Tutti gli errori che un padre di figlie femmine deve evitare

Credere che le ragazze siano meno bellicose dei maschi, contare sul perdono facile e illudersi di conquistarle con le parole: gli appunti di un genitore con l'ambizione di ascoltare le donne.

New England Patriots Training Camp
Boston GlobeGetty Images

«Mi aspettavo di più». Sono bastate queste quattro parole, dette da mia figlia ventiduenne dopo aver letto un mio romanzo in cui, per il personaggio di una ragazza, avevo in parte usato quelle che mi sembravano piccole e preziose verità del nostro rapporto, per farmi capire che c’è, e ho, un problema delicato.

Mi ero abituato all’idea, anzi illuso, che in generale nelle relazioni padre-figlia la normalità fossero la pace e la reciproca e sconfinata adorazione, salvo qualche rara discussione, o gli effetti maldestri dell’impossibilità o della pigrizia maschile di capire i misteri della femminilità. Qualche scontro sì, ma era sempre come fare a pugni con una nuvola e sapevi che era benevola: la vera battaglia riservata alle madri o, per i padri, al rapporto con i figli maschi, messi in crisi anche dal brusco passaggio dal modello patriarcale a quello del papà “fragile”, “assente” o, peggio, “amico”, e di cui saggi e cronache hanno straparlato.

Dove si era perso questo di più di cui parlava mia figlia e con cui aveva spezzato l’incantesimo, l’illusione che io avessi davvero afferrato la materia prima, l’anima della nostra relazione? Ho subito provato quel tipo di fitta che punge - simile alla vergogna - quando riconosci di aver approfittato, troppo o male, dell’amore senza fondo (e che si dà per scontato) di bambine e ragazze nei confronti dei padri. La seconda fitta nasce dal sospetto che l’assenza dei frastuoni, del caos leggendario e tipico per esempio dell’adolescente maschio in lotta con te, con sé e con tutti, non dovesse essere intesa come una mancanza di problemi o un assenso nei confronti del silenzio e del tutto va bene paterno.

Come capita spesso, riconosci che un problema lo è davvero quando di colpo non sei l’unico a parlarne. Quattro romanzi italiani e maschili appena usciti affrontano la stessa questione: le colpe di cui si accusano (o di cui dovrebbero rimproverarsi) i padri rispetto al rapporto con le figlie e il femminile, ma anche ciò che possono e devono ancora fare per portare più verità nel rapporto. Gli approcci sono diversi, ma tutti e quattro gli autori riescono a mostrare ciò che hai accanto, quanto non hai saputo o voluto affrontare, mentre lasciavi che quell’affettuosa nebbia rosata cullasse le tue illusioni. Con frasi o piccole situazioni quotidiane che hanno iniziato a riempire quel di più.

Imparare a condividere il silenzio

Inizio da Laura: ha 17 anni e scopre di essere incinta. Il padre non lo vede da anni. Vive con la madre, con cui litiga, il loro terreno di battaglia è consunto; ogni sforzo di avvicinamento materno, nel nuovo romanzo di Christian Raimo, La parte migliore, (Einaudi) produce la fuga della ragazza. E qui il padre, che di sé pensa tutto tranne che di essere “bravo”, si limita, quando la figlia sta male, a restarle accanto senza insegnare o chiederle di spiegarsi, richiesta che Laura giudica la più odiosa di tutte. Alla fine lei dice: «Io devo capire se accettare qualcuno che si interessi di me» e, davanti al padre che ha accettato il mutismo, si apre e lo invita: «Ora, se vuoi, mi puoi abbracciare». Questo ritratto ha prodotto in me un forte riverbero. Se penso alla mia esperienza, riconosco che stare vicini, dimostrare che lo si è sul serio, e non giudicare o chiedere, accettare che le cose non possano migliorare sul momento e, nel caso di un’adolescente, condividere quel silenzio nero che può durare giorni, settimane, - per una bambina qualche ora - costituisce un’alternativa a una madre costretta dal ruolo a insistere e a incalzare. Molto comodo, si dirà, soprattutto se detto al riparo dal disagio costante, dalle responsabilità quotidiane. D’accordo.

C’è un altro sbaglio tipico. Fare di tutto per ottenere il perdono delle figlie. Nei romanzi il senso di colpa ritorna in modo ossessivo. Stefano Sgambati nel suo La bambina ovunque (Mondadori) arriva ad accusarsi di non essere un padre naturale perché non può provare le stesse sensazioni fisiche della gravidanza, non percepisce i movimenti fetali.

Alla notizia che la figlia diciannovenne parte per studiare all’estero, il padre di Quando ridi. Parole sussurrate alla figlia (Rizzoli), di Giorgio Terruzzi, elenca i propri fallimenti di padre, si ritiene un disastro, «una quantità di ritratti in cui manca qualcosa, qualcuno, manco io». In questo romanzo, due immagini producono scosse nel profondo. La figlia, di fronte all’evidente ricerca di assoluzione da parte del padre, dice: «Non credere che basti una tua pace, una soddisfazione da dovere svolto per mettere ordine nelle mie carte». Quante volte, per le mie assenze, la mia distrazione o frettolosità, o si pensi alla separazione, alle separazioni, avrò detto (o compiuto) qualcosa con il solo scopo di essere riammesso nella meravigliosa dimensione del suo amore, invece di avere pazienza e ascoltare fino in fondo gli effetti del disordine e dolore provocati?

Quando la vulnerabilità è una vertigine

E poi, perché una frase proferita da questa ragazza prima di partire, quel suo generico e definitivo: «Papà, può bastare, grazie», non prende alla gola soltanto il protagonista, ma ha risvegliato anche in me una profonda vertigine di vulnerabilità? Com’è difficile trovare una strada che da una parte non sconfini nel vittimismo o nel ritiro (lei non ha bisogno di me, sono un uomo invisibile), e dall’altra faccia uso di questa fragilità, “giusta” perché rispecchia quanto un padre possa e voglia fare ancora per una figlia. Si era più solidi, una generazione o due fa, si sopravviveva, anche privi di un’assoluzione per tutto.

È la condizione che racconta Andrea De Carlo nel suo Una di Luna (La nave di Teseo). Adotta l’identità di Margherita, una cuoca veneziana quarantenne, figlia di uno chef celebre e tiranno. Descrive la faticosa rincorsa di chi è stata abituata a preoccuparsi per la salute, il successo, le manie di un padre, e si è messa tra lui e le catastrofi, costretta a “muoversi sui gusci d’uovo”.

Due le riflessioni. Una è che il padre, diretto alla sconfitta esistenziale, è il ritratto del tipico uomo che non sa ascoltare le donne. Anche se le parole sono poche, mettiamo pure «mi aspettavo di più», non si possono più lasciar correre come altre volte. L’altra nasce da un episodio del romanzo. Quando tutto, nella relazione, sembra avviato alla distruzione, l’occasione più banale offre un appiglio. Lei ha soltanto otto anni, il padre la trascina in una sua passione. La boxe. Assistono alla sfida tra Berbick e Tyson. Condividono un’esperienza, l’entusiasmo. Il padre cala le difese, si fa colpire al cuore come un pugile distratto. Esultano insieme. Si abbracciano. Margherita intuisce che un rapporto è possibile, il guscio si è rotto da solo. Per esperienza, posso dire che il dialogo passa da ciò che succede attorno e basta, e non serve prevedere o contare sul potenziale di quell’esperienza condivisa. Se lo fai apposta, non funziona. Ovvio che è più semplice condividere esperienze con il figlio maschio.

A ben guardare non è mai facile, anche quando dovrebbe. Ho una figlia di otto anni. Quasi ogni giorno mi ritrovo a cercare di capire, senza riuscirci, come instaurare con lei un rapporto “giusto”. Per esempio, di fronte al suo testare le prime astuzie e ribellioni contro la madre. Sono entrambe in bagno, urlano, perché non sono d’accordo sul pettinarsi prima di andare a scuola. La piccola urla: ti odio! Apro la porta, vorrei redarguirla. Cosa mi blocca? Prima di tutto sto entrando in un mondo, la femminilità, con cui ho evidenti limiti di comprensione. E poi c’è la bambina che, consapevole di aver detto, anche se scherzava, qualcosa di brutto, mette in gioco quello che credo - e magari avrà ragione chi pensasse che sono soltanto io a immaginarlo - un irresistibile gioco di seduzione; fatto di sguardi, tanto per cominciare. Se non la sgrido come dovrei, è anche perché non voglio essere meno amato? I saggi rivolti ai padri in difficoltà con i figli (maschi) richiamano sempre a un recupero o alla scoperta della propria parte emotiva. Con le figlie la parola d’ordine non è ancora stata scoperta. E poi così non diventiamo i figli dei nostri figli?

C’è sempre il diverso, con cui fare i conti. E che spesso si manifesta, per il padre, con l’incapacità di parlare con le figlie. I ragazzi, anche più grandi, non possiedono l’un per cento del repertorio di aggiramenti e dissimulazioni di una ragazzina di nove, dieci anni. La sua capacità di orientare o arginare una discussione, soprattutto se riguarda qualcosa di personale, è sorprendente. Me ne sono accorto quando ho chiesto alla figlia più grande che cosa mancasse, di noi, nel libro. Non ho ottenuto una vera risposta, e avrei potuto chiuderla lì: in fondo è un romanzo. Eppure il suo silenzio non è più un lasciapassare per la mia tranquillità.

Nella foto in alto Tom Brady, giocatore di football americano statunitense e marito della modella Gisele Bündchen, con la figlia Vivian.

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