Anche gli incidenti possono servire

Ovvero quando un soggiorno forzato a letto ci fa scoprire il bello di farsi coccolare dagli amici, di vedere la serie The Crown tutta insieme e di leggere libri dimenticati.

Crosswalk
NikadaGetty Images

Una cosa orribile che spero non accadrà più, e così assurda che sembra una scena di Stanlio & Ollio. In un’umida notte milanese un pedone pazzo s’è scaraventato di corsa in mezzo alla strada perché tanto non passava nessuno, peccato passassi io. Che mi sono ritrovata spiaccicata sull’asfalto sotto al mio motorino, e poi soccorsa da due angelici ragazzi che avevano seguito la grottesca dinamica dell’incidente (intanto il pedone pazzo, visto che non ero morta, se n’era andato per la sua strada). «No no, non mi sono fatta niente... ma che gentili, sì sì, mi fa un po’ male qui ma mica tanto... se voi posteggiate lo scooter chiamo casa e torno in taxi...». Mezzora, e li convinco. Arriva il taxi, salgo, dopo la prima curva sto per svenire e dico di portarmi al pronto soccorso dell’ospedale più vicino. Un bel po’ di ore dopo, in sintesi: frattura di una vertebra lombare, microfrattura al bacino, 40 giorni (meglio a letto) di prognosi, se sto in piedi un corsetto che toglie il fiato, dolore boia.

Però è tutto materiale, e sembra fatto apposta per questa pagina. Se mi guardo allo specchio mi spauro e se mi specchio negli occhi di chi mi sta vicino non mi capacito di farmi vedere in questo stato. Ma non mi vergogno, e questo mi piace. Poi: per fare mezzo metro col corsetto e i bastoncini (sia lode alla pigrizia che mi ha vietato di portare in cantina quelli da montagna) ci metto mezz’ora, e allora tanto vale stare a letto, cosa peraltro consigliata, dove sto comodissima. Oblomov chi? È impressionante
quanto, dolori a parte, ci abbia messo niente a fare di passività virtù: tutto scorre con lentezza ma nella direzione giusta; la mattina mi sveglio a ore da teenager e col ricordo di sogni a colori. Ansia? Quale ansia? Poi fuori piove e piove, e io odio la pioggia, e che bello starsene a letto senza sensi di colpa a dormicchiare e a vedere diminuire la pila di libri-da-leggere (a proposito, possibile che con tutti i pezzi che ho letto su Bianco di Bret Easton Ellis nessuno abbia notato quel che di formidabile ho notato io? Si diventa egomaniaci a stare a letto?). E che goduria spararsi in due pomeriggi tutta la terza serie di The Crown con l’amica arrivata da Roma (!) per farmi ridere, cucinarmi bontà, e strologare con me su quanto fosse figo da giovane (ma pure da vecchio) Charles Dance (Lord Mountbatten in The Crown). Ecco: gli amici, e i fratelli, le cognate, le nipoti... Non sono il tipo da “la mia porta è sempre aperta”, sono una criticona, dico fin troppe volte grazie, o no grazie con troppa ruvidezza. Ma stavolta qualcosa è cambiato. Per esempio quando un angelo è entrato a casa mia carico di ricette, doni e sorrisi facendosi dare le chiavi dal portinaio: roba da matti, come osa? E invece: «Ma che meraviglia, ma che bravo, grazie!». Tempo, disponibilità, difese abbassate, e pazienza se la schiena fa un male schifo. Alle 12.50 di un giorno di sole un’amica adorata accompagna me, il mio bastone e il mio corsetto malese a vedere il film di Woody Allen, una benedizione. Poi torno a casa e realizzo di aver preso il nuovo appuntamento con l’ortopedico venerdì 13 alle ore 17: non sono superstiziosa, però. Lo cambio e vado. Risultato: ancora 15 giorni di busto ma fra tre mesi potrò andare in motorino e giocare a tennis.

Toc-toc-toc, non c’è altra palla che quella che hai davanti: outdoor me la giocherò con grande prudenza, ma indoor mai più mai più mai più difese alzate. Grazie pedone pazzo.

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