«Sono partita in camper e mi sono costruita il futuro che volevo»

Dalle vigne piemontesi fino alla cima dei grattacieli: dopo tanti incontri e scelte anticonvenzionali Sara ha trovato il lavoro dei suoi sogni e l'indipendenza tanto cercata.

Sara Bertoni
Giorgio Salvatori

Durante il discorso mi sono commossa. E qualche lacrima è scesa anche ai colleghi, quegli omoni che mi stanno accanto in fabbrica. Eravamo all’ultimo piano della Torre Allianz, a Milano CityLife, e dalle finestre, mentre parlavo, vedevo luccicare il grattacielo curvo di Daniel Libeskind: mi sembrava incredibile poter ammirare da lassù le facciate di vetro che avevo assemblato con le mie mani. Sono partita dalla fine, torno un attimo indietro. Mi chiamo Sara Bertoni e la mia storia inizia nel 1982, a San Zenone al Po, 600 anime in provincia di Pavia. Il paese di Gianni Brera, che infatti frequentava il Bar Sport della nonna. La mia nascita ha causato un piccolo terremoto, perché mamma aveva 17 anni. Ma ce la siamo cavata bene. Non siamo mai stati una famiglia convenzionale, con una nonna che andava in Vespa da sola fino a Como per vedere il lago e l’altra che quando avevo 12 anni ha voluto portarmi in Africa, invece che regalarmi le Nike.

A un certo punto, entrambe hanno stabilito che dovevo diventare grande e seguire la mamma. A 17 anni, non avevo nessuna voglia di trasferirmi a Casale Monferrato, in Piemonte. Ma ho ubbidito e lì mi sono diplomata. Il lavoro d'ufficio non era per me, preferivo la campagna: ho imparato a pulire botti e a potare le vigne con i contadini, che all'inizio, tutti uomini, diffidavano di quella ragazzetta di vent'anni che voleva persino guidare il trattore. Finché la crisi si è presa la ditta per cui lavoravo e anche la serenità di quelli che conoscevo. Ogni giorno era un copia incolla del precedente, non c'era più niente a tenermi lì, nemmeno mia madre, con cui litigavo sempre più spesso. Ho speso i miei risparmi per comprare un camper da un amico: nelle vacanze di Natale ho riassemblato gli interni da sola come piacevano a me, ci ho caricato sopra la mia moto d'epoca a pezzi e sono partita.

Se posso scegliere, allora scelgo il mare, mi sono detta. E la gente simpatica, come ricordavo fossero i romagnoli. Ho chiamato la mia amica Francesca che viveva vicino a Rimini: «Mi aiuti a trasferirmi?». Non sapeva sarei arrivata con la mia casa mobile e 400 euro in tasca. Era inizio marzo 2018. Francesca è stata il mio faro, la prima delle tante persone che mi hanno aiutata a costruirmi la vita che volevo. Come il mio primo datore di lavoro: faceva il guardiano notturno in un'area camper dove andavo a ricaricare le batterie. Di giorno vendeva pesce al mercato: «Dai, vieni con me, domattina ti passo a prendere alle cinque». Io, che non distinguevo un tonno da un'acciuga. O la signora del bowling, che voleva darmi un appartamento oltre a un impiego. A me bastava usare la doccia, perché volevo rimanere nel camper. Sentivo poco mia mamma, aveva capito che avevo bisogno di spazio, ma il giorno del mio primo compleanno via da casa si è presentata a sorpresa: «Non ti rompo le scatole, voglio solo vedere con i miei occhi che stai bene».

Non mi sono vergognata di chiedere aiuto. La vita non deve essere per forza quella che ti ritrovi

I lavori stagionali sarebbero finiti con l'estate. Mi avevano consigliato di mandare il curriculum alla Focchi. Tutti conoscevano quella storica azienda di famiglia che alle porte di Rimini costruiva facciate continue, cioè gli involucri di vetro che rivestono i grattacieli. Il giorno del colloquio mi sono persa in moto e ho finito pure la miscela: sotto il sole cocente ho cercato aiuto da un contadino. Che ha guardato con compassione il trucco colato e mi ha indicato l’azienda, era lì a 200 metri. Ma ero in ritardo di un'ora: «Me la sono giocata», pensai. La signora delle risorse umane non credeva che vivessi davvero in camper, mentre il capo produzione sembrava più interessato al fatto che l’avessi smontato e rimontato da sola, così come la mia moto. Il giorno dopo mi hanno chiamata: «Non puoi che essere dei nostri». Ero la quarta donna a entrare in linea di produzione, avevano deciso di scommettere sulla "camperista", come ormai mi chiamavano tutti.

Sara Bertoni, la protagonista di questa storia, al lavoro come sigillatrice nella fabbrica Focchi vicino Rimini.
Giorgio Salvatori

Un mestiere da perfettina. Sono diventata sigillatrice: in pratica incolliamo i vetri dei grattacieli. Che, manco a dirlo, sono garantiti a vita. Vetri di ogni tipo, dritti, storti, curvi, diciamo che stiamo dietro alle pazzie degli architetti. Ero l'ultima ruota del carro, quindi sono stata per mesi appiccicata al mio tutor. E con i colleghi è andata giù liscia, forse perché ho sempre fatto lavori in mezzo agli uomini. Ora siamo tutti a casa, perché la linea di produzione è in pausa a causa della situazione sanitaria. Io, però, non vedo l'ora di tornare al mio bancone.
Ah, l'ho venduto alla fine. A malincuore, dopo otto mesi sono passata dal camper a un posto in affitto. Da poco anche mia mamma è venuta qui. Si è trasferita a Cesena: ci siamo tenute a 40 km di distanza, per sicurezza, funzioniamo meglio con un cuscinetto a separarci. E mi sono anche innamorata, è il tipo giusto per me, mi lascia fare di testa mia e non mi dà consigli: mi ha capita alla perfezione. Prima di morire, qualche mese fa, mio nonno paterno mi ha anche regalato la Vespa d'epoca della nonna, dicendomi che me la meritavo, perché nessuno credeva che ce l’avrei fatta in quest'impresa. Ma forse lui un po’ sì.

In alto Sara Bertoni, 37 anni, nella fabbrica Focchi vicino Rimini dove oggi lavora. In primo piano, i suoi due "maestri": alla destra Manuele Gori, alla sinistra, Angelo Anelli.

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