Quanto ci costa la babysitter?

Come orientarsi tra le piattaforme online per trovare quella giusta per noi, i bug nelle politiche per la famiglia e le paranoie delle mamme: «Mio figlio assomiglia più alla tata che a me».

image
Photo by Linda Holman on Unsplash

«Con 150mila euro potevo comprare casa. Invece è quello che ho speso in babysitter per le gemelle», dice Susanna, grafica editoriale con due figlie ormai adolescenti. «Ho fatto il punto l’altra sera: 800 euro al mese per 14 anni fa 134.400, più altri due anni a orario ridotto in cui Maria ci aiutava con i lavori di casa a 600 euro, altri 14.400. Praticamente un bilocale».

Il calcolo non è altrettanto facile quando si tratta di statistiche nazionali, perché secondo i dati Censis più del 50% delle babysitter non è assunto con contratto regolare e non è tracciabile. Il Rapporto Italia di Eurispes del 2016 rende ancor più evidente la pratica diffusa tra le famiglie: alla richiesta di indicare secondo la propria esperienza le tre categorie di lavoratori più spesso senza contratto, gli intervistati hanno indicato per l’80% le babysitter. Se è impossibile quindi avere una visione generale, la questione richiede di soffermarsi sui particolari. Primo, perché usiamo l’articolo femminile? Nonostante un aumento di uomini negli ultimi anni, la tata rimane nella stragrande maggioranza dei casi, donna.

La percentuale arriva al 99,1% su Sitly, sito e app per la ricerca di babysitter con 600mila iscritti. È così che i genitori sempre più spesso trovano la persona a cui affidare i propri figli, su piattaforme online che raccolgono migliaia di profili, con foto, recensioni e l’opzione di geolocalizzazione, per incontri il più possibile ravvicinati. Il costo orario medio di una tata per sitly.it è 7,27 euro nel 2017; il concorrente yoopies.it parla di 7,90 euro. Varia in base alla regione, l’esperienza, la formazione, le lingue parlate. Oscilla tra i 9,20 e i 12,65 euro invece secondo l’Osservatorio Nazionale Federconsumatori, nella recente indagine sul costo di mantenimento di un figlio nel primo anno di vita. Dai pannolini al passeggino, dalle cure mediche alle spese extra i genitori sborsano dai 7.072 ai 15.140 euro.

Per fortuna esistono i nonni. Contribuiscono alle spese della famiglia e accudiscono in qualche misura i nipoti per il 78,6% (Eurispes). Dove non ci sono i nonni purtroppo non interviene in modo decisivo lo Stato. A fronte dei 26 miliardi annui di spesa pubblica per le politiche di sostegno alla famiglia e alla natalità (in Francia sono 53 miliardi), i servizi di cui usufruire sono inadeguati. Non ci sono abbastanza posti negli asili nido, per non parlare dei micronidi aziendali: sono stati registrati solo 226 servizi attivi tra pubblico e privato, per 6.695 posti totali (Istat, 2014). I bonus bebè, le indennità di maternità e le detrazioni per i familiari a carico danno un sollievo temporaneo ma non cambiano il quadro.

L’Ispettorato nazionale del lavoro ha rilevato infatti che 13.251 donne si sono dimesse nel 2016 per l’impossibilità di conciliare la propria vita professionale con la cura dei figli. Una soluzione per impiegare meglio le risorse pubbliche è stata ipotizzata da Dataroom, format di approfondimento di Milena Gabanelli: una ridistribuzione per portare la copertura dei nidi al 33%, triplicare gli sconti sulla retta, tenere le scuole aperte d’estate, dare il congedo ai papà e dedurre dalle tasse i costi per le babysitter (che ora secondo Assindatcolf sono 8mila euro l’anno a famiglia, per tre ore al giorno in regola).

Intanto c’è Mary Poppins. In attesa di una struttura sociale baby-friendly sul modello nordico, si sogna di trovare, almeno, la tata perfetta. Il 25 dicembre esce al cinema Il ritorno di Mary Poppins, sequel del film del 1964. Con il motto “Tutto è possibile” farà di nuovo da motivatore. Forse anche per il milione e 700mila donne che in Italia vivono da sole con i figli (Auditel Censis 2018).

«Oggi c’è grande frammentazione nelle famiglie, un contesto di maggior solitudine», spiega Monica Amadini, professore associato di pedagogia all’Università Cattolica di Brescia. «Abbiamo più conoscenze, siamo più informati ma poco preparati. Si diventa genitori senza aver mai preso in braccio un bambino, quando arriva è un’esperienza enorme che crea insicurezze profonde. Non c’è più il supporto delle reti amicali e familiari, i legami sono fragili e il carico di responsabilità molto forte. Quindi il rapporto tra genitori e figure esterne è delicato. Le parole chiave sono fiducia e rispetto». Far entrare in casa un’altra persona richiede anche un investimento emotivo. Le tipiche esitazioni sono: «Dopo cinque anni con la tata, mio figlio somiglia a lei; le sono grata ma mi dà sui nervi», racconta Isa, manager con due bimbi.

Come si trova quella giusta? «La scelta è difficile», continua Amadini, «ed è utile pensare che, come non esiste il genitore perfetto, non esiste la babysitter perfetta. Non è indispensabile essere così bravi da trovare subito quella ideale. Bisogna avere fiducia nei bambini, hanno una grande capacità di adattamento. Non scelgono noi come genitori, ma imparano bene ad amarci e a stare con noi».

Pubblicità - Continua a leggere di seguito
Altri da Coolmix