La sopravvivenza dei ghepardi è una corsa contro il tempo: parola di Laurie Marker

La più famosa esperta al mondo in materia ha raccolto la sfida in Namibia, dove studia come proteggere i felini più veloci della savana. Che, tra vent’anni, potrebbero non esserci più.

Laurie Marker è una delle massime esperte di ghepardi al mondo.
FRANS LANTING

La vita sa essere davvero imprevedibile. Basta un incontro e tutto può cambiare: programmi e desideri si vaporizzano in un attimo, sterzando drasticamente la rotta. Poco meno di cinquant’anni fa una ventenne cresciuta in una fattoria a Napa Valley in California, fresca di studi in enologia, era certa di volersi dedicare alla produzione del vino. Oltreconfine, in Oregon. Per finanziare il progetto, si mise alla ricerca di un lavoro. Lo trovò al Wildlife Park di Winston, uno dei parchi faunistici più grandi degli Stati Uniti. E lì fece l’incontro della vita: un cucciolo di ghepardo, rimasto orfano. Quel peluche in carne e ossa cambiò il destino di Laurie Marker per sempre. Rimase a lavorare nella riserva, lo crebbe come un figlio e iniziò un percorso a senso unico: lo studio della famiglia degli Acinonyx jubatus, spaziando dalla biologia alla genetica. Ma più andava avanti, più si rendeva conto che i felini “con la lacrima sul viso” avevano i giorni contati. E decise che bisognava fare qualcosa. Mai avrebbe immaginato che, nel suo futuro, le verdi colline dell’Oregon avrebbero lasciato il posto al bush namibiano, a un passo dal deserto del Kalahari. Come in un film, ma senza le atmosfere alla Karen Blixen. «Non c’è niente di romantico nella mia vita, se non la bellezza di aver creato dal nulla un progetto che sta cambiando i destini di uomini e animali», ammette la ricercatrice. «Al romanticismo preferisco la passione. Mi sveglio ogni mattina rifiutando con tutte le mie forze l’idea che possano scomparire i felini più straordinari del pianeta. Sento una responsabilità enorme. Prendo tutto molto seriamente. Chi mi conosce non pensa affatto che io sia una donna divertente!».

«Io mi batto per la loro sopravvivenza ma è l’intero sistema naturale che va tutelato»

Secondo i suoi studi il rischio c’è: il ghepardo potrebbe estinguersi nei prossimi 20 anni. È infatti entrato nella lista degli animali in pericolo secondo l’Unione internazionale per la conservazione della natura. Non che i leoni se la passino bene, visto che è cresciuta la domanda delle loro ossa dalla Cina, come surrogato afrodisiaco del corno di rinoceronte, ormai sparito in Oriente. Ma questo splendido animale capace di raggiungere 110 km orari in 3 secondi, come una Ferrari, ha una marcia in meno: la recente mappatura del suo genoma ha rilevato una variabilità genetica del 90% inferiore a qualsiasi altro mammifero, addirittura più bassa dei cani e gatti domestici, che spesso si accoppiano in famiglia. «Questa involuzione, che ha fatto precipitare la capacità riproduttiva e la sopravvivenza dei cuccioli, è stata innescata dall’ultima estinzione di massa che, tra una glaciazione e l’altra, 10 mila anni fa ha ribaltato l’ecosistema del nostro pianeta, provocando, tra gli altri, la scomparsa dei mammut. Solo pochissimi ghepardi riuscirono a sopravvivere a quel cataclisma, dall’Asia si sparpagliarono in Africa, arrivando fino in Europa. Poiché sono molto territoriali, in quella migrazione furono costretti ad accoppiarsi tra loro, indebolendo così il loro patrimonio genetico».

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Ma il vero problema di questi animali è l’uomo e la bellezza la loro condanna. A partire dal ’500, complice il loro carattere poco aggressivo, divennero infatti ricercati animali domestici, come testimoniano gli esemplari al guinzaglio nella pittura rinascimentale: principi e maharaja li volevano a corte, come trofei esotici e compagni di caccia. È così che inizia il commercio illegale dei cuccioli, che nel Corno d’Africa continua fiorente ancora oggi, visto che difficilmente questi animali si riproducono in cattività. In altre parole, l’amore degli uomini li sta portando all’estinzione. I numeri sono drammatici. «Sessant’anni fa i ghepardi si trovavano in 45 Paesi. Oggi sono scesi a 23, tutti nel continente africano, a parte l’Iran», spiega Laurie Marker. «E pensare che il loro nome inglese è cheetah, che viene dall’hindi, pantera cacciatrice. Nell’antichità infatti ce n’erano tantissimi in Asia. In India gli ultimi sono stati sterminati dai cacciatori negli anni 50, in Iran ne sono rimasti una cinquantina. Il processo di estinzione ha avuto un’accelerazione: oggi ci sono solo 7 mila esemplari nel mondo e almeno 1.800 sono in cattività. In Namibia c’è la comunità più grande: circa 1.500 che insieme a quelli del Botswana costituiscono il 50% dei sopravvissuti».

Nel 1977 Laurie viaggia per la prima volta in Africa, e arriva in Namibia accompagnata dal cucciolo che aveva cresciuto: voleva capire se un esemplare nato in cattività, senza aver ricevuto le dritte dalla madre, avrebbe imparato a cacciare in libertà. Un esperimento cruciale, mai tentato prima: se fosse riuscita a insegnargli a catturare la preda e quindi a sfamarsi, altri esemplari potevano essere riportati nel loro habitat naturale, dagli zoo e dai safari park, per favorirne la riproduzione. Ci vollero due mesi e alla fine il ghepardo imparò. E anche Laurie apprese una verità importante: in Namibia buona parte dei predatori veniva uccisa dagli allevatori per difendere il bestiame. «Pur continuando a studiarli dal punto di vista biologico ed etologico, capii che dovevo focalizzarmi su un altro obiettivo: cambiare la mentalità dei coloni. Ma l’unico modo per riuscirci era vivere là. Vendetti tutto quello che avevo e, nel 1990, l’anno della Dichiarazione d’Indipendenza della Namibia, mi trasferii. Quell’evento era di buon auspicio: era il primo Paese a inserire nella Costituzione il principio della tutela ambientale!».

«Quando osservi i ghepardi da vicino comprendi le sfide che una femmina affronta quotidianamente, svolgendo un doppio ruolo: di caccia e protezione. È una madre single e lavoratrice», racconta il fotografo Frans Lanting, autore di queste immagini, che ha seguito in diversi Stati africani famiglie di ghepardi come questa, nel Parco Nazionale del Serengeti, in Tanzania.
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ll Cheetah Conservation Fund, Ccf, inizia così la sua avventura, in un’area protetta dove i felini vivono liberi a Otjiwarongo, nel nord della Namibia, che è anche e soprattutto un centro nevralgico di ricerca e di formazione. «Passai i primi mesi a parlare con gli allevatori, dovevo capire di cosa avessero bisogno per riuscire a convivere con i ghepardi, visto che il 90% vive fuori dalle riserve faunistiche a causa della competizione dei predatori più grandi, come i leoni e le iene. Compresi che, come primo passo, bisognava aiutare i coloni a gestire le loro aziende agricole in modo più profittevole e sicuro, per tutti. E trasformare i felini in una risorsa da proteggere, che avrebbe portato turismo e quindi benessere».

Laurie Marker dà così vita al programma Future Farmers of Africa, un training di gestione integrata di bestiame e predatori, in cui ha un ruolo chiave un altro animale: il cane. Per aiutare gli allevatori a proteggere il bestiame, la ricercatrice importa dalla Turchia una razza capace di adattarsi all’habitat namibiano: il cane da pastore Kangal, da secoli addestrato a proteggere le greggi; grazie alla stazza, allontana i predatori con una postura aggressiva e latrati ad alto volume. E ha funzionato anche con i ghepardi. Il suo modello negli anni ha rivoluzionato le cose: oggi la Namibia è riconosciuta come la “capitale del ghepardo” nel mondo. Con effetti benefici sul Pil grazie ai safari, che come in
Botswana sono disciplinati da rigorose regole a tutela degli animali.

«Più della metà dei cuccioli di ghepardo non sopravvive alle prime quattro settimane di vita, mentre la maggior parte non supera il primo anno», spiega Frans Lanting. «Una piccola percentuale di femmine, chiamate “super moms”, riesce però a salvarli».
FRANS LANTING

Negli ultimi 30 anni però, grazie al Ccf, i ghepardi sono più al sicuro, e la maggior parte degli allevatori li guarda con occhi diversi. «Ma per garantirne la sopravvivenza siamo noi a dover cambiare. Da bambina i miei genitori mi hanno insegnato a occuparmi dei nostri cani e cavalli, altrimenti li avrebbero dati via. Ho imparato la lezione: se non ce ne prendiamo cura, gli animali ci lasciano. Secondo le ultime statistiche il 40% degli animali terrestri nel 2050 sarà vicino all’estinzione, che è irreversibile. Ogni specie è connessa: io mi batto per la sopravvivenza dei ghepardi ma è l’intero sistema naturale che va protetto. Non si vedono più gli uccelli migratori, è difficile avvistare una farfalla, le api sono a rischio e quindi lo è anche il nostro cibo. Sono segnali d’allarme epocali, eppure la gente è ancora convinta che saranno gli altri a sistemare le cose: lo chiamo il “They Factor”. È anche per questo che ho creato il mio progetto: gli “altri” non esistono, ognuno di noi deve scendere in campo, personalmente. Viviamo tutti nello stesso quartiere, dobbiamo prendercene cura».

Le sagome di alcuni ospiti del Cheetah Conservation Fund in Namibia, ognuna contraddistinta dal nome. Per saperne di più, contribuire, prenotare un soggiorno e vivere a contatto con i ghepardi, consultate Cheetah.org e l’account Instagram @ccfcheetah.
FRANS LANTING

Di fronte a chi sta mettendo la propria esistenza al servizio di una causa planetaria, l’indifferenza collettiva - quella che ci fa continuare a vivere tra fiumi di plastica, sprechi e negazionismo ambientale - fa un rumore stridente. Nelle parole di Laurie Marker, si sente l’eco delle battaglie di Jane Goodall, Dian Fossey, Kuki Gallmann, figure femminili che si sono consacrate in difesa della fauna africana. «Ma le donne sono in campo ovunque a difesa della natura, non solo in Africa. Non è un caso che in medicina veterinaria ci sia una netta prevalenza femminile. Abbiamo più compassione e resistenza. Non molliamo, fa parte del nostro Dna. Siamo geneticamente programmate per gestire e sfamare la famiglia, un lavoro che dura per sempre». E anche per il futuro del continente africano la ricercatrice è convinta che la chiave di volta siano le donne, la loro istruzione. «La popolazione qui aumenta a un ritmo esponenziale. Più del 50% è sotto i 18 anni, c’è una media di dieci figli a famiglia contro l’1,6 dell’Europa: con questo tasso di riproduzione si può immaginare quale sarà la pressione demografica e ambientale già nei prossimi dieci anni. Ma senza istruzione e senza lavoro, le donne non possono far altro che procreare, al servizio degli uomini». Anche su questo fronte il Cheetah Conservation Fund è molto attivo: ci sono corsi di ogni genere, dalla formazione scientifica alla produzione casearia, fino alla ceramica. Sono i primi passi verso un’emancipazione femminile che potrà aiutare a creare nuovi equilibri e coscienze. Perché, come disse Kuki Gallmann, «quando capisci il valore della vita, di ogni vita, pensi meno al passato e lotti per difendere il futuro».

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