In cosa spendono tutti i loro soldi i ricchissimi della Silicon Valley?

Il business ha a che fare con un film molto famoso, una paranoia (molto concreta), un'azienda texana, un viaggio in Nuova Zelanda.

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C'è chi per bravura o per fortuna, in questa vita, è riuscito a seminare e a raccogliere molto. Molti di questi il terreno fertile lo hanno trovato, soprattutto nell'ultimo ventennio nella Silicon Valley, sull'onda lunga del successo dei rispettivi affari dell'era digitale. Con l'occhio lungo nel business come nel resto delle attività umane, da un paio d'anni a questa parte molti miliardari della Silicon Valley si stanno facendo convincere che, presto o tardi, la scintilla delle loro vite di successo nell'amato Eldorado nordamericano potrebbe spegnersi per via di una qualche sciagura e che pertanto sia necessario correre ai ripari.

Che si tratti di una catastrofe naturale di un pianeta al collasso per via dell'incuria umana, di un atto terroristico senza precedenti o di un nuovo imprevedibile conflitto globale, il giorno del giudizio potrebbe essere quindi dietro l'angolo. È stato così che, cavalcando questo clima di possibile terrore prossimo venturo, un'astuta società texana, la Rising S Company specializzata nella costruzione di bunker e rifugi antiatomici ha chiamato a raccolta un sostanzioso gruppo di paperoni hi-tech proponendo loro i suoi prodotti.

A quanto pare, ad accettare sono stati in molti e, sempre con l'aiuto dell'azienda, si sono fatti consigliare anche il suolo ideale sul quale impiantare tali casette a prova di tutto. Senza neppure pensarci troppo, il dito sull'atlante è caduto in Nuova Zelanda. Ma perché proprio lì e non altrove? A spiegarlo in modo chiaro, preciso e inequivocabile è il direttore della stessa compagnia costruttrice: “Quel Paese non è un obiettivo nucleare e non rappresenta un bersaglio appetibile in caso di guerra. Insomma, è un luogo perfetto dove trovare rifugio”. E magari ricostruirsi una nuova vita e una nuova identità. E poi, aggiungiamo, è isolata e difficile da raggiungere, oltre che non essere appetibile per una potenziale invasione finalizzata alla conquista.

Lo sbarco di tutte quelle costruzioni prefabbricate - alcune arrivano a costare anche 10 milioni di euro come riporta Forbes Italia - sono partite dagli Stati Uniti e recapitate via mare fino ai porti e poi in segretissime località sparse nel Paese, ovviamente, non è passato inosservato alle istituzioni neozelandesi che non hanno minimamente ostacolato, ma anzi agevolato il più possibile, questo curioso traffico, per esempio rendendo più semplice e appetibile l'acquisto di terreni edificabili nei quali interrare i bunker da sovrastare poi, a loro volta, con ville di dimensioni e fatture adeguate al conto in banca dei potenziali proprietari.

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