L'ossessione per i corsi online: troppa conoscenza può anche far male?

Mai come oggi la disponibilità di corsi, tutorial, scuole a distanza è ampia e diversificata. Senza contare il ritmo vertiginoso con cui anche i blogger e gli infuencer hanno iniziato a mettersi in cattedra, per così dire. Ma attenti a non esagerare...

Candid portrait of African businessman wearing glasses looking away in office
10'000 HoursGetty Images

Tra le molte bellezze della tecnologia c'è quella di aver, per così dire, democratizzato l'accesso all'istruzione. Tra YouTube e la miriade di start-up che offrono opportunità di apprendimento, l'acquisizione di nozioni è oggi, dunque, alla portata di tutti. Ma la domanda è: tutto ciò ci rende più produttivi e felici di esserlo? Secondo un'analisi della rivista online Fast Company, si sta facendo un po' di confusione: non sempre, infatti, acquisire informazioni e nozioni si traduce in vera conoscenza e si rischia di scambiare l'una per l'altra cosa. D'altra parte, il desiderio di imparare è codificato nel nostro Dna. Basta osservare un bambino alle prese con un giocattolo o che prova a camminare per constatare il nostro innato istinto di esplorare. Quando è naturale, l'apprendimento è divertente, e quando ci chiediamo perché i giovani quando cominciano la scuola perdono parte della motivazione è perché spesso sono venuti meno i motivi di base dell'apprendimento: la curiosità, la giocosità, la voglia di socializzare.

Un esempio che viene spesso citato in questo contesto è la quantità dei dati che, sempre più spesso, vengono raccolti dai cosiddetti fitness tracker, i dispositivi che registrano e misurano le performance durante l'attività fisica. Se, da un lato, tutte le nozioni e le informazioni su salute e benessere che vengono raccolte sarebbero, di per sé, sufficienti per apportare cambiamenti positivi alla nostra vita quotidiana, dall'altro - secondo una corrente di pensiero - tutto ciò può facilmente essere percepito come un impegno, un lavoro addirittura, e quindi generare frustrazione e sottrarre, così, piacere e gioia allo svolgimento dell'attività stessa.


La stessa scuola “psico-filosofica” sostiene anche che, al contrario, ci sono casi in cui è perfino meglio “disimparare”, secondo il principio che viene definito dell'”interferenza proattiva”, cioè quel processo di “disconoscenza” che porta a scartare deliberatamente conoscenze obsolete, inutili o ridondanti. Un po' come svuotare, anziché continuare a riempire, un armadio già pieno di abiti e oggetti perlopiù inutili, con quel senso di igiene mentale e pulizia interiore che ci pervade quando abbiamo completato questa attività e riempito un sacco di cose da buttare.

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