieme: le app di dating non sono da demonizzare, sono solo uno strumento. Uno moderno. E anche socialmente utile. Lo dice lo studio universitario The strenght of absent ties: social integration via online dating dei professori Josuè Ortega (università dell'Essex) e Philipp Hergovich (università di Vienna). Analizzando più di vent’anni di dati riferiti al dating online, è emerso come le app d'incontri abbiano contribuito ad aumentare le unioni tra persone di etnie e di ambienti sociali diversi.

Se proprio si vuol trovare un aspetto controverso, chi apre un profilo su una dating app lo fa anche per esorcizzare il dolore che inevitabilmente le relazioni portano con sè: «Ho inziato a scivere questo libro, e a usare Tinder, mentre mi stavo separando» e Francesca non è l’unica. Una delle reazioni post-rottura più comuni è scaricare un'app di dating per divertirsi un po’. Un’app per non soffrire, per non pensarci e anche -perché no- per alzarsi l’autostima.

Dating App
Unsplash

In fin dei conti le app di dating cercano di regolamentare, rendere lineari e pratiche le relazioni amorose. Via il dolore dall’amore. Un po’ come succede in Hang the Dj, episodio di Black Mirror a tema dating app, ambientato in un universo distopico in cui l’app seleziona un possibile partner, lo fa incontrare e poi lasciare senza colpo ferire, nell'esatto momento in cui il tempo prestabilito dal sistema si esaurisce.

Tolta però quella parte di farfalle nello stomaco, quel tormento a colpi di m'ama non m'ama e tolta la dolorosa (e doverosa) parte in cui ci si dice addio, in favore dell'ormai noto ghosting, cosa rimane? «L’elemento del dolore relazionale è fondamentale per crescere. È ciò che porta Rebecca a intraprendere il suo percorso», ciò che muove chiunque verso un nuovo inizio. E Francesca ci anticipa: «Vorrei riuscire a metterlo al centro del sequel di Io sono Cupido, a cui sto già pensando».

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