«Ho deciso di risposare mia moglie»

La storia di un uomo che, viziato dal lavoro e ubriaco di adrenalina, se ne era andato di casa. Poi un'immagine in tivù - quella delle Torri Gemelle in fiamme - gli ha fatto desiderare di tornare dalla donna che aveva lasciato.

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Photo by Nathan Dumlao on Unsplash

Il senso di una fine: quale può essere, al netto del dolore, del disagio, del brulicante senso di sconfitta che ogni conclusione insinua in chi la subisce - quale può essere davvero il senso di una fine? Me lo sono chiesto tante volte, e puntualmente ogni domenica, nei miei viaggi notturni da padre separato, quando dopo aver riaccompagnato le bambine affondavo nel grigio di chilometri di asfalto l’euforia, poi il dubbio e via via la frustrazione di essermene andato da loro e da mia moglie.

Ho sposato la donna della mia vita, Cristiana, un giorno di ottobre di 27 anni fa. L’ho lasciata viziato dalla carriera, inebriato da un assurdo eccesso di adrenalina, fiero della mia ambizione, gonfio del tanto che riuscivo a fare anche senza la compagnia di lei, sgusciando via dalle sicurezze della convivenza con la stessa leggerezza con cui ci si toglie di dosso una cosa usata. Fino a quando felicemente l'ho ritrovata. Io sono un uomo che ha risposato sua moglie.

Confermare un patto

Mi torna sempre in mente il faccino dolcissimo della nostra figlia più piccola, il giorno in cui abbiamo deciso di dirlo, che tornavamo insieme e che tutto ripartiva. Carolina ha immensi occhi castani, capaci di generare una quantità spropositata di lacrime. E quella mattina se ne stava lì muta, fragilissima nel suo pigiamino che profumava ancora di sonno e incapace di commentare, con una profusione di goccioloni che le cadevano a cascata sulle guance. Era un weekend di primavera. Non era la prima volta che passavamo il fine settimana di nuovo tutti insieme nella casa in montagna, ma Valeria, sette anni, e Carolina, cinque, non avevano ancora sospettato nulla. È stato forse allora che confusamente ho cominciato a intuire che cosa poteva essere il senso di quello stacco, di quella fine anticipata che aveva rischiato di diventare definitiva e invece ci aveva riportati lì, Cristiana e io, di nuovo coppia, a contare gli errori ma anche a confermare un patto, che come lo stupore nel pianto di nostra figlia era intessuto di molta gioia, ma alimentato e rafforzato adesso da una somma di infinite particelle di dolore.

Non potevi evitare di guardarla negli occhi, la mia prima e seconda moglie. Me ne ero innamorato così, incontrandola per strada. L’amica che me l’aveva presentata mi aveva avvertito: era la ragazza di un pilota, un tipo che correva in Formula Uno. Bellissima, solare, ma blindata. In pratica, una sfida perfetta per me. Quando ci siamo sposati, a 27 anni, non ci potevo credere che fosse mia, mentre la guardavo avanzare lungo la navata della chiesa. Era tutto nella forza del suo sguardo, il significato della nostra intesa. Cristiana sapeva sorridere, dare, emanava una luce che pareva moltiplicare lo spazio intorno. Non so bene che cosa sia stato, nove anni più tardi, a farmi pensare che questo non fosse più abbastanza. Forse il fatto che la mia vita funzionava solo in corsa. Avevo avuto il meglio, mi ero regalato il successo, ma potevo spingere ancora sull'acceleratore, andare ancora più veloce. Il lavoro era euforizzante, e poi c’erano la montagna, la vela, un mare inesplorato di emozioni possibili. E mia moglie, dov'era? Mia moglie aveva smesso di lavorare, era una madre, non mi accompagnava in barca, non mi seguiva in quota. Si era assunta le responsabilità della vita. Mentre io mi sentivo scalpitante, ambizioso come un ventenne, e nei riti coniugali faticavo, mi soffocava la routine.

Il giorno in cui sono tornato me stesso

Che cosa c'è di più banale di un’infelicità che non ammette il nulla su cui si fonda. Noi due ci eravamo scelti giovani, appassionati, di sicuro un po’ incoscienti. L'amore forse è così. Non sa di sé. Vive di slanci, non sopporta battute d'arresto, non considera i compromessi. Potrei dire che lo stesso abbiamo fatto noi. Ma no, non sarebbe onesto: questo ho fatto io. Me ne sono andato per supponenza. Per non avere ancora imparato abbastanza. Per un eccesso di energia ho sbaragliato tutto e l’ho consegnata a un altro, o ad altri forse, non ci voglio pensare. Dopo qualche tempo dalla nostra separazione ho saputo che era ricomparso il pilota: nel frattempo aveva lasciato le piste, era diventato più stabile, un manager, e forse adesso poteva andarle. Anche io del resto avevo trovato qualcuno. Una donna divertente, simpatica, una compagna di giochi disponibile sempre, con cui erano più ovvi i ruoli e meno le responsabilità.

Finché una mattina ho acceso la tivù. Erano appena crollate le Torri gemelle. C’erano quelle immagine di fumo, di sgomento, tutte quelle voci. Un mondo intero si stava sbriciolando e noi seduti davanti a uno schermo sbigottiti, a chiederci dove stavamo andando. Tre minuti dopo ho preso il telefono per sentire lei. Dove sei Cristiana, stai bene, che cosa stai facendo. Cristiana era a Milano, come sempre, là dove l'avevo lasciata. Ma dov'ero io, invece, non sapevo. Erano crollate due torri a New York, ma anche molto altro. Vedevo le mie bambine diverse, Carolina tanto più insicura, Valeria tanto più adulta del normale, quasi per prendersi meglio cura della madre. Mentre lei non aveva mai smesso di tenere duro. «Ricordati che questa sarà sempre casa tua», mi aveva detto una volta. E la nostra pausa lo confermava. Quando è tornata per sempre moglie, avevo per la prima volta consapevolezza della mia strada e di noi. E il senso del mio limite. Non si è festeggiato. Non era il caso. Sarebbe stato come ricordare un errore. Ero ritornato a me stesso e alla mia vita. Per noi questo era il dono.

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