Le app di incontri ci stanno rubando più dati di qualunque social (?)

Da Tinder a Grindr cosa succede quando le più segrete informazioni diventano di dominio pubblico?

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secret agent mikeGetty Images

Per il momento è soltanto l'espressione di un sospetto, un dubbio che potrebbe risolversi in un nulla o trasformarsi in una vicenda legale paragonabili a tante altre viste in passato nel contesto dei servizi di dating online. A sollevare la questione è il Norvegian Consumer Council, un ente di ricerca non profit finanziata dal governo norvegese, che ha puntato il dito su due realtà del settore tra le più note, ovvero Grindr e OkCupid (ma ad essere coinvolte sarebbero diverse altre loro omologhe, tra cui anche le popolarissime Tinder ed Happn), accusandole di aver venduto informazioni riservate sui loro utenti - per esempio le loro posizioni precise sul territorio o sui luoghi e sulle preferenze per gli appuntamenti - a società che si occupano di marketing e di pubblicità che, a loro volta, le utilizzerebbero per finalità commerciali. Se ciò venisse giudicato corrispondente al vero, rappresenterebbe l'ennesimo caso di grave, anzi gravissima, violazione delle leggi sulla privacy. Secondo quanto afferma l'entità scandinava, Grindr, ovvero l'app di incontri gay più famosa al mondo, avrebbe trasmesso tutta una serie di codici di tracciamento degli utenti a più di una dozzina di aziende. In maniera omologa, OkCupid avrebbe fornito a diverse aziende che si occupano di effettuare azioni di marketing personalizzato informazioni sull'etnia e sulle abitudini personali degli utenti.

In Out of Control, questo il nome dello studio, vengono spiegate in dettaglio quali sono le informazioni sugli utenti che le app hanno ceduto in cambio di un corrispettivo economico. Si va da dove l'utente vive e lavora, attraverso la geolocalizzazione, ovviamente, la sua sua religione e l'orientamento politico e sessuale, sempre mediante il monitoraggio dei luoghi frequentati. In tutti i casi, la condivisione di tali informazioni con terze parti rappresenterebbe una violazione del regolamento generale sulla protezione dei dati personali. “Venti mesi dopo l’entrata in vigore del GDPR - ha commentato un portavoce del Consumer Council - i consumatori sono ancora ampiamente spiati online e non hanno modo di sapere chi e come tratta i loro dati, né sanno come fermarli”.

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