La dura vita del simpatico professionale in quarantena

Tra un grafico con le statistiche di diffusione del virus rubato al sito del professor Mark Handley e un video con Rocco Siffredi che dice #iorestoacasa, la gara al simpatico da quarantena non è ancora vinta.

Sun And Shadow On Sofa Indoors
Fabian Plock / EyeEmGetty Images

Ieri sera, mentre scolavo le lenticchie, mi è apparso Giovanni Boccaccio. Era un signore sui 40 anni, bardato come Dante Alighieri, solo un po’ più grassoccio in faccia, con l’alloro in testa e senza mascherina. Dopo cinque giorni di quarantena te lo aspetti che ti vengano le allucinazioni. Ma lui rideva e mi chiedeva: È dura eh? Cosa? Chiedo io. E lui: essere quello che sei, un guascone, “uno sempre di compagnia”, uno che pur di fare una battuta farebbe qualsiasi cosa. È dura eh, essere così, in questa situazione?

Maledetto. Lo scrittore del Decamerone, commedia umanissima ambientata in piena peste nera sulle colline di Firenze, mi aveva beccato. Esattamente come aveva beccato e descritto in modo magistrale i protagonisti delle dieci novelle. Il sacrilego, il sessuomane, il furbo. Non ricordo esattamente se ci fosse anche il brillantone tra di loro, ma di certo le tipologie umane c’erano tutte. Ingegno e politicamente scorretto nel 1348, con la gente che là fuori moriva.

Non sono a Fiesole, sono all’Isola, il quartiere fighetto di Milano e, con i miei 10 amici e senza nemmeno accorgercene, ci raccontiamo migliaia di novelle via Whatsapp tra tinello e divano. C’è il cinico, il pessimista, l’entusiasta, l’apocalittica, l’esaltato, la sensitiva. L’ubriaco lo facciamo a turno, perché verso sera, in piena altalena emotiva stappiamo vini in conference call e ci concentriamo sulla mixology, vantandoci, di saper fare lo spritz con il Selecto o il defatigante con la spremuta di pompelmo vera, mica col succo confezionato. È la gara a chi la spara più grossa, la gara del brillantone. Ma è un’altalena, appunto, perché in sottofondo c’è l’abbronzatissimo Giulio Gallera, assessore regionale alla sanità lombarda, che spiattella il bollettino di guerra in tv. Oppure Conte che fa annunci che poi devi rileggere sui documenti ufficiali per capirci qualcosa. In sottofondo ci sono sirene, o mariti e mogli che si mandano a fare in culo dalle finestre vicine.

Quando suona il telefono c’è sempre un po’ di angoscia.

Il simpatico professionale da quarantena, quindi, è un mestiere durissimo: hai mille distrazioni gravi, sei assalito da questioni etiche, perfino. E vocine interiori che ti dicono: «Sei scemo? Questa no, questa è troppo, questa non la scrivo». Poi la scrivi e aspetti le reazioni. Gli ahahahaha e gli emoji o i cuoricini. Che vita d’inferno. Che ansia da prestazione. Però t’illudi. T’illudi che anche far scattare un sorriso sia una piccola ma fondamentale missione umanitaria che va appena un po’ oltre la missione primaria che è quella di stare sul divano.

Del resto se hai una vita sociale media, in questo periodo hai modo di conoscere da vicino, anche se in tv, gente che uno spritz con te non lo avrebbe mai bevuto. «Vieni, c’è Massimo», urla mia moglie. E chi è sto Massimo? Ma certo, caspita, il virologo dell’ospedale Sacco, Massimo Galli. Un grande, non ti rassicura ma infonde sicurezza. Chissà come fa. Una volta ha detto anche una battuta: «Sì, dobbiamo stare tutti in casa. E possibilmente non suicidarci». Beh, un grande.

Iva Zanicchi che se ne va in giro per talk show si capisce che ha una cotta per lui.

Altra star capace di oscurare in un attimo Amadeus, Feltri e Bruno Vespa è Antonio Pesenti, il coordinatore delle Terapie Intensive di tutta la Lombardia. Un duro in trincea. Intervistarlo è come intervistare Enea durante l’assedio di Troia. Risponde alle videochiamate mentre cammina in corsia e se non c’è campo se ne sbatte. Ha 68 anni e due occhiaie da stanchezza insanabile e anche di quelle se ne sbatte. Sembra Clint Eastwood in Gunny. E anche lui è simpatico quando alla domanda «Perché a Milano tanti contagi?» risponde: «Perché a Milano la gente va sempre e comunque a lavorare». Ehi, ragazzi del sito Milanese imbruttito, fatevi da parte.

Poi c’è la superstar Roberto Burioni, connesso, iperconnesso, di fatto un influencer dell’epidemiologia. Un suo video può fare 5 milioni di visualizzazioni e 50mila condivisioni. E il bello è che, in effetti, ci ha sempre azzeccato. Ma anche lui è capace di ironia e in una intervista ci fa sapere che ha una fottuta paura delle punture.

A tarda sera, nel gruppo WhatsApp c’è ancora chi è in piena fase bipolare. Tra un grafico con le statistiche di diffusione del virus rubato al sito del professor Mark Handley e un video con Rocco Siffredi che dice #iorestoacasa, la gara al simpatico da quarantena non è ancora vinta. Si affaccia l’unico del gruppo che sta in trincea, perché fa il medico in Pronto Soccorso. Per tutti noi lui è la fonte seria. Quando parla lui, noi muti. Ogni tanto scrive: «Basta cazzate!» E noi, muti. Ogni tanto, con deferenza, ci scusiamo, perché sappiamo che probabilmente quando torna a casa la sera odia tutta l’umanità. Ma, siccome in gioventù è stato in India da Osho, ci manda foto di posture da santone Yoga in levitazione sul tavolo della sala.

Ed è chiaro, vince lui.

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