Benvenuti nel factotum delle riparazioni della famiglia Carucci, i Tenenbaum di Roma

Le materie prime dei Carucci sono l’ingegno e la pazienza; giacché nel loro campo, anche se non si crea nulla, bisogna inventarsi non solo i pezzi di ricambio, ma pure gli attrezzi del mestiere.

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Sara_Cervelli

Se siete logorati dalle rotture della vita di tutti i giorni, ricordatevi che in via Conte Verde, al rione Esquilino, c’è ancora la bottega della famiglia Carucci, dove si aggiusta qualunque cosa — dalle borsette ai baùli, dalle cerniere bloccate ai difetti di fabbrica delle persone — e dove, finché la serranda sarà alzata, troverete sempre un riparo dallo spreco e l’incuria, dalla superficialità e la smemoratezza.

Tutto cominciò nel 1927, quando Enrico I, mastro sellaio (à la Hermès), trasferì al figlio Renato I, insieme a una manualità fuori dal comune, un laboratorio a due passi da piazza Vittorio. Per molti anni, fino a che il mondo non fosse cambiato almeno un paio di volte, l’Esquilino e il suo immenso mercato sarebbero stati il cuore del commercio d’Italia. Giunse la dominazione dei grossisti cinesi, che liquidò i dettaglianti italiani. Subentrò la pax pakistano-bangladese, che liquidò a sua volta buona parte dei cinesi. I Carucci restarono al loro posto. Il genio del capostipite fu nell’aver scelto, deliberatamente e per tempo, che il loro futuro non sarebbe stato nel produrre o vendere cose nuove, ma nel ricombinare pezzi di passato rotto, fino a farlo funzionare di nuovo. La fortuna dei discendenti è stata quella di tenere duro.

Oggi, in via Conte Verde, che un tempo era piena di bottegai romani, i Carucci sono gli unici italiani. Ogni tanto, dalla strada, affettuoso ma perfido come solo un senegalese ben integrato sa essere, un passante li sbeffeggia: Benvenuti a Little Italy! I Carucci sono un po’ i Tenenbaum delle riparazioni: ogni membro del piccolo clan ha eletto un particolare ambito su cui esercitare il suo talento. Il regno di Enrico II, l’attuale capofamiglia, è l’ombrello, nelle sue infinite varianti: dall’ombrellone da spiaggia alle ombrelline da MotoGP, della cui assistenza è da molti anni il fiero esclusivista. I suoi figli Renato II e Patrizia comandano, rispettivamente, sulle valige e gli accessori. Darina, consorte di Enrico II, nell’organigramma più recente si accontenta del potere spirituale sull’intera bottega.

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Le materie prime dei Carucci sono l’ingegno e la pazienza; giacché nel loro campo, anche se non si crea nulla, bisogna inventarsi non solo i pezzi di ricambio, ma pure gli attrezzi del mestiere. Per farlo, a volte, non basta neppure la fantasia di un poeta. Non è un caso se il laboratorio di via Conte Verde, attraverso la vetrina, è bello e incasinato come quel verso che Lautréamont dedicò all’incontro casuale di una macchina da cucire e di un ombrello su un tavolo operatorio. Un verso trasposto, in pittura e in musica, da gente del calibro di Salvador Dalì e Franco Battiato; ma concretizzato, nella realtà, solo dai Carucci, come se fosse una cosa naturalissima. Nel loro laboratorio, unire pezzi di mondo apparentemente inconciliabili è solo uno dei tanti atti giornalieri di ordinario surrealismo: altrettante vittorie dell’inventiva dell’uomo contro la banalità degli oggetti sciupati.

I Carucci avevano il cuore grande almeno quanto il retrobottega

Quando entri in bottega, e tutto il clan è riunito nel piccolo front-office, è come sintonizzare il televisore su un docu-reality da Emmy: Renato intento a smanettare inoltrando preventivi su Whatsapp; Patrizia a inveire premurosamente contro una cliente, affezionata più a lei che al cappotto che ha dimenticato di passare a prendere; Enrico a proteggere i suoi attrezzi dalle manacce degli altri; Darina a pensare che, tutto sommato, anche se è già sera tardi, il bicchiere di Coca-Cola — bevanda ufficiale delle lunghe giornate di lavoro — è ancora mezzo pieno.

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I cinesi bene rimasti nel quartiere, oggi, vengono a chiedere aiuto per una bamboo vintage, perché preferiscono due giorni di attesa da Carucci a sei mesi da Gucci. Non sanno che proprio nel labirinto di cantine e soffitte, che si sviluppa per buona parte del palazzo, sconfinato quanto è piccolo il front-office, visse nascosto, in tempo di guerra, il primo di tutti i cinesi di piazza Vittorio: “Giorgio” Cheng. Quando morì la comunità gli fece quasi un funerale di stato, perché aveva fatto in tempo a diventare molto ricco. Lo stesso i Carucci fecero con una famiglia di materassai ebrei: è ancora intatto lo stanzino che fu il loro nascondiglio, protetto dal tempo da una murata di trolley di tutti i colori. I Carucci avevano nel sangue la tendenza a sistemare tutto, non solo le cose, e avevano il cuore grande almeno quanto il retrobottega.

Patrizia, che è la frontwoman del negozio, ha un rapporto molto personale con il suo pubblico. Come una prof di ripetizioni severa ma illuminata, è capace di strigliare chi non segue le sue direttive, ma tende a dare ai clienti i mezzi per emanciparsi dalle sue cure, a poco a poco, soprattutto quando le zip si rompono una volta alla settimana e il tempo per risistemarle tutte finisce.

Certe borsette della nonna non sono mai andate via dai desideri delle nipoti: è l’eterno ritorno delle cose belle e fatte bene. E forse è vero che anche per gli accessori, come per i pazienti di operazioni difficili e delicate, la vera vita comincia dopo il primo intervento a cerniera aperta. Eppure, tra gli scaffali di Patrizia, quanti piccoli capolavori di pelletteria, dopo anni, alcuni anche dieci o venti, sono ancora tirati a lucido come il giorno della riparazione, ad aspettare fedelmente il ritorno della fanciulla che hanno lasciato adolescente, custodi di un fazzoletto lindo con le sue iniziali, ignari di essere stati ormai abbandonati — forse perché una Chanel non sente il passare del tempo come le altre borse? — convinti che, prima o poi, qualcuno passerà a dargli uno strappo alla festa di cui non conobbero mai la gloria, perché un manico o un gancio si spezzarono sulla strada per Fregene.

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Mentre Patrizia scrive tutto a penna, Renato è la mente innovativa della famiglia. A riprova che la vera innovazione avviene quando la si fa sfruttando la tradizione, è sua l’idea, degna di Lewis Carroll, di associare carte da gioco francesi alla merce, una volta accettata, cosicché nelle ricevute viene indicato non solo il nome del cliente, ma anche l’asso di picche o, per i più vanitosi, la regina di cuori.

Ma il grande progetto di Renato è una rete internazionale di riparatori col marchio Carucci. Ha già superato i confini di piazza Vittorio fino ad avere una decina di sedi a Roma e dintorni, una in Sicilia, una in Campania e due nel mondo: una a Londra e una a Tel Aviv, tutte sotto la sua guida. Per questo la sua mente è sempre altrove, in perfetto equilibrio con le mani localissime dei suoi familiari, mentre con un occhio controlla le mail sul portatile e con un altro è sul display del telefono, a tradurre in inglese il suo sogno.

Infine c’è Enrico. Quando un ombrello con le stecche storte incontra Enrico Carucci, quell’ombrello con le stecche storte è un ombrello rinato. La sua vita professionale è stata interamente dedicata ai segreti più profondi di quest’oggetto tanto caro, e per motivi così diversi, a Mary Poppins e a Magritte, a Rihanna e al Pinguino di Batman, perché capace di essere al tempo stesso, e con la stessa facilità, protezione sicura dalle intemperie e dalle sciagure e, a un soffio di vento, stimolo irrefrenabile alla fantasia e al movimento.

Per Enrico II un ombrello funzionante è il simbolo più semplice ed eloquente della civiltà, della dignità esistenziale davanti alle possibili avversità, più o meno dai tempi in cui Robinson Crusoe, privato di ogni avere dal destino, si costruì un parasole di foglie, scrivendo così la sua personale dichiarazione dei diritti e dei doveri dell’uomo, valida anche sul un’isola deserta: dove c’è un ombrello, c’è casa.

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Per lui un ombrello è per sempre, che sia usa e getta o Burberry’s o Brigg. Sono più di cinquant’anni che proprio non ce la fa a vedere un parapioggia rotto. All’apice della sua carriera, riparava — in solitaria — fino a cento ombrelli al giorno. Tutti lo conoscevano come Rain man: l’uomo della pioggia. Era così a ruota che la leggenda gli attribuisce una danza rituale, finalizzata a propiziare la maggiore utilità possibile al suo leggendario know-how. Se fosse costretto a scegliere, preferirebbe un mese senza sole a una giornata senza ombrello. A 74 anni è il monopolista di fatto del suo settore e sul suo regno non tramontano mai i cumulonembi.

Una delle due caratteristiche principali di Enrico è che non possiede niente di più sacro di una valigetta degli attrezzi pesantissima, che lo accompagna ovunque, non tanto perché, se li perdesse, non saprebbe più ricostruirli ma perché, senza, non saprebbe più chi è. Dentro c’è un marcapunto per fare le cuciture più dritte possibile, la pizza di piombo e altri arnesi pesantissimi dai nomi poco usati, ma dalle superfici decisamente battute. Dentro quella cassetta c’è la storia della sua vita; anzi, c’è la sua vita, come un paguro con una conchiglia di proprietà, come un bambino di oggi con l’iPad del padre. Ogni giorno, con lui, la valigetta fa su e giù da casa e addirittura, la notte, dorme nascosta sotto il letto.

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L’altra caratteristica importante di Enrico è che, in fondo, per tutta la vita, anche se a tratti è potuto sembrare che pensasse troppo a stecche, manici e doppienoci, non ha fatto altro che riparare dalle incertezze e dagli imprevisti la sua famiglia, nel modo che gli era più congeniale: mettendo loro un ombrello sulla testa. Qualunque tempo ci fosse stato, qualunque cosa fosse successo, avrebbero avuto un mestiere e una bottega, perché non si bagnassero mai. Ci è riuscito talmente bene che non solo la sua famiglia, ma anche tutta una parte d’Italia e del mondo, per corrispondenza, ancora oggi non prende neanche una goccia d’acqua, grazie a quel simbolo a un tempo universale e particolare di protezione, abbastanza robusto da essere il bastone della sua vecchiaia e abbastanza elegante e dritto perché sia ancora il più bel ricordo di gioventù.

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