Mamma, perché quei bambini arrivano sui gommoni?

Li vedono al tg e sui giornali. E la sorte di quei coetanei in balia del mare li folgora, minando le loro sicurezze. Ecco le parole giuste per discuterne insieme

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maurizio sianiGetty Images

Annoso e inutile tergiversare. Perché dietro alla curiosità di sapere cosa fanno dei bambini nei canotti che approdano o affondano nei nostri mari, avvertiamo nei nostri figli la paura della stessa sorte, l’angoscia della separazione dai genitori. Ai loro occhi arrivano immagini crudeli, alle orecchie parole come migranti, profughi, scafisti. Hanno diritto alle risposte.

In una scuola di Milano, l’Istituto Omnicomprensivo Musicale Cuoco- Sassi, l’insegnante di primaria Simona Mischianti ha un suo modo di spiegare la tragedia dei migranti: «I bambini verificano a scuola le spiegazioni dei genitori, in un double-check; io li aiuto con la musica, lavoro sui testi di alcune canzoni, perché toccano le emozioni e facilitano la comunicazione. Per spiegare in seconda elementare gli sbarchi visti in tv uso la Ninna nanna di Pace del Coro dell’Antoniano: Ninna nanna di pace che invento pensando a un bambino, arrivato dal mare stanotte col freddo che fa... Trasportato sulle ali del vento, con in tasca il ricordo più dolce di un’altra città. Così posso parlare del distacco dal proprio paese a causa di guerra e fame, e tutti capiscono che non si abbandonano gli amici, i giochi e la propria casa se non ci fosse un gravissimo motivo. Ivano Fossati, con Pane e Coraggio, spiega la fuga verso un mondo creduto migliore, ma in realtà spesso inospitale. E sì che l’Italia sembra un sogno steso per lungo ad asciugare... Il nostro sogno un’illusione, incoraggiati dalla bellezza vista per televisione. Per ragionare sulla diffidenza verso gli sconosciuti Io non ho paura di Fiorella Mannoia è perfetta: Non ho paura di quello che non so capire, spiegare, vedere...».

Se le canzoni vanno dritte al cuore, ben diverse sono le parole della cronaca degli sbarchi. Esodo, immigrazione, clandestinità non fanno parte dell’esperienza diretta dei bambini. La scrittrice Michela Murgia ha però un suggerimento che può togliere dall’imbarazzo ogni mamma alle prese con concetti astratti: «Il metodo è semplice, cominciate a dare un nome al bambino del canotto, costruitegli un’identità, mostrate sul mappamondo il suo luogo di provenienza, narrategli il motivo per cui si è allontanato dal suo paese e dai genitori, la strada percorsa a piedi, su un camion e poi sul gommone senza salvagente. Costruite una storia ricca di immagini ed emozioni. Ma è importante anche quale messaggio si vuole trasmettere al proprio figlio… Consiglio il libro di Fabio Geda Nel mare ci sono i coccodrilli, storia vera di un “no name”, un bambino partito da solo dall’Afghanistan, abbandonato dalla mamma solo perché potesse salvarsi; oggi vive a Torino».

La quotidianità con cui i media mostrano le immagini delle migrazioni rischia di assuefarci. Ma è la tragedia del presente, non un film, come racconta Juan Matias Gil, operatore umanitario di Medici Senza Frontiere, otto anni tra Africa e Medio Oriente e da due di pattuglia al largo della Libia: «I gommoni arrivano la mattina presto, su imbarcazioni di 9 metri sono stipati 120 migranti. Da lontano sembra ci siano solo uomini, ti avvicini e vedi stivati sul fondo le donne e i bambini. La metà di questi è senza genitori, se succede qualcosa sono i primi a rischiare. Quest’anno sono già stati salvati in mare 6mila minori non accompagnati (dati UNHCR). I genitori hanno scommesso su un futuro possibile per loro figlio, prima che possa saltare su una mina o essere colpito da un fucile. Questa esperienza mi ha insegnato una cosa: chi è al sicuro deve aiutare chi non lo è, perché chi è amato impara ad amare».

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