“È la nostra crisi del ’29”. La nuova Grande Crisi dei nuovi Anni Venti deve al Covid-19, la malattia provocata dal nuovo Coronavirus, l’insorgere di una nuova Grande Depressione di inizio decennio? Dal trauma collettivo alla stampa straniera, dalla chiusura delle frontiere alle nuove frontiere del viaggio, abbiamo riflettuto su come l’emergenza sanitaria attuale stia rivoluzionando le economie domestiche (private quanto neo lavorative) e quelle globali da quando il nuovo ceppo è stato segnalato e, poi, identificato a Wuhan lo scorso dicembre 2019. La quotidianità di tutti è cambiata e cambierà: dalle abitudini dallo smart working forzato alle limitazioni sociali, di gruppo, per un fine più che necessario. Tra questi la musica, il mercato che crea gli eventi più democratici e sociali di tutte le forme di business, avrà davanti a sé mesi in cui re-inventarsi, ultimo l'annullamento del Coachella 2020 slittato da aprile al prossimo ottobre. “Forse questa è la volta in cui la nostra generazione si rimboccherà le maniche per la prima volta. Penso che lo faremo, penso che lo farò. Voglio e devo pensare positivo per la mia squadra, in fondo sono una piccola impresa anch’io. Sono io quello che ci mette la faccia, ma dietro di me, di facce, ce ne sono tante”, delicate/acuminate come un ossimoro, come ogni suo verso, le parole di Ghemon sono quelle di un “imprenditore” un po’ particolare che ha deciso di trasformare l’emergenza attuale in una riflessione agenerazionale. “Ho imparato che puoi vivere i momenti difficili con le mani attorcigliate sullo stomaco oppure con le mani in alto, in cerca di una (ri)soluzione. La fiducia in se stessi e negli altri è l’unica cosa può darci la forza, può farci alzare dal letto al mattino, può non farci perdere la testa dietro alle negatività. È così che ho scelto di vivere questo momento, come una crescita personale e sociale, per me e per chi lavora con me, per questa società che ha trovato un mondo già pronto e perfetto grazie alle sfide e ai sacrifici dei nostri nonni”, continua il cantante che lo scorso 18 febbraio ha pubblicato il suo ultimo singolo, In un certo qual modo. “Quando gli effetti del Coronavirus sono diventati concreti, diciamo, eravamo nel bel mezzo della preparazione del tour oltre che dell’uscita del disco, Scritto nelle stelle, posticipata al 24 aprile. È vero che ormai certe strette di mano sono sostituibili a uno scambio di file online, è vero che ormai la musica si può rilasciare in modo liquido, ma è vero che quando hai letteralmente cresciuto un progetto per mesi e mesi, tutto questo non ti basta. Vuoi riuscire a spiegarlo faccia a faccia ai giornalisti, vuoi sentire l’affetto delle persone attraverso un abbraccio, uno sguardo dal palco”.

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"È la nostra crisi del ’29. Qui non c’entra più niente l’ambizione personale, questo è un problema di sopravvivenza”, ci spiega Flavia Guarino, agente booking e presidente di Restart “il primo servizio italiano di supporto psicologico per musicisti e addetti ai lavori del music business” che, vista l’urgenza, ha aperto uno sportello di emergenza, “anche se tuttora la gente fa fatica a chiedere aiuto, a svelare le proprie debolezze, persino a un ente gratuito e creato ad hoc come il nostro”. A seguito dell'ordinanza emanata dal Governo che ha previsto la sospensione di eventi di qualunque natura fino al 3 aprile, l’industria dello spettacolo dal vivo in Italia ha perso circa 10,1 milioni di euro al botteghino e attestato la cancellazione di 7.400 spettacoli, solo nella settimana 21-27 febbraio. Queste le stime elaborate su dati Siae fornite all’AGI da Filippo Fonsatti, presidente di Federvivo, la federazione che all'interno dell'Agis (Associazione Generale Italiana dello Spettacolo) racchiude tutti i comparti dello spettacolo dal vivo. “Programmare e riprogrammare i calendari dei concerti, seguendo giorno dopo giorno questo o quell’aggiornamento ministeriale, è solo la punta dell’iceberg del nostro lavoro. Il vero problema è economico, annullare live, uscite di singoli e album, progetti speciali, mette in stand-by tutto quel meccanismo di retribuzioni che rischia di mettere in ginocchio grandi e piccoli player dell’industria musicale italiana”, continua Flavia Guarino. “La situazione è ancora peggiore per quella categoria di professionisti dello spettacolo non tutelata dallo Stato. Sto parlando di tecnici, facchini, direttori di produzione, luciai, fonici, uffici stampa, sono tutti lavoratori autonomi a prestazione che in questo momento hanno un buco nei loro conti correnti, derivante proprio dallo stop degli spettacoli. Quindi non solo non possono svolgere il loro lavoro e venire appunto retribuiti, ma in più non esiste un ente che li tuteli in situazioni di emergenza come queste”. Nel Decreto Legge del 2 marzo 2020, n. 9 sul tema delle Misure urgenti di sostegno per famiglie, lavoratori e imprese connesse all’emergenza epidemiologica da COVID-19, contenente i criteri straordinari per affrontare il Coronavirus, la parola “spettacolo” non è citata nemmeno una volta. “Il decreto tutela la fascia del settore terziario colpita a livello economico dall’emergenza, ma piccole e medie imprese e lavoratori autonomi non sono per nulla considerati, rimangono così senza supporto di nessun tipo. Forse è questo il momento giusto per fare rete, per far sì che uno degli effetti collaterali positivi di questa situazione sia risvegliare lo Stato affinché e la categoria dei lavoratori dello spettacolo venga riconosciuta in toto”, racconta ancora Guarino. “Lavorando per un’agenzia di booking, che si occupa soprattutto di fissare le date dei live di concerto con artista, management, discografica e ufficio stampa, noto che la sospensione degli eventi dovuta ai decreti regionali e nazionali causa un effetto boomerang di allarmismo generale e incertezza, dalle zone rosse a cascata anche sulle altre. Il risultato è un’immobilità generale tanto per gli operatori del settore quanto per il pubblico, che evita di acquistare biglietti persino per i concerti programmati per i mesi a venire".

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“Moltiplicati per 6. Sestuplicati. Elevati alla sesta. Cosa? Gli ascolti delle news sulle nostre stazioni”, a parlare è Paolo Salvaderi, amministratore delegato di RadioMediaset, il gruppo che rappresenta R101, Radio 105, Virgin Radio, Radio Subasio e Radio Monte Carlo. “È come se ci fosse stato uno spostamento in massa degli ascolti sui canali delle news, anche i podcast dedicati alle ultime notizie della nostra nuova piattaforma United Music sono esplosi. Al contempo, c’è molta voglia di evasione e distrazione, lo notiamo attraverso i nostri servizi di messaggeria WhatsApp e analizzando il tempo d’ascolto speso dal singolo. Mentre le donne sono più fedeli alla musica italiana e alle voci femminili, gli uomini ascoltano un po’ meno, amano passare da una stazione all’altra, preferiscono artisti internazionali”. Se le ospitate, gli showcase in radio e i concorsi per vincere viaggi e concerti sono stati minimizzati, posticipati a data da destinarsi sono le attività sul territorio, concerti o festival, soprattutto estivi, di cui le radio sono spesso e volentieri media partner. “La radio è per vocazione uno strumento di servizio per gli ascoltatori, con il vantaggio di raggiungere numeri di massa in un tempo brevissimo”, continua Salvaderi. “Possiamo leggere quello che sta succedendo prevalentemente da due prospettive diverse. Informativa, ovvero far comprendere la situazione dando il giusto peso alle parole, che non siano troppo tranchant ma nemmeno edulcorate. E sociale, cioè strettamente connessa alla caratteristica famigliare del mezzo, un valore aggiunto in un momento in cui le parole hanno un forte potere confortante”.

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“Sembra uno scherzo, abbiamo dovuto cancellare qualsiasi cosa ma stiamo comunque lavorando il triplo”, racconta Lorenzo Rubino, responsabile comunicazione di Magnolia, associazione ARCI mecca dei live del milanese (e oltre). “Per noi tutto è cominciato sabato 22 febbraio, quando si è iniziata a spargere la voce che avrebbero annullato le partite di calcio previste il giorno dopo. E, si sa, quando annulli il calcio in Italia vuol dire che qualcosa non va davvero. Dopo qualche ora avremmo aperto al pubblico per una serata in programma, si sono presentati in pochissimi, ci siamo resi conto che l’allarmismo aveva già iniziato a diffondersi”. “Il colpo di grazia, diciamo, è arrivato il giorno seguente, la domenica, una band americana, che si sarebbe dovuta esibire la sera, ha deciso di annullare un concerto da sold out. Dopo poche ore è arrivata l’ordinanza che ci avrebbe comunque imposto la chiusura al pubblico. Da quel momento in poi abbiamo navigato a vista, come tutta l’Italia d’altronde, sperando di poter davvero riaprire il 3 aprile, come da ordinanza della regione Lombardia”, continua Rubino in nome di quel luogo-feticcio di artisti e amanti della buona musica, il cui motto è il prestigio di un locale non si calcola da quanti metri dista da Piazza Duomo. “L’unico rimprovero che si può muovere alle autorità in una situazione così delicata è la mancanza di una legislazione che garantisca un welfare minimo, che permetta di auto-sostenerti, che fornisca aiuti tali per cui un’impresa inattiva da un mese non abbia il terrore di non riaprire mai più”.

Della categoria lavoratori a prestazione, anche i giornalisti freelance ne fanno parte. E, per quelli che si occupano prevalentemente o esclusivamente di musica, l’annullamento di concerti, interviste, presentazioni di album e singoli, ha inciso negativamente sugli zeri sul conto corrente a fine mese. “Forse la nostra generazione non ha mai vissuto una situazione di emergenza così grave da far fermare il mondo”, commenta Federico Sardo, giornalista musicale. “La stampa devota agli spettacoli non può e non deve fermarsi assolutamente, semmai rallenta, e questo non è per forza un male. Meno singoli o dischi in uscita significa avere più tempo a disposizione per ascoltare approfonditamente quello che c’è già in giro, digerirlo meglio, rifletterci su. Se la quarantena forzata mi obbliga a stare in casa, scriverò di un libro sulla musica che ho letto nel frattempo, lavorerò su un articolo-playlist da consigliare, riprenderò la discografia di un artista di cui avevo ascoltato solo tre canzoni di fretta in metropolitana ma che meritava quell’attenzione in più… Perché nessuno scrive più retrospettive sulla musica?”.

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“Quindici giorni da dimenticare, per ogni ufficio stampa italiano che si occupi di spettacoli”, racconta Paola Conforti, responsabile dell’ufficio stampa Casi Umani. “La Lombardia, Milano in primis, è fra gli l’epicentri degli eventi culturali e di entertainment d’Italia. Quindi il decreto che ha determinato la sospensione fino al 3 aprile 2020 (e qui serve un altro PER ORA, ndr) di tutte le manifestazioni ed eventi, anche se svolti in luoghi chiusi ma aperti al pubblico, come ad esempio, grandi eventi, cinema, teatri, discoteche, cerimonie religiose ha di fatto paralizzato anche le attività di chi col proprio evento per Milano e la Lombardia ci sarebbe solo passato, ma nell’incertezza che si blocchi altro preferisce annullare tutto il progetto in attesa, se possibile, di tempi migliori. Così chi si occupa di relazioni con i media per gli eventi si trova a costruire presskit, inviare, richiamare, proporre interviste, organizzare mediapartnership e poi, in un attimo, vede crollare tutto il castello di carte, deve verificare l’effettivo annullamento, capire se è un rinvio, avvisare tutti di non andare in stampa con quanto previsto ma dare spazio al contrordine, sempre con quel finto ottimismo che tende a minimizzare tutto con un Sì ma guarda che si tratta solo di uno slittamento, eh? Tieni tutto lì che vedrai che tempo qualche settimana riparte la ‘macchina’, eh? È solo per una questione di prudenza… C’è poi chi oltre ai rapporti coi media tiene anche quelli con gli artisti, che, soprattutto se non italiani, non capiscono così bene il concetto di semi-quarantena: Purtroppo dobbiamo cancellare l’evento… Sono state per precauzione sospese le manifestazioni pubbliche… No, gli uffici sono aperti… I negozi pure… Ma sai, tanta gente insieme al chiuso… No, alcune partite si fanno lo stesso… Ma visto che non di soli eventi si occupa l’ufficio stampa, a complicare un quadro già da saltimbanco intervengono i diktat delle radio, che cancellano ospitate perché per prudenza hanno sospeso l’accesso agli studi di persone estranee, o gli ospiti stessi, che si chiedono se sia prudente proseguire le attività pubbliche come se nulla fosse, o ancora i programmi televisivi comprensibilmente monopolizzati dal tema”, continua Conforti. “Resta il fatto che ognuno di noi si rende conto che non ci sono altre soluzioni, non ha senso incolpare altro che il destino beffardo che ci vede untori d’Europa; siamo in un momento in cui queste misure sono necessarie, e ci si augura solo che la situazione si normalizzi per tutti nei tempi più brevi e che si riesca contemporaneamente a studiare misure che consentano di salvare un settore, quello dello spettacolo, che attualmente vede migliaia di locali, imprese e lavoratori degli spettacoli dal vivo in grave difficoltà e senza tutela: quest’appello ha raccolto oltre 15.000 firme di addetti ai lavori, ma è stato ad oggi ignorato”.

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