Dieci scrittori "riscrivono" il Decameron, il racconto di Chiara Barzini

L'autrice condivide con MarieClaire.it un estratto del suo racconto da Nuovo Decameron.

frosty morning landscape on the pond with trees and plants covered with hoarfrost
TorriPhotoGetty Images

L'anno passato e quello che stiamo vivendo ci hanno fatto e faranno rileggere, ricordare e immaginare un classico dell'isolamento casalingo, Il Decameron. Da monumento della letteratura a nuovo appuntamento contemporaneo grazie a dieci scrittori che interpretano una novella ciascuno e la rendono pane quotidiano: ecco che, tra i libri da leggere del 2021 troviamo, Nuovo Decameron, edito da HarperCollins. Questo è un estratto del racconto di Chiara Barzini.

Giornata V, novella VIII

Nastagio degli Onesti, amando una de’ Traversari, spende le sue ricchezze senza essere amato; vassene pregato da’ suoi, a Chiassi; quivi vede cacciare ad un cavaliere una giovane e ucciderla e divorarla da due cani; invita i parenti suoi e quella donna amata da lui a un desinare, la qual vede questa medesima giovane sbranare e temendo di simile avvenimento prende per marito Nastagio.

Nastagio degli Onesti, un uomo di Ravenna, si aggira in una foresta di pini al tramonto, disperato perché la donna che ama lo ha rifiutato. Nel bosco incontra una ragazza che corre piangendo, inseguita da due cani che cercano di morderla e da un cavaliere con una spada nera che intende ucciderla. Nastagio cerca di difenderla, ma il cavaliere si presenta a lui come Guido di Anastagi e gli racconta la sua storia. Un tempo anche lui aveva amato senza essere stato ricambiato. Quella donna che oggi rincorre un tempo era l’oggetto del suo desiderio. Siccome in vita lei non aveva ricambiato i suoi sentimenti, si era suicidato. Quando la ragazza era morta senza rimpianti per la miseria che aveva inflitto al suo ammiratore era stata condannata alla crudele punizione di essere inseguita e uccisa ripetutamente.

Ogni venerdì muore ammazzata e rinasce. Nastagio assiste all’agonia inflitta alla giovane dal cavaliere e decide di approfittare della situazione. Se anche lui riuscisse a mostrare alla sua amata le conseguenze pericolose dell’amore non corrisposto, sicuramente quella cambierebbe idea. Nastagio quindi organizza un sontuoso banchetto in quella stessa zona del bosco il venerdì successivo, invitando i parenti della sua bella insieme ai genitori. Alla fine della cena la compagnia assiste inorridita alla scena della ragazza inseguita, che si ripete come Nastagio l’aveva vista, con le stesse strazianti e pietose conseguenze. Nastagio ottiene l’effetto sperato: la ragazza amata, per paura di subire la stessa sorte della vittima prima di lei, cambia idea e accetta subito la proposta di matrimonio. E così tutte le donne di Ravenna imparano a essere più gentili con il loro amore. La versione della novella di Nastagio degli Onesti che segue non è raccontata dal punto di vista di Nastagio, ma da quello della ragazza che scappa dal cavaliere e dai suoi cani. [N.d.E.]

L’inseguimento avveniva di venerdì. Il resto del tempo lo passavo in dormiveglia. Capivo che stava cominciando perché le gambe si ritrovavano a correre accanto agli uccelli. Poi arrivavano i guaiti dei cani e l’odore pungente dei pini, l’umido del mare e della pioggia notturna. I pini erano centinaia, una piccola foresta che lambiva la baia. Erano alti fino al cielo, ma nella fretta della fuga non mi lasciavo mai il tempo di alzare gli occhi. Notavo solo ciò che era alla mia altezza, quelle placche di corteccia bruna e rossastra. Avrei voluto fermarmi e staccarle, a una a una come facevo da bambina. Gli oracoli greci dicevano che il fruscio degli aghi di pino era la voce di Zeus che ti guidava, e mi piaceva pensare che quel suono, ormai così familiare, fosse la melodia che accompagnava la fine. La saliva dei cani mi rimaneva sempre attaccata alle cosce, erano diventate muscolose dopo tanti anni di fuga. La saliva era come un tonico, e asciugandosi rendeva la pelle più compatta. Ero orgogliosa delle mie cosce. Dopo tanto tempo quella rincorsa si era trasformata in un allenamento. Ogni volta cercavo di andare un po’ più veloce, di raggiungere un punto più lontano, la baia verde e scura alla fine della pineta. Ma poi mi raggiungevano sempre. I primi morsi arrivavano forti sul fianco, il dolore veniva dopo.

Il cavaliere con l’armatura d’oro e la spada doveva uccidermi. Lo sentivo arrivare al galoppo dall’altro capo della foresta, con i mastini che correvano al suo fianco. La scena si ripeteva sempre uguale: i cani che mi trascinavano a terra, poi lui sopra di me, il volto teso e determinato mentre mi puntava la spada contro il petto un attimo prima di trafiggerlo. Quando mi strappava il cuore e le viscere, ci rimanevo sempre male. Non avevo mai conosciuto nessuno che desiderasse tanto eliminare una persona in ogni sua parte. Venivo svuotata, e quello che non mangiavano i cani lo smaltivano i corvi. Durante i primi inseguimenti non me ne accorgevo, ma poi, con un po’ di esperienza, avevo cominciato a notare quegli stormi gracchianti e color inchiostro. Odiavo vederli ammassati sui rami a beccare le pigne, l’incuranza con cui le lasciavano cadere. Aspettavano che i cani fossero sazi e poi scendevano a spazzolare il resto delle viscere. In cielo si era sparsa la voce di quello spettacolo settimanale, ed erano diventati famelici e competitivi. Erano famelici anche i cani, e alti, come i cavalli che pascolavano nei prati oltre la baia. Da cuccioli il padrone li aveva usati come esche nei combattimenti di orsi. Venivano liberati in un’arena, circondati da spettatori. L’orso rimaneva incatenato al palo e i cani lo molestavano finché non veniva slegato e iniziava la lotta.

Era cominciato tutto tempo prima con un «no». Il cavaliere con la spada e l’armatura aveva dato spettacolo come gli orsi contro cui aizzava i suoi cani. Si chiamava Guido. In vita mi aveva amato così tanto, e io così poco, che adesso che eravamo morti voleva solo cancellarmi. Era molto bello e poiché aveva insistito tanto, mi ero sforzata di pensare a qualcosa che avrei potuto amare di lui – il mento scolpito, la pelle bruna, gli occhi dal taglio allungato. Ma l’amore non era arrivato e mi ero ritrovata a rifiutare doni, inviti, attenzioni. Mi aveva accusata di essere spietata e altezzosa. Avrei meritato le stesse torture che imponevo a lui. Quando si era ucciso non avevo provato nulla, o forse sollievo. Aveva lasciato un ultimo messaggio così disperato e rabbioso che, quando toccò a me morire, fui condannata agli inseguimenti.

Ogni venerdì il mio corpo viene ucciso e resuscitato.

Il rituale dovrà accadere per un numero di anni pari ai mesi in cui l’ho rifiutato. Alla ventesima replica ho smesso di contare. Quando i cani mi trascinano a terra e cominciano a dilaniarmi, vedo scorrere la mia vita davanti agli occhi. E non mi pento mai di nulla, neanche dei «no». (…)

Pubblicato in accordo con Pietrosanti Agenzia Letteraria, Roma © 2021 HarperCollins Italia s.p.A., Milano

***CHIARA BARZINI è scrittrice e sceneggiatrice. Nel 2017 è uscito in Italia, in America e in Inghilterra il suo romanzo d’esordio Terremoto (Mondadori) da lei scritto in inglese.

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