I nostri cani sono un po' la nostra salvezza: storie di convivenze canine in questi giorni di #iorestoacasa

La redazione di Marie Claire li racconta. Si aggirano inquieti per casa dopo la clausura per il Coronavirus e ci fissano confusi perché hanno capito che qualcosa è cambiato: anche a loro sussurriamo che "andrà tutto bene".

Cani a casa
Kalamurza_photographerGetty Images

Siamo i loro capobranco e ci amano incondizionatamente: questo hanno in comune tutti i cani del mondo. Durante l'emergenza per il Coronavirus sono diventati alleati ancora più importanti nella reclusione di casa, a volte sono addirittura gli unici compagni per chi abita da solo. A volte sono anche l'unico motivo per uscire a prendere una boccata d'aria. Ma i nostri cani hanno capito che qualcosa non va, perché hanno visto cambiare le nostre abitudini e fiutano per primi la nostra inquietudine. Qui di seguito il racconto di quattro giornalisti di Marie Claire sui propri adorati cani.

Maida raccontata da Cristiana Silighini, vice caporedattore accessori
Maida non capisce. O meglio ha capito benissimo che c'è qualcosa che non va, perché è particolarmente frastornata e stordita. Sembra leggere nei miei occhi la preoccupazione, ha lo sguardo triste, mi marca stretta e mi tallona più del solito: i suoi occhioni tondi da cerbiatta controllano ogni mio movimento cercando una spiegazione che non so darle.
Io e Maida viviamo insieme da cinque anni, aveva già 8/9 mesi quando l'ho adottata: è una meticcia tricolore arrivata dall’Abruzzo al canile La Castagnina di Lodi, Associazione canili Milano Onlus, dopo chissà quali disavventure e traumi. L'inizio della nostra convivenza non è stato facile perché Maida è super vivace: è un cane da corsa, una vera lippa, ha una forza eccezionale anche se di dimensioni piccole e al guinzaglio tira come un alano, ha un'indole particolarmente ribelle e selvatica (un po' come me...). È una dominante ed convinta di essere il capo branco. E la mia esperienza con gli altri cani avuti in passato si è rivelata totalmente inutile: ogni cane è diverso, al di là delle razze, e i "bastardi" lo sono ancora di più, pezzi unici e irriproducibili.
È furba come un demonio, ma anche dolce, coccolona e giocosa e io, da single incallita che sono, mi sono innamorata di lei, è diventata la mia compagna di vita, vacanze e tempo libero sempre insieme immerse nella natura.
Da quando è scattata la clausura per il Coronavirus usciamo circa tre volte al giorno per dei giretti veloci, sempre vicino a casa e per fortuna abito in una zona con molto verde, con tanti giardinetti non recintati perché da un po' di giorni anche i parchi sono chiusi. E lei si inchioda davanti ai cancelli e mi fissa aspettando che io apra e sembra mi dica «dai, perché non entriamo?». «Presto amore, rientreremo presto, non preoccuparti!», mi viene da risponderle.
Adottate un cane se potete ma fatelo con la testa, sono un impegno serio e una grande responsabilità, il cuore non basta! E soprattutto non abbandonateli, è da criminali.

Maida, il cane di Cristiana Silighini, vice caporedattore accessori di Marie Claire.
Courtesy photo

Vilma raccontata da Francesca Varasi, redattrice beauty
Sono passate solo due settimane senza sentire il suo russare, senza il quel ticchettio cadenzato di unghiette sul parquet, senza le zampate vicino al cuscino di notte (messaggio: «ho freddo, mi fai salire?»), senza le infinite leccate alla ciotola finita la pappa. Vilma è in isolamento "dai nonni" e ci manca tantissimo. L'abbiamo presa 11 anni fa, quando eravamo solo noi due. Con l'emergenza del Coronavirus è diventata uno dei pochissimi esseri viventi da poter sbaciucchiare a piacimento. L'abbiamo portata dai miei genitori prima della reclusione quasi totale. Un po' perché sapevamo che sarebbe mancato loro il nipotino che tenevano ogni pomeriggio dopo il nido, e un po' per regalare quel dettaglio legale nell'autocertificazione e permetter ai miei di uscire. Che felicità per loro, così scrupolosi nel seguire le direttive, poter uscire da soli con mascherina, guanti eccetera, ma assolutamente senza sensi di colpa. Vilma ha bisogno di tre passeggiatine al giorno. Poi la sera puntuale parte la video chiamata: bicchiere di vino, chiacchiere e l'inquadratura sulla nostra bulldog francese. «Volete vedere Vilma?»: ci appare in video sdraiata regolarmente sul divano, o sul letto, o che sta mangiando un biscotto. Il domicilio forzato per lei è diventata la vacanza in una spa cinque stelle. Pasti gourmet, spuntini vari, toilettature deluxe, pisolini accanto ai bipedi della famiglia, massaggiata e poi lasciata poltrire con una morbida copertina di pile. Tutto intervallato da brevi e invidiatissime boccate d'aria. Baciata, abbracciata, presa in braccio... Tutto quello che ora gli concederemmo anche noi. Che in compenso possiamo sfogare affetto promiscuo su nostro figlio Tommaso. Quello che non avevamo calcolato era che proprio loro due, bambino e cane, avrebbero sentito la mancanza l'una dell'altro. Proprio ora che iniziavano a coalizzarsi, a giocare e a (quasi) rispettarsi, a essere "partner in crime", li abbiamo separati. Si cercano a distanza: lei va sul tappeto gioco e fissa i pezzi di Duplo per un po', come ad aspettare che qualcuno glielo lanci, come fa lui, oppure si addormenta vicino al grande drago di peluche, o guarda in alto verso il seggiolone vuoto, aspettando un avanzo che di solito le arriva dalla manina di Tommy. A casa nostra Tommaso gira per le stanze con uno dei pupazzi preferiti di Vilma e poi lo va a posizionare delicatamente nella sua cuccia. A volte lo trovo a quattro zampe, con la faccia nella ciotola (vuota) come a volerla imitare. Oppure butta a terra qualche pezzo di cibo e poi lo fissa, aspettando che arrivi Vilma a pulire ogni traccia. E quando si vedono sullo schermo del telefono lui sorride, lei nonostante la cataratta sembra riconoscerlo. Noi aspettiamo di farli rincontrare. Saranno cresciuti entrambi, non sappiamo se Tommaso avrà la possibilità di ricordarsi di lei in futuro, ma questo abbraccio farà parte della loro storia per sempre.

Vilma, il bulldog francese di Francesca Varasi, redattore beauty di Marie Claire.
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Nanà raccontata da Debora Attanasio, redattrice digital
Il giorno di Ferragosto del 2007 stavo rientrando a casa per cambiarmi dopo una nottata pesante. Il giorno prima mio padre era stato operato per via del suo cancro ed era andato tutto bene, ma quando, poco lontano da casa, ho visto sul ciglio della strada un cucciolo di Jack Russel che saltellava credevo di avere le traveggole per la stanchezza. Ho aperto lo sportello ed è saltato su come se mi aspettasse da ore. Era una femmina, ho cercato invano il suo proprietario e alla fine l'ho tenuta con me. L'ho chiamata Nanà. Siamo diventate inseparabili e quando due anni fa le hanno diagnosticato un'ernia del disco inoperabile, ho mandato le sue misure a un ragazzo che costruisce carrellini per cani disabili e la sua vita è proseguita a rotelle. Quando si lavora non si passano mai lunghi periodi insieme al proprio cane, per cui con la segregazione è la prima volta in 13 anni che io e Nanà stiamo insieme per 24 ore da ormai molti giorni. Lei è felicissima di stare con la sua capobranco, ma ho l'impressione che cominci ad approfittarsene un po'. Chiede in continuazione che apra il sacchetto delle delizie canine che tengo nella dispensa, biscottini, bastoncini di pelle di pesce… Se non lo faccio attacca ad abbaiare sommessamente come se leggesse uno spartito. A volte discutiamo come se fosse un'umana. Quando guardo la tv mi fa da cuscino sul divano, la notte dormo come se avessi due grossi fermacarte sulla coperta, lei e la gatta Regina, una per lato, che a volte fanno delle litigate lampo. Ma si può dormire così? Ci chiediamo a volte noi animal lovers? Certo che si può, certo…

Nanà, la cagnolina di Debora Attanasio, redattrice digital di Marie Claire.
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Oliver raccontato da Davide Burchiellaro, ex vicedirettore di Marie Claire
Il 15 marzo Oliver ha compiuto otto anni. Moltiplicando per 7 fa 56 anni umani. Io ne ho 50. Non vive con me a Milano, ma nella casa in cui sono cresciuto, fuori Bologna, dove svolge con diligenza la professione di "pet therapist" tra le signore anziane della mia famiglia di origine. Prima della quarantena lo vedevo due o tre volte al mese. Chi ama il proprio cane lo investe di doti più che umane, sovrannaturali. Per esempio mi sono convinto che quando sono in autostrada lui sappia che sto arrivando. Perché mi dicono che, più o meno quando mi trovo all'altezza di Modena Sud, si piazza davanti alla finestra e fissa la strada anche per mezz'ora. Lo fa anche quando quella piccola percentuale ancestrale di istinto predatorio che gli è rimasta si attiva e dopo lunghe osservazioni si produce in goffi attacchi dal balcone contro le Harley Davidson in fase di accelerazione sulla strada. Però io un po' ci credo lo stesso che a Modena Sud scatti la telepatia.
Non lo vedo da un mese e mi manca moltissimo. Però non ha smesso di essermi guida. Nei momenti di ansia e pensieri bui che arrivano assieme alle notizie in tv Oliver è sempre un pensiero positivo: ha qualche acciacco congenito, ma se ne fotte del virus e non può attaccarlo ai suoi "pazienti". È una magra consolazione? Può darsi. Il fatto è che in questo momento riscopro quanto sia invidiabile il suo essere animale, quindi capace di concentrarsi soltanto sul presente e di non pensare al futuro o di non rimuginare sul passato. Che poi è l’obiettivo della tecnica di rilassamento più in voga al momento, la mindfulness.
Quando lo porto in giro ho capito che nel minuto in cui io cerco di addomesticare i miei pensieri di lavoro, casa e cose da fare, Oliver ha già: annusato una pista, delineato il territorio da marcare e individuato a un km di distanza un cane che non sopporta, ovvero uno di quelli con la coda arricciata all'insù. Insomma è costantemente sul pezzo, mentre io non riesco nemmeno a notare che il comune ha tagliato tre aceri del parco, messo delle nuove panchine e che un paio di mandorli stanno fiorendo anzitempo. Sono costantemente separato dal mio territorio, dalla terra che pesto. Ogni giretto con lui è una lezione.
In questi giorni però pare che anche Oliver soffra un po' di ansia, mi raccontano da casa. Dorme male, è inquieto, non trova la posizione. È normale, non sa del virus ma capisce che qualche cosa non funziona. Perché mai gli umani si coprono il muso? Perché il giretto dura così poco? Perché nella boscaglia urbana non passano più le Harley Davidson?
Se è vero, come dice la scienza, che i cani hanno imparato a interpretare il significato di 500 parole umane, proviamo a dedicare a loro il nostro prossimo «Andrà tutto bene».

Oliver, il cane di Davide Burchiellaro, ex vicedirettore di Marie Claire.
Courtesy photo

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