Mamma ti odio!

Quand’è che la dolce bambola di casa è diventata una piccola ribelle dalla lingua indomabile? E come fa una mamma offesa a gestire la frustrazione? La parola agli esperti

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Arriva il giorno in cui l’idillio si spezza: «Mamma, sei brutta, bruttissima, e io adesso non ti parlo più». Poche parole semplici, che però hanno il sapore di un verdetto. Finito il tempo delle coccole no-limits, addio all’amore incondizionato tutto sorrisi e paroline dolci? Difficile crederlo. Eppure quel viluppo di indignazione e orgoglio che piagnucola sul divano è la nuova immagine di vostro figlio, quando decide che qualcosa (o qualcuno: in questo caso voi) non gli va a genio. Secondo gli esperti la grande frattura è fra i tre e i quattro anni. Prima c’è la mamma onnipotente e insostituibile. Dopo la simbiosi perfetta diventa un ricordo: è arrivata la fase del “no”.

Piccoli conflitti tra amici

«È a quell’età che i bambini cominciano a voler dimostrare di essere capaci di fare da soli», spiega Daniele Novara, pedagogista e direttore del Centro psicopedagogico per la pace e la gestione dei conflitti di Piacenza (cppp. it), che alle “risse” dei piccoli ha dedicato anche un libro, Litigare per crescere (Erickson, e 19). «Per la prima volta il bambino capisce che tra lui e la madre c’è una differenza profonda. Finalmente ha preso coscienza di se stesso e anche della potenzialità della parola “no”. Che comincia a usare per mettere alla prova gli adulti».

Nuova famiglia cercasi

Mettiti le scarpe che usciamo. Dammi la mano. Togli le dita di bocca. La risposta invariabilmente è un “no”, stizzito e rotondo che diventa lo spunto per infinite scaramucce, in cui l’inconsapevole giustiziere siete voi. «Le prime volte ero esasperata, ci rimanevo male», racconta Anna, mamma di Alessandro, 5 anni. «Il giorno in cui mi sono sentita scagliare contro quell’orribile “ti odio!” mi è sembrato di avere sbagliato tutto. Poi ho capito che era una provocazione e che reagire era un segno di debolezza. Alla fine l’unico modo per fare pace è sempre farlo ragionare».

Approva Lucia Rizzi, problem solver in tv a Sos tata, ricercatrice al Child Development Center dell’Università della California e autrice di Fate i bravi! (Rizzoli, e 17). «L’errore è tener buoni i piccoli ribelli con continue concessioni. Ma anche censurare sempre è sbagliato. Meglio prevenire: i bambini più che di ordini hanno bisogno di norme, possibilmente facili da capire». Senza un codice da seguire, è assai probabile che i piccoli reagiscano alle frustrazioni con l’aggressione verbale. Mamma non vuole giocare con me? È una strega. Basta tv perché si fanno i compiti? Io mi cerco un’altra famiglia. «Quando un bambino non capisce, rifiuta i comandi e cerca di punire i genitori, mettendo ripetutamente alla prova la loro capacità di contenere i capricci», spiega Novara. «L’unica è darsi un progetto educativo, una serie di regole che scandiscano le sue giornate e diano un senso ai comportamenti corretti».

La pace ritrovata

Conclusione: quando il pupo se ne esce con un assurdo “ti odio” è un colpo al cuore, ma non una tragedia. Magari il giorno prima suo papà si è complimentato con lui vedendolo dare calci a un pallone. E ora lui non riesce a capire perché la mamma sbraita se fa lo stesso con la lattina di pomodori pelati. «Specie se è molto piccolo, punirlo allora sarebbe assurdo», dice “tata” Lucia. «Basta dirgli che se smette potrà presto andare a giocare a calcio ai giardini». Così la rabbia svanisce, e resta “solo” da smacchiare il tappeto.

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