#MCTalk - Storie di mentorship al femminile, l'arte antica di tramandare esperienze

Al primo McTalk della decima casaMc, cinque donne che hanno ricevuto la mentorship, o si sono prestate come mentor, raccontano la loro esperienza in pillole di saggezza.

Avviso per tutti: la mentorship è una risorsa che sta diventando sempre più preziosa nei rapporti lavorativi e c’è da stupirsi che alcune aziende venga ancora snobbata. Cos'è la mentorship? Tecnicamente si tratta di una saggezza antica, perché la mentorship non è altro che la comunicazione dell’esperienza da chi ne ha di più, a chi ne ha di meno, ma oggi in un percorso di apprendimento formale e organizzato. È questo l’unico elemento che lo distingue dalla tradizione familiare di un tempo, quando si trasmetteva la conoscenza, il saper fare. Per il primo talk della decima #casaMC 2020 in collaborazione con Airbnb Italia, MarieClaire.it ha ospitato cinque donne di valore che hanno raccontato la loro esperienza di trasmissione e di ricezione (o entrambe) della mentorship. Sono Flavia Guarino e Michela Galluccio, rispettivamente presidente e responsabile reparto psicologi di Restart, “il primo servizio italiano di supporto psicologico per musicisti e addetti ai lavori del music business. Qualcosa che era diventato necessario perché c’è un problema di comunicazione nel rapporto tra artista e manager, ma anche tra artista e fan, spesso per colpa dei social”, spiegano loro stesse; Sara Fedrizzi, Marketing Manager di Radio Monte Carlo, che racconta la sua esperienza personale di mentorship; Renata Duretti, leadership consultant & business coach collaudata e “moglie e mamma di 3 figli”, ci tiene ad aggiungere; Valentina Grilli, Senior Manager in Pw, che racconta il suo percorso. Interessante il legame tra queste ultime tre donne, nato con il progetto Valore D: Renata Duretti è stata mentor di Sara Fedrizzi che ha sua volta ha passato la sua esperienza a Valentina Grilli. Una catena di sostenibilità umana.

“Un anno fa ho lasciato l’azienda (capo HR di Ikea ndr) e mi sono dedicata solo al business coach”, racconta Renata Duretti”, “la condivisione è qualcosa che fa crescere le persone e i business; io creo relazioni ma in questo dare si riceve anche. La mentorship consiste nel mettere a disposizione l’esperienza, ma il bello è che ascoltare realtà completamente diverse ti fa capire molto anche di te. Ad esempio, quando il mentor di una donna è un uomo, lui stesso arriva a capire molto di più delle difficoltà del mondo lavorativo femminile”. A tal proposito: "Noi donne non riusciamo a non essere prese sul serio, mentre gli uomini non riescono a esprimere le difficoltà" commenta Flavia Guarino. "Un uomo è più legittimato a esibire i suoi risultati. Una donna, invece, viene presa solo come una persona debole".

Ma perché c’è bisogno della mentorship anche nella musica? “Perché c’è un problema di comunicazione nel rapporto tra artista e manager, ma anche tra artista e fan”, spiega Michela Galluccio di Restart,“nel secondo, spesso anche per colpa dei social. I social creano dipendenza ma nel caso dei personaggi c’è un rischio altissimo perché si tratta di persone che passano da persona a personaggio. Parlare di mental healt, poi, sta diventando nazionalpopolare, come molti altri temi sensibili che escono dal tabù, ma non tutti ne parlano in modo che la persona che ha davanti possa svelarsi davvero e fare un percorso. L’obiettivo della mentorship per un addetto ai lavori della musica è quello di far sentire in uno spazio sicuro e di condivisione”. Sara Fedrizzi era in un’altra azienda, prima di arrivare a Radio Monte Carlo: “Quattro anni fa sono stata selezionata per seguire il percorso di mentorship e ho guadagnato fiducia in me stessa. Renata Duretti mi ha spinta a iniziare a guardarmi intorno e ho scoperto di provare la curiosità di fare cose nuove, di affrontare ambienti diversi. In questo percorso ho capito l’elemento principale che distingue la mentorship da – che so – i consigli di un’amica: è l’assenza di giudizio. Quando si riceve la mentorship non si ricevono suggerimenti, si fa in modo che riparta la tua affermazione e darti da sola i consigli migliori”.

“Giudicare è un errore in cui cadono spesso anche gli psicoterapeuti”, conferma Michela Galluccio. “Fa parte dell’essere umano per cui è anche sbagliato reprimerlo totalmente. Ma il giudizio va accolto e gestito. Anch’io mi sono sentita giudicante perché la persona di fronte a me non aveva i miei stessi valori. Mi sono sforzata di accogliere il suo pensiero senza ‘bastonarlo’ e mi sono chiesta se il mio giudizio serviva a qualcosa. Ho ricordato di averlo sperimentato anche su di me, con le amiche, la famiglia. La famiglia è il primo elemento giudicante, è difficile far capire alle famiglie quanto il giudizio possa influenzare una persona”. “L’esperienza che l’altra persona mette a disposizione è importante”, dice Valentina Grilli. “Vengo da Bologna, e a Milano non ho più la mia rete. Non ho amiche con un percorso di studi o un lavoro come il mio che possano consigliare. Lavoro in progetti di trasformazione bancarie e, mi sono trovata a pensare che fossi ‘troppo’ per l’azienda. Imparare a dire dei no, grazie a questo percorso, mi ha cambiato la vita lavorativa”.

E poi c’è a anche la Sindrome dell’impostore: “è molto frequente e si manifesta quando una persona si sente inutile, pensa di stare truffando il proprio datore di lavoro e di ottenere più di quello che merita, pensando sempre ‘adesso mi beccano’”, spiegano in più riprese e tagli differenti Michela e Renata. “È molto femminile, sempre a causa del machismo, e il gender pay gap ci mette del suo. In passato le donne si rassegnavano all’incapacità, ‘non so aggiustare quel tubo’. Ora ci siano accorte di saperlo fare, a volte anche meglio, c’è una pressione sociale di transizione fortissima e alle donne viene il dubbio: e se non fosse vero che sono incapace?”. C'è da dire che, a volte, la tendenza è così forte che la Sindrome dell'impostore è frutto della propria tendenza a essere troppo giudicanti, tanto da giudicare se stesse. "Le aziende sono responsabili della sottovalutazione delle difficoltà femminili di cui parla Flavia”, conclude Renata Duretti, “non hanno gli strumenti per affrontare il burnout dei dipendenti, siamo indietro. Molti imprenditori italiani non hanno dato spazio a questo problema. Ora, però, cominciano a guardarsi intorno e capiscono che non c’è solo la spinta alla crescita del fatturato. Ci sono anche le persone che hai davanti. E contano”.

Si ringraziano per il supporto a #casaMC, i momenti food & bevarage e lifestyle: Airbnb Italia, Banco BPM, Bevande Futuriste, Millefiori Milano, Venchi e Zushi.

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