Eroina: una storia attuale e un dramma tra i giovani

Una scrittrice che negli anni 80 ha vissuto il dramma di suo padre, riflette sul presente, sulle nuove dipendenze e i troppi ragazzi che ci cascano ancora. Perché ci sono realtà che non vogliamo affrontare.

Eroina
Getty Images

Mio padre l'ho visto una sola volta sotto l’effetto dell’eroina, avevo 12 anni. Camminava in una strada del centro della mia città con un’amica che lo teneva sotto braccio, il suo corpo era appeso a quello di lei, letteralmente. L’immagine è nitida ancora adesso. Allora pensai che fosse sbronzo, non sapevo niente di eroina, per me la “droga” era qualcosa che ti regalavano fuori da scuola, nelle caramelle, attaccata alle figurine, non avevo mai visto una siringa, non c’era l’incubo Aids. Era l’84.

Da allora ho pensato spesso a quel momento. Ci ho pensato il giorno che mi hanno detto che era stato arrestato, alla fine, perché l’avevano trovato con uno spacciatore piuttosto noto. Era il 1987 e a quel punto l’eroina era parte del paesaggio urbano, lo erano i tossici, le siringhe, e la tv mandava in onda ossessivamente uno spot che metteva in guardia dal contagio di quella che era stata battezzata la peste del XX secolo, l’Hiv.

Quelli più grandi di me avevano letto Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino della sedicenne Christiane F., ma io no. A quel punto la mia storia privata bastava e avanzava e credevo di doverla tenere per me. Ricordo con precisione il giorno in cui capii che invece volevo raccontare, raccontare per capire, ma ho iniziato a scrivere tre anni fa (quello che poi sarebbe diventato il libro Piccola città, ndr).

Nel 2016 l’eroina sembrava uscita di scena in Italia, non che le persone non morissero più, ma la stampa non se ne occupava: una mancanza di interesse dovuta, forse, al fatto che chi la usava era ormai marginale, lontano dai riflettori, spesso anziano, un sopravvissuto. Sotto i riflettori c’era altro. Nel 2014 era uscito Smetto quando voglio, un film geniale, fulminante, che metteva in luce l’uso delle smart drugs, droghe intelligenti, furbe. Perché spesso legali, ancora non riconosciute come pericolose, collocate sul sottilissimo confine fra lecito e illecito. Il volgere del millennio era stato segnato dalle nuove sostanze sintetiche e di eroina, in Italia, non si parlava più. «Sto scrivendo un libro di storia, di una storia passata», mi dicevo.

Ma mentre la ricerca andava avanti e la scrittura prendeva forma, mi colpivano le notizie dagli Stati Uniti: che dal 2016, per un americano, il rischio di morire per eccesso di oppioidi era maggiore di quello di morire sulla strada. O che a morire erano di nuovo tutti, neri e bianchi, ricchi e poveri, in periferia come nel centro delle grandi città.

Durante un viaggio a New York nell’estate di quell’anno avevo notato le pensiline dei bus: su ognuna la pubblicità di un farmaco salvavita da tenere in borsa come primo soccorso in caso di overdose. Come se a ognuno, ogni giorno, potesse capitare di avere accanto una persona in crisi e doverla salvare. «Che esagerazione», avevo pensato, e invece sbagliavo. Alcuni giornalisti, da anni, raccontavano sul New York Times o sul Los Angeles Times la nuova epidemia da eroina ma soprattutto da farmaci. Un’epidemia indotta dall’uso smodato di antidolorifici a base di oppioidi, causa di sicura dipendenza che faceva sì che una volta finite le prescrizioni, dato l’alto costo delle medicine, in molti ricorressero alla black tar, un’eroina economica proveniente dal Messico. Storie d’oltreoceano, pensavo. E ancora una volta mi sbagliavo.

I casi di cronaca di giovani morti per overdose si sono susseguiti negli ultimi anni anche in Italia, nei primi mesi del 2019 si sono contati 50 decessi legati a stupefacenti. E l’eroina è tornata a essere un’emergenza pure da noi. Le ragioni sono diverse da quelle americane ma solo in pochi ce l’hanno raccontato: penso a Salvatore Giancane e al suo libro Eroina che mette in evidenza come nel corso del 2017 la produzione di oppio in Afghanistan abbia raggiunto cifre mai viste prima.

Dove finirà tutto quell’oppio, dovremmo iniziare a chiedercelo. Invece no, inseguiamo l’emotività, e, impreparati a vederla tornare, i giornalisti hanno ripreso a raccontare la tossicodipendenza con occhiali del secolo scorso, additando ancora una volta le “cattive compagnie” o le “famiglie sgangherate” come causa dell’esordio della dipendenza, calcando la mano sulla necessità di cancellare la distinzione fra droghe pesanti e leggere e di abolire il concetto di modica quantità dimostrando, così, di non sapere davvero da che parte prendere il problema visto che in Italia la “modica quantità” non esiste nemmeno più.

Inserita in Italia per la prima volta nella legge del 1975, grazie allo psichiatra Luigi Cancrini, la modica quantità fu accettata dalla maggioranza dei partiti perché era evidente che punire il consumo rispondeva a criteri moralistici mentre il punto cruciale era lo spaccio. Oggi si parla di lieve entità (dpr. 309/90), tuttavia possedere piccole quantità non mette al riparo da sanzioni amministrative che in caso di recidiva possono diventare penali. Il 35% dei detenuti italiani è in carcere per questioni legate alla droga. Come se non bastasse c’è chi oggi, come 40 anni fa, pensa che la detenzione sia la migliore soluzione per i piccoli spacciatori spesso anche tossici. Per questo, per esempio, si mandano i cani nelle scuole: se il punto fosse la salute dei ragazzi si farebbe altro, prevenzione, lezioni aperte sulle dipendenze. Presidi in tutti i rave, nelle discoteche. E poi ascolto e ascolto di chi inizia a usare sostanze adesso, di chi lo fa già da tempo.

In un carcere ho incontrato Valeria, dentro per oltraggio a pubblico ufficiale: ha iniziato a fumare eroina a 11 anni, poi è stata fuori e dentro diverse comunità. Spera di essere inserita in un programma di recupero, lo vuole moltissimo, questo le consentirebbe di uscire, e magari vedere anche sua figlia. Mi dice che l’eroina per lei è stata la più potente delle cure, mi chiede, parlando di sua figlia: credi che lei, da adulta, mi odierà? Io le dico che la prima cosa fondamentale è che rimanga viva per verificarlo ed eventualmente farle cambiare idea. Le dico: da morto nessuno può farsi amare. Valeria ha iniziato a 11 anni, senza droghe leggere, nessuna sostanza di ingresso, come si dice in gergo.

Questo è un altro punto cruciale: in molti ancora oggi sostengono che la distinzione fra droghe pesanti e leggere sia inutile se non dannosa e che inevitabilmente il consumo di hashish o marijuana conduca a sostanze più pesanti. È il gesto che conta. Guardate i dépliant che danno in classe: sembrano usciti dai peggiori incubi di un puritano degli anni 50. E in effetti moltissimi di questi sono prodotti davvero da puritani usciti dagli anni 50. Associazioni con casa madre negli Stati Uniti hanno invaso le scuole, che, ignare, le invitano perché il messaggio è il più rassicurante: chi si droga è perduto, noi siamo qua per aiutarvi. Ma non funziona così, chiedetelo a Claudio Cippitelli della cooperativa Parsec di Roma se serve a qualcosa andare da un adolescente e dirgli: non drogarti. Semmai serve lavorargli ai fianchi, costruire una città solidale, dove tutti si prendono cura di tutti, dove nessun luogo abbandonato dalla speculazione edilizia come quello che ha visto morire Desirée a San Lorenzo sia più possibile.

Così continuiamo a leggere di baby tossici salvati dall’ingresso in comunità, di padri disperati nel parco milanese di Rogoredo, si diffonde il panico, l’emergenza e, in nome della sicurezza, decenni di lavoro, di studi, di politiche pubbliche vengono spazzate via: sorvegliare e punire, questa sembra la soluzione.

Mi racconta Salvatore Giancane, che a Bologna da anni lavora nei servizi sociali, che quella che viene definita sostanza di accesso oggi può essere un legalissimo sciroppo contro la tosse contenente codeina. In Italia i pediatri sono attenti, ma molti ragazzi se li fanno portare dalla Francia dove sono medicinali da banco. Tuttavia il legame con i farmaci nessuno lo racconta, perché? Perché si torna a colpire più che il consumo l’atteggiamento deviante in pubblico come era nella legge del 1954, e ognuno in casa fa quello che vuole.

Poi ogni tanto uno o due spacciatori nigeriani finiscono in galera, bene. Ma basta aver visto una puntata di Narcos per capire che l’ultima pedina sarà rimpiazzata dopo un attimo. Che chi tiene i fili dello spaccio sta al sicuro a casa, ed è italiano.

Pensare che il narcotraffico sia gestito dai nigeriani che stanno per strada è un altro incredibile effetto ottico dei nostri tempi: mettiamo a fuoco ciò che è visibile. Perché nessuno, nessuno in Parlamento riesce a mettere insieme tutti i pezzi del problema.

La Conferenza nazionale sulle tossicodipendenze non si tiene da 10 anni, l’ultima è del 2009 a Trieste, invece andrebbe celebrata ogni tre anni perché questo è un fenomeno che cambia. Nessuno la convoca, e si continua a fare appello all’emotività dei lettori per persuaderli che servono più comunità terapeutiche, più carcere, meno tolleranza, mentre è alla ragione che dovremmo rivolgerci: domandiamo ai padri e alle madri non cosa si prova a sapere che un figlio fa uso di eroina per esempio, ma cosa pensano del fatto che lo stesso figlio, a Rogoredo come altrove, ha sempre meno luoghi dove chiedere aiuto. Si chiudono i servizi di prossimità in nome del decoro a Mestre, a Roma (l’ultimo è La Tenda del Tiburtino, il primo è stato a San Lorenzo).

Non vorrei mai trovarmi al posto di quel genitore, e mi scuso se provo a pensare al suo posto, ma so, perché ricordo mio padre, che il mio terrore più grande non era che si “drogasse”. Io avevo paura che morisse. Nessuno può uscire dall’eroina da morto. Oggi lo guardo da lontano, sta bene. L’immagine di lui barcollante però non va via, e quando vedo questi ragazzi, una rabbia terribile mi assale. Non più impotente come quella dei miei 15 anni però, perché raccontare aiuta a capire, a trasformare lo sguardo degli altri. Non voltiamoci dall’altra parte: avremmo potuto esserci noi lì, o i nostri figli, le nostre figlie. Nessuno può dirsi estraneo a questa storia, è tempo di riconoscerlo, rimboccarci le maniche e riprendere con coraggio a occuparcene. Prima che sia davvero troppo tardi.

Courtesy Laterza
Vanessa Roghi, nata a Orbetello nel ’72, vive e lavora a Roma. È una storica e autrice di documentari per la Rai. Ha scritto per Laterza La lettera sovversiva e Piccola città. Una storia comune di eroina (2018), in cui racconta la dipendenza di suo padre e quella di una generazione.

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